C’è un film del 1997, Made in Hong Kong, scritto e diretto da Fruit Chan (pseudonimo di Chan Gwo), che non è solo un film bellissimo, ma il racconto di un mondo a metà tra un passato ingombrante e un futuro inevitabile, entrambi schiacciati tra impero britannico e Cina. Un mondo fatto di tante cose, ma soprattutto di solitudine. Un termine (e un problema) oggi più che mai attuale, in oriente come dalle nostre parti. Fa specie spegnere la TV, dopo Fruit Chan, a distanza di quasi trent’anni, accendere il tablet per guardare un video di Progetto Happiness, e vedere Giuseppe Bertuccio D’Angelo che esplora le “case bara” di Hong Kong. È doloroso immergersi insieme a lui in un mondo in cui le persone vivono in meno di un metro quadrato, abbandonate a sé stesse, nonostante spesso abbiano lavoro e introiti (evidentemente non sufficienti). Made in Hong Kong sembra quasi un posto carino al confronto (quasi), almeno c’è un po’ di poesia (e molto più spazio).
Le “case bara” di Hong Kong non sono solo un’inumana declinazione dell’abitare, ma il simbolo della sconfitta di un certo tipo di economia e, allargando, di un certo genere di società individuale, in cui la solitudine e la marginalità diventano talmente presenti da essere scontate, normali, inevitabili. A distanza di millenni dall’animale sociale di Aristotele, proprio in questo XXI secolo fatto di connessioni illimitate e globali, ci siamo dimenticati di quanto il contatto e la possibilità di non essere soli siano tra i principali nutrimenti umani. È davvero così?

Sicuramente in larga parte sì. L’Economist qualche tempo fa ha definito la solitudine come la “lebbra del ventunesimo secolo”, stimando che in un paio di anni, specialmente nei Paesi più “sviluppati”, una persona su due potrebbe soffrire di solitudine. Emblematico è il caso del Giappone, uno degli stati più floridi e innovativi del mondo, in cui la solitudine sta diventando uno dei principali problemi nazionali. Un esempio? Il kodokushi, fenomeno sempre più diffuso riguardante morti solitarie scoperte tempo e tempo dopo la tragedia. Altro esempio? L’hikikomori, fenomeno globale per eccellenza di isolamento sociale volontario.
Se ci pensiamo, già nel 1976 Martin Scorsese metteva in scena, con Taxi Driver, il fenomeno della solitudine urbana, a New York; ma, se può essere un’attenuante, perlomeno Travis Bickle era un veterano di guerra già alienato di suo, a cui il degrado della città dava impietosamente il colpo di grazia. Scorsese ritraeva fin da allora un sogno americano esaurito, stritolato non tanto dall’assenza di un’economia profittevole quanto da un’umanità appassita. Quando proprio un’umanità fertile, più del soldo, era stata alla base di un secolo di spinta emotiva a stelle e strisce. Capace poi di generare nel mondo lo stracitato “sogno americano”.
Quindi, che succede? Ci sentiamo più soli perché sono finiti i sogni? O perché siamo pochi intorno alla tavola? O ancora perché preferiamo ordinare su Amazon piuttosto che comprare nei negozi? O, forse, perché non abbiamo più santi in cielo né idoli al cinema? O, magari, tutte queste cose insieme più tantissime altre? Come a scuola, probabilmente il risultato è dato dalla somma degli addendi; ma, sempre come dietro ai banchi, anche da ciò che sottraiamo durante l’operazione.

Abbiamo deciso di parlare di solitudine in questo servizio perché una Torino Sociale dovrebbe essere anzitutto una città in grado di creare spazi in cui vivere, e non vuoti nei quali affogare. Una Torino Sociale significa un’urbe fatta di relazioni, connessioni, percorsi comuni che diano a tutti o quasi la possibilità di trovare un proprio posto, piccolo o grande che sia. L’oggi ha sempre radici nel passato. La solitudine ha cambiato volto, ma esiste da sempre, e Torino, da secoli, prova a rispondere a questa piaga. Basti pensare alla Marchesa Giulia di Barolo che, dalla fine del ’700, dedicò la propria vita alle donne emarginate, o a Giuseppe Benedetto Cottolengo che accolse malati e persone senza alcun sostegno dando origine a una delle opere più simboliche della città. Così anche Casa Benefica, istituzione nata nel 1889 da Luigi Martini che, insieme ad altri imprenditori illuminati, comprese la necessità di prendersi cura dei ragazzi rimasti soli, allora soprattutto orfani, per dare loro educazione, protezione e un tessuto familiare in cui crescere. Da allora Casa Benefica continua la sua opera rispondendo alle fragilità e alle solitudini del suo tempo attraverso l’apertura di una Casa Rifugio per donne vittime di violenza, Comunità mamma-bambino per quei nuclei che si ritrovano in momenti di grande fragilità e senza appigli a cui aggrapparsi. Oggi, al pari di Casa Benefica, sono tante le realtà che provano a portare vicinanza e soluzioni all’interno di situazioni di difficoltà. Un impegno che, specie in una Torino Sociale, è doveroso raccontare; soprattutto perché, come detto, tra le motivazioni dietro la proliferazione della solitudine, oltre alle cose che facciamo, c’è un lungo elenco di azioni che non mettiamo colpevolmente in pratica.
E poi c’è la cultura. Quella in cui cresciamo e in cui siamo immersi, quella del silenzio e di una dignità che spesso passa dall’essere una protezione a un peso che trascina a fondo. Quella delle “case bara” in cui tutto sembra normale; e dei sogni, americani e non, che ci portano a vergognarci di ammettere che siamo ormai svegli da un pezzo. Ecco, probabilmente (a volte, non sempre) la spirale della solitudine si rompe uccidendo la vergogna annidata nel gesto di chiedere aiuto. Si rompe rovesciando le prospettive oscure, raccontando, esponendo i problemi, tornando a considerare inumano ciò che manca di umanità; come un animale sociale privato della sua socialità.
