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Alessandro Perissinotto

e l'arte del narrare

di GUIDO BAROSIO

La narrazione è il suo mestiere. Il laboratorio di Alessandro Perissinotto – torinese, 55 anni – prevede romanzi (ne ha scritti 16, il primo pubblicato nel 1997), articoli (collabora con La Stampa e Il Mattino), ma anche laboratori di scrittura e docenze: insegna teoria e tecniche della scrittura al DAMS, editoria per ragazzi a Scienze dell’Educazione, storytelling a Scienze della Comunicazione e, allargando gli orizzonti, sociologia dello sport a Scienze Motorie. Il suo ultimo libro – ‘Il silenzio della collina’ (Mondadori, 2019) – mescola romanzo e cronaca agghiacciante, riportando alla luce un fatto cupo e drammatico realmente accaduto nella campagna piemontese del 1968. Maria Teresa Novara, tredicenne, è la prima donna rapita nell’Italia repubblicana. Vittima di delinquenti e balordi (ma non solo), viene tenuta prigioniera in una cantina e lungamente abusata. Morirà poche ore prima della possibile liberazione e la sua storia mette a nudo la cattiva coscienza di un mondo barbaro e bigotto, al punto che la povera ragazza viene bollata come ‘donna di facili costumi’. «La mia è una ‘non fiction novel’: tutto è vero ma lo narro in modo romanzesco – ci spiega Alessandro Perissinotto – Questa vicenda è di una tragicità assoluta perché venne oscurata la verità: la ragazza non poteva essere una vera vittima. Il mio è un romanzo sociale, scritto per denunciare le amnesie della storia».

Veniamo al tuo modo di narrare. Quelli della nostra generazione hanno iniziato a scrivere con la penna stilografica e oggi si muovono nel digitale, dove si può lavorare infinitamente sul testo. Cosa cambia nella creatività?

Amo la torinesità e quei valori che non si sono mai persi, come la discrezione, il garbo e la cortesia. E poi amo quell'effervescenza che l'ha caratterizzata negli ultimi 30 anni e che dimostra ancora di poter resistere

«Dal punto di vista tecnico, penso quasi nulla.Chi scrive in modo lineare come me continua a farlo, chi preferisce procedere a zig zag anche. Quello che cambia è il contesto, l’accesso alle informazioni. Gli scrittori dell’Ottocento, se parlavano della Tour Eiffel, la descrivevano minuziosamente, oggi è inutile, tutti conoscono la Tour Eiffel. Nella scrittura contemporanea i luoghi vengono raccontati in modo emozionale, ed è quello che i lettori cercano».

Nel romanzo poliziesco paga la serialità, come mai ci affezioniamo ai commissari?

«Il commissario è rassicurante. Deve essere rassicurante e possibilmente non cambiare mai. Pensa a Maigret: è stato protagonista di 75 romanzi ma non è mai invecchiato. Lo conosciamo che non è più giovane, intorno a lui il tempo passa, gli oggetti che usa sono sempre più moderni, ma, apparentemente, ha sempre la stessa età».

In letteratura, e anche al cinema, il male, la morte, l’omicidio esercitano un fascino costante. Come mai?

«Nelle culture di tutti i luoghi e di tutte le epoche esistono due misteri: quello dell’amore e quello della morte, ed è quest’ultimo a essere il più attraente. L’antropologo Geoffrey Gorer, nel suo saggio ‘La pornografia della morte’, ci spiega bene questo desiderio umano, dove ciò che rimuoviamo lo vogliamo andare a vedere. E questo si accentua in una società dove la morte è nascosta, negata, resa invisibile, mentre ancora meno di cento anni fa era una componente quotidiana della nostra esistenza».

Il giallo e non solo. Perché oggi cerchiamo sempre di più la letteratura d’intrattenimento e di genere?

 «L’aristocratico dell’Ottocento dedicava lunghe ore alla lettura: il suo tempo e la sua agiatezza glielo permettevano. Oggi abbiamo ritmi frenetici e, spesso, il tempo per la lettura è legato a poche ore prima di andare a dormire. Quindi cerchiamo qualcosa che ci appaghi e ci rilassi, ci dedichiamo meno volentieri a testi impegnativi».

A Torino c’è una nutrita scuola di autori della medesima generazione. Come mai?

«Abbiamo ottenuto risultati interessanti negli anni Duemila, ma ci siamo formati in quel grande laboratorio urbano che furono gli anni Novanta. E non solo per la scrittura, ma anche nella musica, coi Subsonica e altri gruppi. Erano gli anni di grandi eventi come il Salone del Libro e il Salone del Gusto, gli anni dei Murazzi e del primo Quadrilatero Romano. Una Torino che è piaciuta molto non solo ai torinesi ma agli intellettuali di tutta Italia, tutto quello che partiva da qui faceva tendenza».

Che cosa ami particolarmente di Torino?

«Amo la torinesità e quei valori che non si sono mai persi, come la discrezione, il garbo e la cortesia. E poi amo quell’effervescenza che l’ha caratterizzata negli ultimi 30 anni e che dimostra ancora di poter resistere. Rispetto ad altre città più blasonate, Torino ha un grande centro storico con una vitalità diffusa, in particolare durante l’estate: ti puoi muovere dal Quadrilatero a Vanchiglia, da Borgo Dora a San Salvario e trovi sempre qualcosa di interessante. Peccato per i Murazzi, sono stati colpevolmente svuotati e ora sono deserti, ma non per questo più sicuri».

Torino sta regredendo?

«Purtroppo non c’è più la medesima energia, anche per le scelte sbagliate degli ultimi due anni. La strategia di puntare sulle periferie a discapito del centro si è rivelata pura demagogia. Le periferie hanno sicuramente dei problemi, ma pensare di risolverli portando qualche piccolo evento isolato non ha alcun senso. Invece serve un grande centro aperto, inclusivo, con eventi negli spazi aulici – ricordo Beethoven in piazza San Carlo e le prime edizioni del Jazz Festival – offerti a tutti i torinesi. Anche gli abitanti delle periferie hanno il diritto di godersi il centro. Invece, oggi si sceglie di lasciarli ghettizzati nel proprio quartiere, con qualche briciola di cultura. E in centro non si fa più nulla, tirando una riga su 30 anni di storia belli e vitali».

Un luogo di Torino dove andare a vivere?

«Falchera vecchia sarebbe uno spazio bellissimo da colonizzare positivamente. Potrebbe essere la factory del futuro per giovani artisti e creativi».

Oltre alla famiglia, i tuoi grandi amori?

«I nostri cinque gatti. Sono componenti a tutti gli effetti della famiglia. I gatti hanno una sensibilità incredibile, colgono sempre il tuo stato d’animo».

Il libro che non hai scritto e vorresti scrivere?

«Il mio sogno è scrivere un romanzo umoristico. Per ora quelle corde le tocco solo negli articoli, ma sono certo che mi verrebbe bene».