La storia non è sempre lineare, ma ci sono rotte, tracciati, che fanno la differenza. E Torino – città regale e militare, capitale della nazione e roccaforte industriale, oggi ben disposta verso le nuove vocazioni – si è sempre distinta in un percorso, religioso e laico, che ha costantemente portato attenzione verso le retroguardie, umane, sociali, economiche.
Una disposizione d’animo che ha saputo risolutamente adeguarsi allo spirito dei tempi, grazie alla visione di protagonisti formidabili, non sempre conosciuti e apprezzati adeguatamente per la loro intraprendenza e lungimiranza. Abbiamo condensato esperienze e personaggi in cinque mosse. Tre secoli di imprese torinesi, una storia parallela della nostra città, forse la più preziosa.
LO SPEDALE DI CARITÀ
Se vogliamo individuare una data di inizio, dobbiamo andare al 4 aprile 1717, quando viene solennemente inaugurato lo “Spedale di carità”, che negli anni a venire sarebbe stato chiamato il “Palazzo degli Stemmi”: una processione di circa ottocento mendicanti, vestiti nel nuovo abito d’ordinanza, sfila tra il Duomo e la Via del Po, accolto da tutte le confraternite cittadine da fanciulli alati come angeli e da fanciulle con in testa corone di fiori.

È la festa della benevolenza, i bisognosi che trovano un tetto e una minestra calda, che non riempiono più le strade di cenci e di accattonaggio, che vanno a vivere all’interno di un loro spazio dedicato. Dietro la spettacolare celebrazione della generosità pubblica (l’edificio è stato realizzato grazie al concorso delle famiglie più nobili, come testimoniano gli stemmi sulla facciata) si nasconde in realtà un progetto meno limpido.
Assistenza benefica e controllo sociale sono dimensioni che si sovrappongono: il mendicante, l’indigente, il povero suscitano compassione, ma, nel contempo, turbano l’ordine e provocano timore. Per legittimare il suo nuovo status internazionale, la Torino sabauda di Vittorio Amedeo II, che da capitale di ducato è appena diventata capitale di regno, ha bisogno di “ripulire” le strade da tutto ciò che rinvia al degrado, di separare coloro che hanno un comportamento consono da coloro che si mostrano recalcitranti alla disciplina sociale.

Lo “Spedale di carità” è la risposta per isolare i soggetti riprovevoli, il luogo dove l’assistenza si trasforma in reclusione. Non è un progetto inedito: un “ricovero per mendicanti” era stato realizzato nel 1628 nell’ex lebbrosario di San Lazzaro, al di là della Dora, ma era durato pochi anni; un altro nel 1650 in Borgo Po; un altro ancora nel 1679 nella cosiddetta “Vigna di Madama Reale” (oggi Villa Abegg). Si era trattato di iniziative sporadiche, dove l’intervento dello Stato era stato disorganico. Con la dimensione “regia”, acquisita grazie al trattato di Utrecht del 1713, il tema è però diventato urgente e l’impegno metodico, con il gesuita Andrea Guevarre predicatore instancabile in ogni chiesa cittadina perché “tutti concorrano alla santa impresa di bandire la mendicità”.
L’inaugurazione del 4 aprile 1717 rappresenta così una svolta: segna la fine della libertà di mendicare e l’inizio di un’epoca in cui i poveri saranno rinchiusi, come altre categorie di devianti.
L’ASSISTENZA BENEFICA RELIGIOSA: IL COTTOLENGO
In realtà, la reclusione non risolve affatto il problema del disagio: per quanto lo “Spedale di carità” sia funzionante e gremito, la povertà è una piaga sociale che si espande con l’espandersi stesso della città, con l’avvento delle attività manifatturiere, con l’affollarsi dei bassifondi. Ci sono i mendicanti, i senzatetto, i disabili, i malati psichiatrici, gli orfani, gli anziani senza assistenza, i famigliari dei carcerati, i disadattati cronici, gli infermi, i dannati.
Nel corso del Settecento e, ancor più, dell’Ottocento, accanto alla risposta “ufficiale” dell’internamento, si sviluppa così una forma di filantropismo benefico che mira non alla separazione dei devianti, ma al loro recupero morale e materiale: è la risposta ai paurosi vuoti lasciati da uno Stato incapace di assicurare i servizi assistenziali e sociali indispensabili in una società che va facendosi sempre più complessa.

