Nell’autunno delle ATP Finals 2024, dell’arte, di Martin Scorsese e dell’atteso Torino Film Festival, celebriamo l’enogastronomia torinese con un format atipico, uno speciale food autunno in versione alfabeto. Cosa andremo a proporre dunque? È molto semplice, ad ogni lettera dell’alfabeto (quello inglese perché siamo cosmopoliti) affiancheremo un piatto, un locale, un concetto, un consiglio culinario… ovviamente torinese, per “mappare” in modo un po’ inconsueto l’anima food della città. Nota bene: costruimmo un articolo simile tempo fa (non tutto dedicato al food), quindi cercheremo di non ripetere le stesse voci (per questo ad esempio alla “z” non troverete l’amatissimo zabaione). A questo punto, come in ogni alfabeto che si rispetti, partiamo dalla “a”, e senza indugi diciamo…

A come Agnolotto, probabilmente il vero cult dei primi torinesi. Noi li amiamo sempre: “puri”, rossi, al sugo d’arrosto. Sono diversi i luoghi in cui mangiarli buoni in città. Rocco Moliterni ne scrisse un bellissimo ritratto, descrivendoli anche come ricetta sostenibile e anti-spreco ben prima che fosse di moda parlarne…
B come Birra, perché la prima spillata tutta italiana fu a Torino, zona Campidoglio, oltre un secolo fa. Lì in zona oggi ci trovate Dogana (via Rocciamelone 12), una bella birreria. Ma in generale Torino è una delle città con più pub e birrerie d’Italia, retaggio del dopolavoro operaio e oggi orgoglio cittadino. Chiedete ai torinesi: ognuno ha il proprio pub.
C come Caffè, non nel senso di bevanda, ma come luogo di ritrovo, idee, edonismo e perfino rivoluzioni. Noi qui citiamo il redivivo Caffè San Carlo, l’altrettanto redivivo Caffè Platti, l’ormai internazionale Farmacia del Cambio, l’iconico Al Bicerin, l’hipster Orso Laboratorio Caffè, il frizzante Beatrice, il candido Samambaia, il classico Caffè Maggiora (ma sono molti di più).
D come Da Gino (via Monginevro 46), ovvero uno dei tre posti migliori in città in cui mangiare la pizza al padellino. E quindi un ottimo pretesto per parlare di pizza al padellino (o tegamino) che come la facciamo noi torinesi nessuno mai. Buona, croccante, gustosa, unica. Insieme a Gino, per noi, sul podio ci sono Michi (via San Donato 38) e il Cavaliere (corso Vercelli 79), metteteli voi in ordine.

E come Enoteca, che spesso e volentieri è “con cucina”, perché l’aperitivo (quello bello) è roba nostrana. Noi vi indichiamo Orma Vini (via Sant’Ottavio 52), Vinarium (via Madama Cristina 119), Piattini Caffè & Vini (via Corte d’Appello 9), Litro (Galleria Umberto I), Dispensa in Galleria Subalpina (che però non vi dà da mangiare). Naturali, super piemontesi, da far bella figura o da stappare con gli amici… esistono vini per ogni esigenza. E gli scaffali sono come libri da sfogliare, ma è la bottiglia che sceglie il mago, Harry.
F come Fortuna, che a Torino quando apri un locale serve, ma non basta. Chi ce la fa qui ha talento, competenza, idee. Torino segue le mode fino a un certo punto, per questo Franchino Er Criminale l’ha apprezzata molto: “Torino non è da foodpornari” dice. E meno male. Chiaro, anche noi ogni tanto qualche “scivolone” ce lo concediamo, ma su una cosa siamo sicuri: una bella guancia brasata vincerà sempre su una bomba al pistacchio (sia lodato Scannabue, largo Saluzzo 25).
G come Gardenia, ovvero quel bel ristorante che chef Mariangela Susigan ha con dotto alla doppia stella Michelin (una “classic” e una verde). Il Gardenia, a Caluso (quindi lieve fuori porta), è una reference ideale per una cena stellata tra qualità, sapienza, erbe spontanee e fiori eduli a un prezzo onesto; un festival di colori e sapori non sempre (colpevolmente) raccontato come si dovrebbe. Quindi interveniamo noi a dirvi di metterlo in wish-list.

H come Hamburger, forse uno dei più celebri cibi al mondo. Ce ne ha addirittura parlato Francesco Costa nella sua intervista su un vecchio numero del magazine (e pensare che stavamo trattando di geopolitica…). Ma a Torino, dove si mangia un buon hamburger? Da Rock Burger (via Roero di Cortanze 2), da Smashy (via San Massimo 5), da M** Bun (in varie sedi), da Hambre Burger (via Montebello 2) o in uno dei due point di Skassapanza. Poi chiaramente ognuno ha i suoi prefe.

