Torino, Estate 2024
Se associamo la “corte” a cultura e arte vengono alla mente i Medici, gli Estensi, i Gonzaga, i tanti Papi mecenati. Savoia e Torino no: questo era luogo di potere politico e militare, il principe e le armi. C’è tuttavia una stagione, quella del duca Carlo Emanuele I (1580- 1630), a fare da eccezione. Ambizioso e magnificente, il duca spende le sue energie nel realizzare una corte prestigiosa. La sua indole coincide con le esigenze di rappresentazione del potere: attraverso lo splendore, egli persegue il duplice obiettivo di legittimare la propria autorità rispetto ai sudditi e di ricercare la preminenza rispetto agli altri principi italiani. Di qui l’assunzione di artisti e letterati che illustrino il principe e la corte con le loro opere. Sono soprattutto i poeti a fare di Torino un centro di primo livello. Vi sono Giovan Battista Marino, che nel suo Panegirico celebra Carlo Emanuele I come “il più degno principe di questa età”; Alessandro Tassoni, l’autore de La secchia rapita, che lo chiama “vero re delle Alpi”, temerario guerriero che in nome dell’indipendenza sfida i grandi d’Europa; il ferrarese Fulvio Testi lo canta come «generoso invitto core, da cui spera soccorso Italia oppressa».
C’è tuttavia una stagione, quella del duca Carlo Emanuele I, a fare da eccezione
Accanto a loro soggiornano a Torino il ligure Gabriello Chiabrera, l’astigiano Federigo Della Valle, il genovese Gaspare Murtola, l’altro ferrarese Giambattista Guarini, il piemontese Ludovico San Martino d’Aglié, il padre gesuita Giovanni Botero. A corte i letterati non occupano posizioni di rilievo e la loro condizione è nettamente distinta da quella della nobiltà subalpina. Essi sono a tutti gli effetti degli stipendiati, il cui compito è la celebrazione dell’epopea sabauda e del modello eroico che la cultura del tempo va elaborando. Il risultato è una poesia senza creatività, manieristica, assai più funzionale alla propaganda dinastica che all’arte. Non è dato sapere quanto i poeti del primo Seicento patiscano i lacci posti alla loro creatività. Certamente lamentano lo scarso prestigio della loro condizione. Gabriello Chiabrera viene ricevuto a corte «ma senza mai ricevere alloggio». Tassoni racconta invece un’esperienza un po’ triviale: appena arrivato a Torino è costretto a pagare una multa per aver orinato in uno spazio riservato alle guardie del palazzo senza averne il diritto e il privilegio: «Onde per la prima volta ch’io orinai in quella corte, mi bisognò pagare uno scudo, e questo fu il primo regalo che io ebbi». Va peggio a Giovan Battista Marino che nel 1611 viene accusato di aver fatto allusioni irriverenti all’indirizzo del duca, e paga la presunta colpa con un anno di carcere. Poco onore e nessuna libertà: in fondo, anche in quella stagione, il mecenatismo letterario dei Savoia non brilla di slanci virtuosi.