In questa dimensione si muove il presbitero Giuseppe Cafasso (1811-1860), noto come il “prete della forca” per l’assistenza rivolta ai condannati al patibolo, attivo nell’aiuto ai carcerati e alle loro famiglie; ma, soprattutto, è il terreno su cui si muove Giuseppe Benedetto Cottolengo (1786-1842). Proveniente da una famiglia di intraprendenti mercanti di Bra, da cui eredita uno spiccato senso dell’organizzazione, Cottolengo abbraccia la carriera ecclesiastica e approfondisce con profitto ma senza soddisfazione gli studi teologici.
La sua vera vocazione si illumina all’improvviso, in un episodio da lui stesso ricordato: il 2 settembre 1827 viene chiamato a Torino al capezzale di una donna francese al sesto mese di gravidanza, Jeanne-Marie Gonnet, malata di tubercolosi e rifiutata dagli ospedali cittadini. Mentre la donna muore senza assistenza medica, Cottolengo decide di dedicare la sua vita e le sue risorse alla creazione di ricoveri di carità per infermi.

La prima sede viene aperta qualche mese dopo, il 17 gennaio 1828 in via Palazzo di Città, nel palazzo della Volta Rossa, dove opera sino al 1831, quando le autorità la chiudono per una contingente epidemia di colera. Nel 1832 nasce la nuova sede in Borgo Dora e viene chiamata “Piccola casa della divina Provvidenza” (più semplicemente nota come “Cottolengo”): ospita epilettici, dementi, sordomuti, anziani non autosufficienti.
Accanto al fondatore, opera un gruppo di giovani donne, alcune delle quali prenderanno i voti religiosi: nel 1838 viene fondata per loro una specifica scuola per infermiere. L’ospitalità garantita dall’istituto porta alla moltiplicazione dei ricoverati e all’aumento dei costi. Don Cottolengo decide allora di assicurare un fondo patrimoniale capace di garantire il futuro della struttura e, utilizzando donazioni e lasciti, acquista tutt’intorno terreni ed edifici. In pochi anni, un’iniziativa benefica si trasforma così in solida struttura organizzata: al momento della morte del fondatore, la “Piccola casa” conta già 1.300 assistiti.

È l’anticipazione di percorsi virtuosi che presto diventano esempio, facendo di Torino un luogo particolare per le attività filantropiche: ciò che viene fondato, diventa un’istituzione che sopravvive alle origini e che si espande (oggi in Italia vi sono 35 case di assistenza del Cottolengo e una quindicina di succursali all’estero, dall’India all’Ecuador al Kenya).
IL FILANTROPISMO LAICO: L’OPERA PIA BAROLO
Sul versante laico, i filantropi più lungimiranti e attivi sono gli ultimi eredi della dinastia dei Falletti di Barolo, il marchese Tancredi (1782-1838) e la moglie, Juliette Colbert de Maulévrier, meglio nota come Giulia di Barolo (1785-1864), discendente di Jean-Baptiste Colbert, il potente ministro delle Finanze del Re Sole. Accomunati da una profonda fede cattolica e dall’attenzione per le opere caritatevoli, Tancredi e Giulia si sposano nel 1806, per poi trasferirsi a Torino nel palazzo di famiglia.

La coppia è legata da un affetto sincero, ma non è benedetta dalla nascita di figli. Entrambi concentrano perciò le proprie energie nelle opere benefiche, occupandosi di educazione dei fanciulli, di assistenza alle carcerate e agli indigenti, di igiene, di opere pubbliche (il Cimitero Monumentale di Torino viene quasi interamente finanziato dai marchesi): nel loro palazzo torinese viene fondato un asilo infantile, nel quartiere popolare di Borgo Dora una scuola per fanciulle povere, nel quartiere Valdocco un istituto destinato alle ragazze madri; nel 1828 essi creano la Congregazione delle Suore della Provvidenza (poi diventate Suore di Sant’Anna), che dapprima si occupano di assistenza a bambine orfane abbandonate, poi estendono la loro attività alle carcerate e alle prostitute; nel 1835, durante l’epidemia di colera che si diffonde in città, organizzano misure di prevenzione e allestiscono ospedali temporanei per i contagiati.

Nel 1838 Tancredi, che tre anni prima è stato contagiato dal colera, muore per gli strascichi dell’infezione mentre sta recandosi in Tirolo, dove i medici gli hanno consigliato un periodo di cura. Giulia di Barolo prosegue da sola nell’attività filantropica, istituendo una scuola di tessuto e ricamo per ragazze povere, l’Ospedaletto di Santa Filomena per bambine rachitiche (che sarà successivamente affidato a don Giovanni Bosco), una chiesa nel quartiere Vanchiglia che prenderà nome di Chiesa di Santa Giulia: un’attività instancabile, che si associa alle cure per le proprietà agricole nelle Langhe trasformate in modelli di viticoltura moderna.
La marchesa muore nel 1864, ma le opere intraprese non si arrestano: Giulia di Barolo lascia infatti l’intero patrimonio di famiglia all’Opera Pia Barolo, un’istituzione pubblica di assistenza e beneficienza di cui lei stessa ha curato nei dettagli lo statuto e le cui principali finalità sono la carità, la beneficenza e l’istruzione.
SAN GIOVANNI BOSCO
Nel corso del secondo Ottocento le iniziative benefiche si moltiplicano con il denominatore comune di “assistere” e, insieme, “reinserire”. Quando la Torino capitale politica lascia il posto alla Torino capitale industriale diventano prioritari imparare un mestiere, acquisire manualità, alfabetizzarsi.

