Cose dell’altro mondo, non prevedibili, che ci piacciono, o ci saremmo onestamente evitati… Ecco la bizzarra trama del vigente Speciale Food Estate. In questo numero abbiamo parlato (perlopiù in maniera molto seria) delle evoluzioni che Torino deve coltivare nei prossimi decenni, complici il nuovo PRG cittadino, i vari progetti di rigenerazione urbana… Ma noi, quelli dello Speciale Food Estate, ci accodiamo al mood, a modo nostro, guardando sia indietro che in avanti, e stilando la nostra Top 10 cose che 30 anni fa non ci saremmo aspettati dal food torinese. Perché 30 anni? Perché l’ultimo Piano Regolatore Generale di Torino era del 1995 (figurati oggi che ci poteva azzeccare). Perché 10 cose? Perché vanno di moda le Top Ten. Perché questa idea? Perché a volte confrontarsi con ciò che pensavamo sarebbe successo (o non successo), ritrovandosi ad ammettere che forse ci avevamo capito poco, è genuinamente educativo. Tra tante piacevoli sorprese e qualche lecito rammarico… iniziamo!
La gente sa cos’è il ceviche
Non era mica scontato che il ceviche sarebbe diventato nel tempo uno dei nostri piatti preferiti, anzi. Immaginatevi trent’anni fa dire “stasera mi mangerei proprio del ceviche bello fresco”. Internati. Subito. Senza pensarci due volte. Mentre oggi, complice anche una fierissima comunità peruviana a Torino, la nostra città accoglie un ecosistema vastissimo di degne insegne peruviane. Un po’ di indirizzi: Vale un Perù (tra i capostipiti in città), Azotea (principalmente nikkei), Kay (per “aperitivi” d’autore), fino alle “trattorie peruviane”, Uchu Cachi, Terezà e molti altri, senza dimenticare le mitiche “pollerie”, dal Pollo Loco di via Chiomonte a Las Lineas de Nasca, a tutti i restanti.

Gli hamburger si mangiano schiacciati come sottilette
Anni fa se vi avessero detto cose tipo “beh adesso ti schiacciamo l’hamburger”, avreste pensato a uno scherzo di pessimo gusto e pure un po’ offensivo nei confronti del cibo. Oggi invece è assoluta normalità (anche moda) mangiare i cosiddetti smashburger. Ve ne raccontavamo la storia qui. Indirizzi validissimi in città: Supersonic (doppia sede in Aurora e San Salvario), Smashy (un grande classico), Smashers di via Mazzini, SCS Burger (una delle novità più interessanti), Street Smash Burgers (catena internazionale con diverse proposte sui generis). Nota a margine: buoni gli smashburger, ma si possono mangiare anche hamburger “normali”…

Il sushi è parte del lessico familiare gastronomico di tutti
Il sushi a Torino ha conosciuto un percorso gastronomico tutto suo. Agli albori è stato subito amato dalle fasce della popolazione più “cool” (diciamo pure fighette), rigettato dalle generazioni più antiche, abbracciato da branchi di studenti ipnotizzati davanti a diabolici rulli contenenti sushi e altre strane pietanze. Dopo, la situazione si è un po’ stabilizzata (per fortuna). Perfino i sushi AYCE si sono dovuti arrendere all’evidenza che non può valere tutto. Per noi il top in città rimane Kensho, seguito da una schiera di ottimi ristoranti come Shabu e Koi, e da una middle class di cui Osaka in via Rivalta è uno dei maggiori rappresentanti. Per il sushi di carne, si va dal Maslè.

Le piole sono più vive, frizzanti e comunicate che mai
Le piole sono come la radio, Cristiano Ronado e i romanzi rosa: le hanno date per morte ben più di una volta, eppure tornano sempre. Perché succede? Semplicemente perché loro hanno bisogno di noi e noi di loro. Mai come in questi tempi violenti e frettolosi, necessitiamo di luoghi di chiacchiere, serenità, agnolotti e vino in caraffa. La lista è lunga, noi ve ne diciamo un pezzo, voi la completate a memoria come la formazione dell’Italia campione ai Mondiali (bei tempi, sigh): Da Celso, Barbagusto, Antiche Sere, Le Ramine, Madama Piola, Caffè dell’Orologio, Gallina, Piola D’le 2 Sorele, Carmen, Valenza, Trattoria Ala, Coco’s, Cianci, Le Putrelle…

