«Le parole gentili possono essere brevi e facili da pronunciare, ma il loro eco è davvero infinito» (Madre Teresa di Calcutta).
Gian Burrasca, per chi non ha avuto il privilegio di crescere con Rita Pavone, si chiamava in realtà Giannino Stoppani. Il soprannome se l’era guadagnato sul campo, a forza di disastri quotidiani. Io ne ero la versione domestica: non passava giorno senza che non combinassi qualcosa. La gestione delle emergenze era affidata a mia madre, che applicava un sistema collaudato: lancio della ciabatta (pena lieve, evitabile con buoni riflessi) oppure doppio ceffone (pena grave, danno critico, effetto criceto garantito: guance gonfie non dovute al trasporto del cibo). Un metodo educativo spartano, ma efficace.
Eppure, in mezzo a questo caos, c’era una cosa non negoziabile: l’educazione. Una sola regola, madre di tutte le altre: il rispetto. E tre parole semplici solo all’apparenza: buongiorno, per favore, grazie.
Il buongiorno, al mattino, usciva in automatico. Non era un’opzione, ma un riflesso condizionato. Il mi compri le Brooklyn? arrivava sempre accompagnato da un per favore, pur sapendo che nove volte su dieci la risposta sarebbe stata un secco no. Il grazie, poi, era istintivo. Quasi fisiologico. Come respirare.
Oggi queste parole sembrano sparite. Evaporate. Le trovi forse sulla Treccani, tra i reperti archeologici della lingua italiana, accanto al congiuntivo usato correttamente.
Mi capita sempre più spesso di assistere a scene surreali: gente al bancone del bar che chiede un caffè! con il tono di un ordine militare. E io lì a pensare: «Ma chi sei, esattamente? Il socio occulto del locale? Il barista ti deve dei soldi?». Perché, sorpresa: pagare non ti trasforma automaticamente in una persona civile. Anzi, diciamolo: un buongiorno, un per favore e un grazie potrebbero evitarti, che so, uno sputo creativo nella tazzina. Così, per dire.
Quando entro da qualche parte saluto perché penso sia normale e, immediatamente, scatta il panico: sguardi sospetti e silenzi imbarazzati mi circondano come avessi appena confessato un crimine. La certezza matematica? Nessuna risposta. Ormai dire buongiorno è un atto sovversivo.
Per fortuna qualcuno resiste. Ad esempio la cameriera del cocktail bar che, dopo aver preso l’ordinazione, mi sente dire per favore, si illumina e mi confessa: «Guardi, è davvero apprezzato». E lì capisco tutto. Che siamo arrivati al punto in cui la buona educazione sorprende come un evento raro, tipo la cometa di Halley.
La verità è molto semplice: non siete autorizzati a essere maleducati. Non è una libertà, è una scusa. Siete invece obbligati a essere rispettosi. E no, non serve un corso avanzato: bastano tre parole. Buongiorno, per favore, grazie.
Che la buona educazione sia con voi.