In questa prospettiva nasce nel 1849 il “Collegio Artigianelli”, di cui nel 1866 diventa rettore don Leonardo Murialdo (1828-1900): è lui a dotare l’istituto di laboratori per insegnare ai giovani poveri o abbandonati il mestiere di fabbro, falegname, tipografo, legatore, e via via tutte le professionalità richieste dalla nascente industria cittadina; ed è lui a fondare nel 1873 la Congregazione di San Giuseppe, per dare continuità alla sua opera educativa. Iniziativa laica è invece la “Casa Benefica per giovani derelitti”, dove dal 1889 sono ammessi giovani abbandonati tra i sette e i sedici anni: alla “Benefica” si studia e si lavora, e l’istituzione provvede a trovare impiego al termine del percorso educativo.
La figura centrale è tuttavia quella di don Giovanni Bosco (1815-1888), canonizzato nel 1934 da Papa Pio XI, definito da Urbano Rattazzi “la più grande meraviglia del XIX secolo”. Nato in una famiglia contadina della provincia di Asti, sacerdote giunto a Torino nel 1846, egli è il simbolo di un cattolicesimo arcaico ma dinamico, che dalle solide tradizioni della campagna si tuffa nel crogiuolo dell’urbanesimo e della prima industrializzazione: da questo quadro ambientale, don Bosco trae le suggestioni per creare istituzioni in cui cerca la sintesi tra i valori del mondo contadino e quelli della realtà urbana.

Il suo è un lavoro instancabile in cui getta le fondamenta di un piccolo impero, fatto di ordini religiosi, oratori, società di mutuo soccorso, laboratori artigianali, fabbriche, movimenti missionari: ma è soprattutto nelle attività assistenziali rivolte ai giovani che egli esplica la sua missione. In tempi in cui la pratica cattolica corrente è rivolta all’educazione dei cuori, Giovanni Bosco propone un modello pedagogico che esalta l’educazione della volontà e dell’intelligenza, la disciplina dei sentimenti e l’autocontrollo, affidando questa cultura severa a un’allegria collettiva che ispira la vita quotidiana dei suoi ragazzi.
Con pari forza, riflettendo le attitudini della nascente società industriale, egli afferma il valore del lavoro come segno di dignità personale e lo pone a fondamento dei suoi laboratori artigianali, primo nucleo di quello che diventerà il grande patrimonio delle scuole professionali salesiane. Come abbiamo visto, non si tratta di idee e percorsi del tutto originali a Torino: ma certamente è nuovo il carattere imprenditoriale con cui don Bosco conduce le sue iniziative, l’etica attivistica predicata e praticata, le alleanze sociali costruite.

Dalla reclusione degli indigenti dello “Spedale di carità” al filantropismo benefico di inizio Ottocento e agli istituti salesiani, sono passati centocinquant’anni, ma la prospettiva si è capovolta e l’assistenza si è coniugata all’imprenditorialità: non a caso un giovane Vittorio Valletta, nel 1909, in un’esercitazione sul tema “cooperazione e mutualità sociale”, addita don Bosco come esempio per la solidità della struttura creata, la molteplicità delle funzioni, il contributo alla crescita morale e materiale delle classi più umili.
DALLA STORIA ALL’ATTUALITÀ
Il modello torinese di solidarietà attiva non si esaurisce nel XIX secolo e si ripropone anche quando le funzioni assistenziali sono assunte dallo Stato. Nell’immediato primo dopoguerra protagonista è Pier Giorgio Frassati (1901-1925), che proviene da una famiglia dell’alta borghesia cittadina, ma dedica le sue energie a opere di carità e di assistenza ai bisognosi.
In tempi più recenti, quando al centro dell’emergenza sociale sono stati posti gli emigranti, sono emerse figure come Fredo Olivero, prete di frontiera da sempre dalla parte degli umili, volto storico dell’Ufficio Pastorale Migrantes dell’Arcidiocesi di Torino; come Ernesto Olivero, un ex bancario che nel 1963 fonda il Sermig (Servizio missionario giovanile) fissando la sede nell’ex grande Arsenale torinese (ribattezzato “Arsenale della pace”), centro di accoglienza per extracomunitari, ma anche laboratorio per cooperative di persone “svantaggiate” (ex carcerati, disabili, malati psichici); come don Piero Gallo, per decenni il “prete di San Salvario”; o come don Luigi Ciotti, che nel 1974 fonda il Gruppo Abele e, partendo dall’assistenza ai tossicodipendenti, allarga gli interessi saldando il tema del loro recupero a quello del rispetto della legalità, sino a diventare un riferimento di democrazia riconosciuto in tutto il paese.
