«La moda passa, lo stile resta», lo ha detto Coco Chanel. Beata ingenuità, mia cara: se ti riportassi in vita per un giorno, mi supplicheresti di rimandarti indietro perché oggi il mondo della moda è un girone infernale e lo stile è solo un ricordo (forse neanche più quello). Eppure solo pochi decenni fa, diciamo negli anni ’50 e ’60, Roma non era solo un set cinematografico a cielo aperto, ma una passerella globale. Dive, principesse e regine dello stile calcavano le vie della capitale come fossero tappeti rossi. Audrey Hepburn e Ingrid Bergman passeggiavano ai Fori inseguite da fotografi (avete capito bene influencer? Inseguite…) per rubare lo scatto da copertina. Ava Gardner faceva shopping dalle sorelle Fontana. La città eterna era la fucina dell’alta moda e conquistava il jet set internazionale. Il Made in Italy? Non nasceva, esplodeva.
Ecco il mio poker d’assi dei grandi della moda di quel periodo. Sono in parte certa che la maggior parte di voi non abbia la più pallida idea di chi siano, ma per fortuna ci sono io…
Liz Taylor? “Non il mio tipo”. Hepburn? “Troppo perfettina”
Emilio Schuberth, ovvero il “sarto delle dive”. Vestiva Sophia Loren, Soraya, Bette Davis e Gloria Swanson come fossero sue creazioni, non clienti. Alto un metro e una mela, ma con un ego che occupava tutta la stanza. Ogni passerella era spettacolo, ogni abito un coup de théâtre. Le sue spose lo scrivevano sugli inviti come se bastasse il suo nome a garantire il lieto fine: “L’abito sarà di Schuberth”. Pioniere del prêt-à-porter con la sua linea Miss Schuberth, e con un debole per il colore rosso fuoco prima che diventasse il marchio di Valentino. A proposito: Valentino? Allievo suo.
Fernanda Gattinoni, per molti Madame Fernanda, una delle più sofisticate e intraprendenti firme dell’alta moda italiana. Gelida come un igloo, ma con una mente vulcanica. La sua eleganza è anche la sua firma: niente piume, niente orpelli, solo l’essenziale. Liz Taylor? “Non il mio tipo”. Hepburn? “Troppo perfettina”. Ma grazie a lei Madame Fernanda rilancia lo stile impero qualche mese prima di Dior. Dimenticavo, dietro l’abito nero di Anita Ekberg ne La Dolce Vita c’è il suo zampino…
Roberto Capucci, genio assoluto ed enfant prodige della moda romana. Non ama essere definito couturier, ma sarto. A 20 anni apre il suo primo atelier e a 26 è già il miglior stilista d’Italia. Le sue creazioni non sono abiti ma sculture di tessuto. Amato da Dior, acclamato da Vogue America, veste solo le divine e il resto del mondo non conta niente. Tra le sue creazioni più celebri l’abito Nove Gonne del 1957 che dopo 68 anni ricompare in tutta la sua magnificenza indossato da Lily Collins in Emily in Paris.
Le Sorelle Fontana: Zoe, Micol e Giovanna. Dalla provincia al vertice dell’alta moda. Vestono Linda Christian, Jackie Kennedy, Grace Kelly. Iconico il “pretino”, abito casto e al tempo stesso provocatorio, indossato da Ava Gardner, diva celebre per il suo sex appeal, che ha saputo fondere sacro e profano. Anticipano i tempi con prêt-à-porter, accessori, profumi, e creano quello che adesso chiamiamo branding. Cedono il marchio nel ’92, ma il nome resta leggenda.
Roma, insomma, non era solo Cinecittà, era il centro della bellezza e della creatività più pura. Un’epoca irripetibile, sì. Ma anche un dito medio al presente.
Che lo stile sia con voi.