I come Isola, che non è quella che non c’è e nemmeno quella del tesoro, ma il nome di una bella enoteca con cucina (rieccole) in San Salvario. L’indirizzo è via Goito 15, e il sottotesto parla di “bar con cucina, burger e vini naturali”, un bel mix, magari non per tutti, ma che introduce a un posticino davvero interessante in cui provare un aperitivo o una cena. Se lo conoscevate bene, se no appuntatevi il consiglio perché merita.
J come Jazz, uno stile musicale, un mood di vita che i torinesi hanno imparato ad amare. Il Torino Jazz Festival è diventato un punto di riferimento per gli appassionati del genere a livello europeo… Ma quello che più ci piace è che il jazz viva in città, specie in primavera, in maniera diffusa: nei locali, nelle piazze… Noi vi suggeriamo Rabezzana: sia l’Osteria di via San Francesco d’Assisi che la Vineria di via Monferrato; per mangiare il Piemonte e ascoltare buona musica.

K come Kensho, ovvero il nostro ristorante giapponese preferito in città. Chiaro: si tratta di cucina d’alta classe, un giapponese d’alto rango che ha poco da spartire con i tanti “colleghi” in città. Costa quello che costa (cioè abbastanza), ma quella di via dei Mercanti 16 è un’experience da fare se si ama la cucina in generale. Per stupirvi e divertirvi, dritti sul menù Omakase. Torino ha tanti, ma tanti luoghi di brillante gastronomia.

L come LAO, perché in via Barbaroux 25 qualche tempo fa ha aperto il figlioletto di Oh Crispa!, ovvero una della realtà gastronomiche cinesi più interessanti della città. Una sorta di instant cult che in qualche anno, tra ravioli e paste varie, aveva conquistato un po’ tutti (guide comprese). LAO è l’evoluzione di quel progetto, ne ha raccolto l’esperienza, diventando un nuovo tempio della cucina casalinga cinese in città.
M come Murazzi, che non sono certamente più quelli di tanti anni fa, ma questa estate li abbiamo visti rinati. Ci siamo quasi commossi. Abituati come eravamo a una preoccupante desolazione. Ne riflettevamo una sera di settembre: ci sono le birre di Edit, il sushi da Bomaki, le serate al Capodoglio, i tavolini appoggiati sul fiume con le lucine carine… Che bello rivedere i Murazzi vivi, sicuramente cambiati, ma nuovamente accoglienti e spettacolari come dovrebbero essere.

N come Napoli, e cosa c’entra con Torino? In realtà molto, e non solo per la storica emigrazione made in Fiat, ma soprattutto per la pizza. In città il vaso delle pizzerie è colmo da parecchio: basse e scrocchiarelle, al padellino, gourmand… Esistono di ogni tipo, ma numericamente sua maestà resta la pizza “napoletana” (perfino Sorbillo e Da Michele ci hanno scelto), Tanti sono gli esponenti di livello… ma non ci mettiamo a elencarli se no facciamo mattina. Tutta questa abbondanza ha portato diversi pizzaioli a sperimentare, e stanno nascendo realtà molto curiose. Il consiglio è: buona la napoletana, ma andate anche oltre.

O come Osteria Antiche Sere, via Cenischia 9, zona Cenisia: un luogo di culto più che un’osteria. Parafrasando Gol D. Roger: «Prenotare? Provateci pure. Vediamo se qualcuno di voi ci riuscirà!». Scherzi (più o meno) a parte, Antiche Sere è una piola cittadina in cui mangiare benissimo la tradizione piemontese. Punto. Un format semplice diventato monumento cittadino. Il tutto in un quartiere sicuramente non centrale. Perfino la Michelin ce l’ha in lista, la domanda quindi è: come fate a non avercela voi?
P come Piola, parli di Antiche Sere e spunta la piola. Cos’è? È la nostra osteria, ma anche trattoria, e perfino di più. Insomma un patrimonio da valorizzare, e in questo senso di recente è stato fatto molto. Coco’s, Trattoria Lauro, Le Ramine, Barbagusto, Caffè dell’Orologio, Da Celso, Piòla d’le 2 Sorele, Cianci, Madama Piola, Ranzini, Cantine Vittoria… Le piole torinesi oggi non solo tengono botta, ma rinascono, evolvono, danno spettacolo.
Q come Quadrilatero, non solo un quartiere, ma la dimostrazione che con le idee si possono generare belle identità cittadine. Un tempo il Quadrilatero era tutt’altro rispetto a oggi, ma un ambizioso progetto l’ha diametralmente mutato. Oggi è uno dei tratti più affascinanti della città, luogo di locali, ristoranti, movida, mercatini, sperimentazioni. Posti come Vermuttino (via Bonelli 16) aprono proprio al Quadrilatero, servendo e narrando la poesia del nostro amato vermouth… E non può essere una coincidenza.
R come Razzo, quello che ci porta nello spazio, quello dei fumetti, simbolo di potenza e libertà, ma anche di tecnica. Quando ha aperto in via Doria 17, Razzo si prometteva come ambasciatore di una bistronomie spettinata e audace, piemontese sì, ma orgogliosamente cosmopolita. Oggi è un riferimento cittadino, in cui mangiare bene, stupirsi, divertirsi. Tutti lo conoscono e tanti lo imitano. A Razzo il plauso di aver spiegato ai torinesi che si-può-fare, come in Frankenstein Junior (capolavoro che quest’anno ha compiuto 50 anni, auguri!).
S come Sushi di carne, perché a noi piemontesi la carne piace davvero. La mangiamo cruda (per info chiedere a battuta di Fassona e salsiccia di Bra) da ben prima d’essere invasi dai giapponesi. Di conseguenza non potevano non nascere a Torino diversi ristoranti dedicati al sushi di carne, alcuni decisamente intriganti. Il classico e pioniere? Sushi del Maslè (via Mazzini 37). La novità interessante? Sushi del Manzò (via Gramsci 1). Piccolo appunto: troviamo anche nomi diversi dai…
T come Taverna greca, così ne approfittiamo anche per qualche consiglio vacanziero. Belle le isole greche, ma se volete tastare un po’ di cultura ellenica real esplorate Salonicco, l’entroterra, l’antica Macedonia… e lasciate stare Santorini (seppur bellissima). Noi amiamo la cucina greca; a Torino i ristoranti deputati a esplicarla correttamente sono diversi: Greek Passion in corso Francia, Greek Food Lab in via Berthollet… Ma per noi la vera Taverna Greca, chiassosa e abbondante come deve essere, è solo una: via Monginevro 29.

