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Sentenze bianconere

di Darwin Pastorin

La Juve di Andrea Pirlo

Torino, autunno 2020

Andrea Pirlo, nel segno dei suoi ininterrotti sogni giovanili, lavora con la solita, stoica testardaggine. Il campo è la sua naturale destinazione, il suo laboratorio filosofico ed esistenziale: quel campo che, da calciatore, lo ha visto compiere prodigi, illuminare la scena, sovvertire, con un guizzo, un assist, una punizione, una folgorazione, il canone tattico, gli schemi prestabiliti. Nel nome dell’estetica e della bellezza. Lo chiamavano ‘Maestro’ per quel suo salire in cattedra con bravura e saggezza, senza mai arroganza o presunzione. Ora si prova da allenatore, un passo invero da gigante, in quella Juve che lo vide protagonista, sul verde del prato, di stagioni memorabili, quando in tanti lo davano, ormai, sul viale del tramonto. Ma la classe pura non conosce usura e nemmeno tempo. Parlare di Pirlo, insomma, significa celebrare un uomo predestinato, con il calcio nelle vene. Lo vediamo adesso nel suo nuovo ruolo, consumata, ormai, l’emozione del debutto: così meravigliosamente normale, così profondamente innamorato del proprio mestiere. Attento, preciso, paziente. Appartiene, il ‘Maestro’, alla categoria, sempre più rara, dei professionisti silenziosi, capaci di farsi capire e rispettare con uno sguardo: non serve, d’altra parte, alzare la voce quando possiedi il carisma del leader.

Mi sovviene, con emozione e commozione, l’indimenticabile, magnifico Scirea: il campione che parlava poco e vinceva tanto, che tutti stimavano per il suo stile, la sua eleganza, per la sua umiltà che era, poi, un modo sublime di vestire la gloria senza farsi abbagliare dalle luci effimere della ribalta, dalla finzione della popolarità. Ecco: Pirlo mi ricorda, nella sua serietà e nella sua leggerezza, il mio amico Gaetano, il libero gentiluomo. Farà bene, vedrete, l’ex regista. Gli manca l’esperienza? Bene: ma cosa deve ancora imparare uno come lui? Ditemi, per favore. Ha avuto ottimi modelli di riferimento, conosce i segreti dello spogliatoio, la sua carriera rappresenta il suo biglietto da visita: la panchina non lo stravolgerà, non lo travolgerà.

Lo chiamavano ‘Maestro’ per quel suo salire in cattedra con bravura e saggezza, senza mai arroganza o presunzione. Ora si prova da allenatore in quella Juve che lo vide protagonista

I giocatori, dal fuoriclasse Cristiano Ronaldo al giovane statunitense Weston McKennie, dall’infinito Gigi Buffon al sempreverde Giorgio Chiellini, lo seguono già con rispetto e ammirazione. Un compito d’altra parte non difficile, quando hai di fronte una persona che parla il tuo stesso linguaggio, che sa interpretare le tue voglie e le tue malinconie, i tuoi come e i tuoi perché. Un fratello maggiore, per farla breve. Andrea è consapevole delle difficoltà e delle attese, ma è un campione del mondo. E da campione del mondo conosce il senso delle sfide più difficili e ambiziose, quasi impossibili. La Juventus ha compiuto una scelta di cuore, di sentimento. Una scelta splendidamente coraggiosa.

Andrea Agnelli, a nostro parere, ha scelto l’uomo giusto, dopo la breve, contraddittoria (malgrado lo scudetto, il nono consecutivo per Madama) e incompleta esperienza di Maurizio Sarri e i troppi nomi finiti nella bolgia del mercato. Alla fine, il presidente bianconero, nel nome del padre e dello zio, ha affidato la Vecchia Signora a uno dei suoi figli prediletti, a quel ‘Maestro’ che possedeva, nelle stagioni da calciatore celebrato, l’istinto del genio e il segreto della felicità. Ora tocca, nella nuova veste, ad Andrea Pirlo. A testa alta: senza timori, senza tremori.