All’interno di un’edizione Speciale Torino Sociale era doveroso chiederci a voce alta: «Cosa significa parlare di cibo sociale?». Ci abbiamo pensato un po’, di fronte a un piatto di polpette del giorno prima riscaldate in padella e, tra un boccone e l’altro, siamo arrivati alla conclusione che trattare di cibo sociale significa tirare in ballo veramente tante cose.
Vuol dire parlare di diritto al cibo, di cibo buono per tutti, del significato stesso di “cibo buono”… e di tanti altri temi. Un grosso, grasso universo di interrogativi che ci ha un po’ sopraffatto… ma le polpette, fortunatamente, sono venute in nostro aiuto (vedi che non erano lì per caso…).
Le polpette sono il cibo del mio cuore. Non per gusto né per particolari scorpacciate: lo sono semplicemente perché mi ricordano mia nonna. Perché mi rammentano di quanto il cibo sia una vicenda più emotiva che biologica; soprattutto per chi ha occidentalmente ormai la pancia piena (chi dice il contrario o ha realmente fame o ci capisce poco).
Qui da noi un cibo per essere definito “sociale” deve assolvere a un ruolo emotivo-culturale che va oltre le materie prime. Deve unire, far incontrare, abbattere le barriere, preservare ricordi. E non basta mica: deve anche emozionare, rappresentare, tramandare, soccorrere, spiegare, domandare, pacificare. Un cibo sociale fa tutto questo e pure di più (incredibile no?), ovvero fa quello che spesso noi (gelidi, lontani, soli) ci dimentichiamo di dover fare, o non siamo direttamente più in grado di fare.

La cucina italiana non è diventata patrimonio immateriale UNESCO perché è buona, ma perché è importante; per noi è un rito, uno spaccato di vissuto, un pezzo senza cui il puzzle non è mai completo. Certo, esiste anche tanto cibo che difficilmente potremmo definire come “sociale”, ma ne parliamo un’altra volta…
Adesso ci sediamo attorno alla tavola e vi raccontiamo di un nuovo Speciale Food, stavolta “Sociale”, per parlare di quei locali torinesi che ci ricordano quanto il cibo sia una questione umana ancor prima che chimica.
Piole: centri di gravità permanente
Ci ricordano da dove veniamo e ci indicano la direzione. Le piole piacciono a tutti, compresi capitani coraggiosi e furbi contrabbandieri macedoni. Perché? Perché hanno avuto l’ardire di crescere e cambiare insieme alla città, senza tradire mai lei e nemmeno sé stesse. Le trovi ancora lì, fiere, diverse, a raccontarci che nulla si crea, nulla si distrugge, tutto si trasforma. E intanto l’anima resta intatta, e il fuoco non si spegne. Le nostre piole sono tante; tre da avere, due classiche e un fuoripista: Da Celso (via Verzuolo 40), Coco’s (via Galliari 28), Madama Piola (via Ormea 6).

Izakaya: allentare la cravatta della vita
Per i giapponesi l’izakaya è molto più di un locale: è una boccata d’aria fresca. Una scusa per riscoprire un minimo di socialità; preferibilmente seduti a un bancone. Un cibo sociale come può non parlare anche di socialità? Soprattutto in un mondo in cui la solitudine fa più vittime di molte malattie. Anche da noi è arrivato l’izakaya (con le dovute differenze), ce lo ha portato Donburi House (diverse sedi in città). Poi questi locali sono spuntati ovunque come funghi. A noi ha stupito anche Sasaki (corso Marconi 7).

Bicchieri mezzi pieni: enoteche luoghi dell’anima
Gli italiani sono forse l’unico popolo al mondo che parla di cibo mentre consuma altro cibo. Per noi vedere il bicchiere mezzo pieno, fisicamente e metaforicamente, può fare una differenza enorme. Per questo celebriamo le enoteche (spesso con cucina) che sono rifiorite in città come splendide piante. Tra tradizionali, indie, esplorative, semplicemente conviviali. Noi le amiamo quasi tutte, e in particolare: Strupal (via Sobrero 28), Orma (via Sant’Ottavio 52), Barbera e Rubatà (via Gropello 21).
Evasioni leggere: brevi fughe per mordere la libertà
Felicità fa rima con libertà e con tante altre parole accentate. A volte puoi trovarla a due passi, in altri casi te ne servono ben di più. Le Langhe non sono dietro l’angolo, ma non sono certo l’Islanda. Spesso a neanche due ore di macchina abbiamo trovato felicità impiattata in grandi vassoi o in piatti d’artista. Il cibo sociale è anche evasione. Rotte da segnarsi: l’estroso ANT (nelle Langhe, a Novello), il Ristorante Moia per i grandi vassoi (a Tonengo, dopo Chivasso), l’Osteria San Giulio a Bellinzago Novarese (soprattutto per la panissa).

Pasta mon amour: tornare piccoli
Tutti almeno una volta nella vita ci siamo sentiti piccoli di fronte a un piatto di pasta. Non c’è niente di strano (né di male). Per quelli come noi un piatto di agnolotti è equivalso spesso a un viaggio in un tempo che non esiste quasi più: dolce, fumante, accogliente. Il cibo sociale fa anche questo: ci coccola. In particolare con gli agnolotti di Enzo alla Trattoria della Posta (strada Mongreno 16), i risotti di Ugo alla Taverna di Frà Fiusch (a Revigliasco), i primi di mare da Gallina a Porta Palazzo, i tajarin di Luca al Belvedere (via Annibale Caro 12).