U come Uva, e questa lettera ci vale come un doppio consiglio. Uno è facile e riguarda appunto l’uva e il vino, e in particolare i tanti eventi che Torino dedica al settore: Grapes in Town, Salone del Vino, Vendemmie cittadine assortite… Non fossilizzatevi e vivete a pieno la cultura del vino. Secondo consiglio: parlando di Uva, i veri torinesi non potranno non pensare alla tropézienne della Pasticceria Uva (via S. Secondo 26), vera leccornia e autentico must cittadino. Assaggiatela.
V come Vale un Perù, alfiere di un’altra delle nostre cucine preferite in assoluto. Lo diciamo da parecchio tempo e il successone che sta avendo globalmente la cucina peruviana conferma che ci avevamo visto giusto. Complimenti autoriferiti a parte, se amate la cultura gastronomica internazionale e non conoscete la cucina peruviana, dovete assolutamente colmare la lacuna. Torino in questo senso offre molto, noi per un primo approccio a questo mondo vi segnaliamo un classico: Vale un Perù (via San Paolo 52).

W come Work in progress, che poi è uno dei leitmotiv più divertenti del panorama food torinese; e cioè che non è fermo, ma anzi evolve, cambia e quindi sorprende spesso. Per chi con la proposta gastronomica cittadina ci lavora, può essere faticoso, ma sicuramente stimolante. Torino si aggiorna, cambia, sperimenta. E qualcuno dirà: «Ma se è sempre tutto fermo?!». Peccato non sia così: solo orbi, pigri o malpensanti non si accorgono di quanto fermento covi questa città. Valorizziamolo.
X come X, ovvero il gesto che nega, quello del “non ci siamo proprio” di Franchiniana memoria, tutto il contrario dell’X Factor… Un gesto che fortunatamente a Torino, in termini di ristorazione, pratichiamo poco. La qualità è tanta e diffusa. Pensate al Ristorante La Pista: tetto del Lingotto (quindi location mozzafiato), chef con gran estro (Alessandro Scardina), prezzi onesti… Eppure non è poi ancora così conosciuto. Questo succede perché il panorama è ampio e variegato. Un consiglio? Non smettete mai di cercare.
Y come Yankee, appellativo ironico, e anche un po’ canzonatorio, per definire gli americani. Perché ne parliamo? Perché Torino ha ristoranti greci, peruviani, indiani, georgiani, panlatini, cinesi, turchi, subsahariani… ma non ha cucina degli States. Certo ci sono gli hamburger, ma dove sono i diner, le torte di mele, il caffè lungo, il pastrami newyorchese? Dopo la parentesi America Graffiti, poco altro. E dunque, semi-citando i Coen: «America, dove sei?».
Z come Zappatori, ovvero dove minacciavano di mandarci le nostre madri dopo l’ennesima insufficienza, ma anche una bellissima Trattoria stellata a Pinerolo, guidata dalla mano di chef Christian Milone, un autentico fuoriclasse della cucina piemontese. La Trattoria Zappatori è uno di quei ristoranti relativamente poco nominati quando si parla di cucina nostrana d’alto rango; eppure ha la sua stella Michelin, prezzi adeguatissimi e ci racconta il territorio in modo fine e gustoso. Segnate.