Non valorizziamo al meglio tutte le tradizioni gastronomiche che possediamo
Siamo dotati di un ecosistema food vario e internazionale, però non è abbastanza. O meglio, ci sono tante tipologie di cucina che, nonostante le imponenti comunità rappresentate, non vengono valorizzate come potrebbero. Un esempio? La cucina africana. Parliamo di un continente gigantesco con una biodiversità infinita… eppure a Torino latitano indirizzi di questo genere. Chiaro, ci sono indirizzi validi, vedi il Mar Rosso in San Salvario (ottima cucina del Corno d’Africa), ma la maggior parte dell’offerta gastronomica internazionale verte su suggestioni asiatiche (cinese su tutti) o sudamericane, con indirizzi validissimi, ma si può senz’altro fare molto meglio.
Finalmente le enoteche hanno ottimissime cucine
Ci abbiamo messo parecchio tempo, è vero, ma finalmente anche qui a Torino possiamo contare su enoteche bellissime che sfoggiano cucine altrettanto di valore. E voi direte “sì ma che ci vuole?”: evidentemente parecchio, dato che per anni siamo stati succubi di enoteche che non ti fornivano manco un grissino e locali con buona cucina, ma con selezioni di vini impietose… Tutt’a un tratto Torino si è riscoperta terra di enoteche di gran piatti e ottime etichette. Tanti gli indirizzi validi, non ci stanno tutti qui: CouCou, Strupàl, Cocoi, Sorso, il Canto del Gallo, Verso, Paltò, Magazzino 52, Ailime, il Carlino Ubriaco…

Ci stiamo (in parte) stufando della pizza “napoletana”
Non è colpa nostra quanto di decenni di ricatti gastronomici figli della voglia di emulare più che della volontà di inventare. Il risultato? Pizze “napoletane” spesso mollicce, poco cotte, praticamente indigeribili… In decadi di pizza “napoletana” a Torino molti si sono convinti che fare la pizza buona fosse affare semplice… e mai errore fu più distruttivo. Naturalmente in città sono tantissimi gli indirizzi di buona pizza napoletana, ma che belle le alternative: “di quartiere” (ad esempio l’Oscar Wilde), “nuove” (Finarella, Magno…), i magici padellini (Gino, Michi, il Padellino di corso Vinzaglio…), i tranci goduriosi (vedi Sant’Agostino).

Facciamo ancora la spesa al mercato
Pensavate che dopo trent’anni ci saremmo svegliati tutti i giorni con un pellicano meccanico gestito da un’intelligenza artificiale che ci avrebbe portato la spesa nel becco direttamente sul balcone? Visione orribile e distopica a parte, non è andata affatto così. I torinesi continuano ad andare al mercato, meno che in passato certo (le alternative tra supermercati ed e-commerce sono parecchie), ma i numeri lo confermano: i torinesi continuano a frequentare assiduamente i propri mercati, soprattutto di quartiere (Porta Palazzo, piazza Foroni, piazza Bengasi…).
I ristoranti stellati in città sono pochi
Oggi gli indirizzi torinesi con una stella Michelin sono oggettivamente pochi per una città delle dimensioni e con il background gastronomico di Torino. Ne contiamo una decina scarsa, la metà rispetto a Lione (per dire), e nessuno con una seconda stella. Un numero troppo esiguo, soprattutto se rapportato all’andamento del nostro Piemonte. Larossa, Cannavacciuolo Bistrot, Carignano, Condividere, Del Cambio, Piano 35, Unforgettable, Vintage 1997, La Credenza, Dolce Stil Novo… non possono bastare a Torino. Ecco, trent’anni fa pensavamo probabilmente che ci saremmo trovati davanti a numeri decisamente diversi…

È rifiorito l’ecosistema dei forni belli, giovani e virtuosi
Un elemento cha latitava e che oggi invece è assolutamente risbocciato è il gran bouquet dei forni torinesi, spesso giovani e cool, punk ed eleganti, popolari e talentuosi. Indirizzi come Grano, Spoto, Cibrario, Scarcella, Perino Vesco, Che Pan… Luoghi di pane, pizza, dolci che spesso prendono il nome proprio da chi ha deciso di buttarsi in queste avventure di lievitati, passione e ricerca. Forse una delle wave gastronomiche più soddisfacenti degli ultimi anni.