A Torino da un po’ di tempo spopolano locali che servono i cosiddetti “piattini”. Di cosa si tratta? Di locali che, per cena o aperitivo, servono semplicemente “piattini”, ovvero piatti di dimensione contenuta che incoraggiano condivisione e varietà d’assaggio.
Nell’ultimo anno si sono moltiplicati in città come funghi. Tra i tanti citiamo: Piattini Caffè e Vini, Adelaide!, Strupal, Cou Cou, Rabarè, Ramo d’Oro, Fiammetta Brace Bar, Paltò… Peraltro tutti indirizzi davvero ottimi da mettere in agenda se (stranamente) già non li avete. Ma oggi il nostro obiettivo è un altro, ovvero provare a rispondere alla domanda: ma perché improvvisamente tutti vogliono i piattini? Abbiamo abbozzato una risposta in 10 comodi punti.
- Vuoi per caso, vuoi per fortuna, ma la maggior parte delle insegne che propongono il format sono effettivamente di valore, e questo giova a tutta la categoria.
- Parliamo di realtà giovani, gestite spesso da ragazzi, che, dall’estetica alla proposta, suonano naturalmente più cool, o perlomeno vicine al proprio target di riferimento anch’esso giovane.
- La gente ha voglia di assaggiare/ha paura. Due facce della stessa medaglia. Da una parte abbiamo voglia di sperimentare, provare più gusti… Dall’altra conviviamo con il timore delle nostre scelte (sì, anche a tavola) e scegliere un solo piatto moltiplica le possibilità di “errore”. Mentre i piattini annacquano le chance: è un po’ come puntare su più cavalli.
- Tanti piattini vuol dire condivisione. E solo il cielo sa quanto desiderio di condivisione e contatto ci sia sulle nostre tavole. Un desiderio sia vintage che contemporaneo. Solo che i nostri nonni optavano per i “piattoni”.
- Gli stomaci sono cambiati. Le fami sono diverse. Risultato? Non siamo più letteralmente in grado di mangiare più portate nello stesso pasto. E in questo senso, i piattini danno una notevole mano (da qui anche la moda delle mezze porzioni, il nostro cicinin).
- Tanta scelta, in una società che tende a tutelare il diritto alla differenza (anche di gusto) riduce gli “imbarazzi”. Che siate vegetariani, vegani, agnolottani… tendenzialmente troverete il piattino che fa per voi.
- Capitolo social: tanti piattini, carini e vicini sussurrano anche al meno foodblogger di voi di immortalare il momento per ricondividerlo al mondo.
- Il Piemonte. Già, spesso questi piattini sono smaccatamente piemontesi, o comunque strizzano l’occhio alla tradizione e alla nostra cara merenda sinoira. Sono quindi in qualche maniera confortanti e pure una sorta di avvicinamento a delle radici che coltiviamo poco; e farlo durante l’aperitivo è nettamente più facile.
- Almeno sulla carta i piattini garantiscono totale personalizzazione. Nell’epoca della musica su misura, dei reel calcolati dall’algoritmo/maggiordomo, della vetrina dei film costruita sul calco del nostro subconscio… sogniamo di avere sempre una sorta di sensazione di controllo. Anche a tavola. E i piattini possono essere ciò che vogliamo (specialmente nel numero): roba da sfiorarci l’appetito o stenderci a letto. Decidiamo noi (forse) e ci piace.
- Statisticamente, dove si mangiano ottimi piattini, si beve anche molto bene.
Ecco, in chiusura dobbiamo confessarvi che noi amiamo il più delle volte questi format di piattini, ma allo stesso tempo non siamo proprio contenti di ogni punto sopra elencato. Amiamo la condivisione e la varietà, per dire, però ci piace anche quando i piatti sanno stupire o destabilizzare. Amiamo una tavola realmente vicina a noi, sia chiaro, però non ci dispiace pensare al cibo anche come a un luogo in cui possiamo “sbagliare”, perderci, ritrovarci… Detto ciò, le mode gastronomiche ci descrivono come poche altre wave sanno fare, quindi, forse, la vera domanda non è perché ci piacciono i piattini, ma cosa dice di noi questa tendenza attuale. Pensateci.
Ultima annotazione non richiesta: ragazzi, sono piattini, è giusto che lo siano nella quantità, ma anche un po’ nel prezzo. Non tiriamo troppo la corda…
