Il fiore di loto nella tradizione orientale è considerato particolarmente prezioso e simbolico. Una delle metafore buddhiste più famose parla infatti di questo fiore, evidenziandone la bellezza quasi unica, nonostante affondi le proprie radici direttamente nel fango. Quando il fiore di loto sboccia, sopra la superficie dell’acqua i suoi petali sono splendenti e pulitissimi. In qualche maniera “rigenerati” rispetto al fango in cui immergeva le radici, o forse sono così meravigliosi proprio per quel fango: ovvero come risultato del percorso affrontato. La parabola insegna che non bisogna scappare dalle fatiche, perché proprio le sfide sono il “nutrimento” che ci permette di crescere, cambiare e fiorire.
La storia dei produttori di Vinchio Vaglio, nell’astigiano, è una storia sicuramente di fatiche, ma anche di rigenerazione e fioriture; in cui non si parla di fiori di loto, ma del frutto benedetto di Bacco: l’uva. Per risalire alla genesi di Vinchio Vaglio dobbiamo fare un salto indietro nel tempo di quasi settant’anni, più precisamente al 1959 e a una Cantina Cooperativa nata per cercare di dare lavoro, mercato e organizzazione alle vigne di Vinchio, Vaglio e degli altri paesi limitrofi. La vera svolta sopraggiunse però negli anni ’80, quando venne messo in pratica il piano di rivalorizzazione della Barbera, ovvero il progetto “Vigne vecchie”, pensato proprio per cercare di recuperare vigne di almeno 50 anni e dare impulso a una produzione di Barbera di qualità.

La prima annata di quel nuovo corso vide la luce nel 1987, portando prove concrete del buon lavoro svolto fino a quel momento: le fatiche, come per il fiore di loto, avevano fatto fiorire finalmente una Barbera di livello, in linea con il percorso che Vinchio Vaglio aveva in progetto di affrontare. Gli anni 2000 furono poi, in questo senso, l’epoca delle grandi implementazioni tecnologiche di Vinchio Vaglio, sia dal punto di vista della distribuzione che della produzione, senza dimenticare gli investimenti degli ultimi anni rivolti alla sostenibilità e al conseguimento dell’indipendenza energetica.
Un “viaggio” sicuramente lungo e, di conseguenza, composto da tante tappe diverse. Una di quelle più recenti e importanti è datata sicuramente ottobre 2025: Gambero Rosso assegna alla Barbera d’Asti Vigne Vecchie 50 2023 di Vinchio Vaglio i Tre Bicchieri 2026 (massimo riconoscimento della testata più accreditata del settore). Un premio particolarmente emblematico perché conferma il valore di quel percorso iniziato a fine anni ’80; un sogno nato controcorrente, e diventato realtà, che ci parla non di mode, ma della volontà di custodire l’idea di una Barbera d’Asti intesa nella sua espressione più pura, strutturata e fresca, complessa eppure così piacevole.

«Il riconoscimento dei Tre Bicchieri non è per noi un traguardo isolato – ci spiega il direttore di Vinchio Vaglio Marco Giordano – ma una conferma, la testimonianza che la strada intrapresa negli anni Ottanta, quella della valorizzazione dei vigneti storici, del lavoro condiviso e della fedeltà al territorio, continua a dare i suoi frutti».

Noi, per onorare questo risultato, ci siamo arrampicati in quel di Vinchio, per acquistare qualche bottiglia premiata e per esplorare l’altro gigantesco progetto di rigenerazione operato nelle decadi da Vinchio Vaglio: la rivalutazione della Riserva Naturale della Val Sarmassa; tanto cara allo scrittore Davide Lajolo, legatissimo a questa terra. Una bella iniziativa che ha preso forma concreta attraverso i Nidi: un percorso nel bosco, adiacente la cantina, ideato dall’architetto Andrea Capellino, oggi location anche di spettacoli musicali, letture e pic-nic immersi nella natura.
Nonostante la temperatura impegnativa, accompagnati dal presidente di Vinchio Vaglio, Lorenzo Giordano, ci siamo calati tra vigne e cielo, Vescovi e Nidi, barche e scorci panoramici proprio alla scoperta dei luoghi in cui nascono da quasi settant’anni queste splendide bottiglie.

«Ogni tanto credo sia importante fare due passi dentro le vigne, per comprendere da dove nasce il vino che poi ritroviamo sulle nostre tavole – commenta, risoluto, il presidente – Toccare la fatica, le pendenze, il sole, osservare gli acini che maturano… è un bel modo per ricordarsi quanto lavoro c’è dietro le cose. E non vale mica solo per il vino. Io ci penso ogni volta che guardo questa Riserva che tutt’ora proteggiamo contro tutto e tutti. Senza l’impegno delle persone che se ne prendono cura non sarebbe così bella e rigogliosa».

In cima a uno dei colli che risaliamo, tra una vigna e l’altra, c’è una barca: qui milioni di anni fa, infatti, era tutto sommerso; e questa imbarcazione, solo all’apparenza fuori luogo, ci ricorda l’evoluzione di un mondo mai fermo. Ci rammenta pure il titolo di un album dei Subsonica – Una nave in una foresta – e un’espressione spiccatamente piemontese che fa riferimento a “una barca in un bosco” per evidenziare una situazione di spaesamento.
Ma qui, guardando dall’alto lo stabilimento produttivo di Vinchio Vaglio, la sensazione è che quella barca non potrebbe trovarsi in un luogo più adeguato. Così come il presidente che ci conduce tra i citati Nidi e le installazioni dedicate agli scritti di Davide Lajolo, e come l’ospitalità che ci riaccoglie in cantina qualche ora dopo, tra diverse chiacchiere e un calice freddo di Cellino (forse uno dei migliori spumanti qualità/prezzo recentemente assaggiati).

Insomma, cosa ci portiamo dietro da questo piccolo fuoriporta in quel di Vinchio? Sicuramente della doverosa soddisfazione, data dalla visione di storie che se ben costruite possono avere lieti fine (vedi i Tre Bicchieri del Gambero Rosso) e, allo stesso tempo, rosei futuri (Marco Giordano quando siamo passati era a Londra a spiegare la Barbera agli inglesi…).
E poi una consapevolezza particolarmente ingombrante: per rigenerare un territorio servono sicuramente idee, competenze, strumenti, fatiche… ma serve soprattutto tanto affetto. Perché è questo ciò che traspare da qualche ora in vigna: l’immenso amore di Lorenzo, Marco e di tutti coloro che, ieri come oggi, hanno contribuito a costruire il mito di Vinchio Vaglio e dei suoi vini.
(foto FEDERICA BAVA e VINCHIO VAGLIO)