Torino, Estate 2024
Tanti fuoriclasse hanno sfiorato la Juventus, senza però mai giungere, alle volte per un soffio, alla corte di Madama. Il primo nome da sogno fu Pelé, fuoriclasse assoluto, mito del Santos e della Seleção verdeoro: negli anni ‘60 venne corteggiato dall’Inter e, soprattutto, dalla Juve. Il mensile della società, Hurrà Juventus, se ben ricordo, mise in copertina la Perla Nera nella convinzione di poter vedere il campione arrivare a Torino e fare coppia con il funambolico “Rebelde” Omar Sivori.
Il possibile trasferimento fece quasi scoppiare una rivoluzione non solo a Santos, ma in tutto il Brasile. Intervenne a quel punto il presidente brasiliano João Goulart, che bloccò la cessione, parlando di Pelé come di “un patrimonio nazionale”. Anche un giovanissimo Maradona finì, quando già faceva il fenomeno nell’Argentinos Juniors, nel mirino della Vecchia Signora. Ma le segnalazioni di emissari, allenatori dalla vista acuta ed ex calciatori non convinsero Giampiero Boniperti, con qualche rammarico, va detto, per Gianni Agnelli, che aveva una passione per i frombolieri d’Argentina.
Ricordo quando il direttore di Tuttosport, l’indimenticabile Piero Dardanello, soprannominato da Gianni Brera “Pierin Dardanide”, mi disse di cercare, ovviamente al telefono, il “Gullit biondo” della Colombia, ovvero Carlos Valderrama: «Piace alla Juve, datti da fare». Dalla cabina del giornale, dove si potevano effettuare le chiamate intercontinentali, cercai un collega a Cali, lo trovai facilmente e mi diede, senza problemi, il numero di Carlos. E in nemmeno un’ora eccomi ad avere l’esclusiva con il numero 10 sudamericano.
La rivoluzione sociale in marcia si ferma meravigliata a vedere il signor Mané palleggiare e poi prosegue il cammino
Mi confermò di desiderare la società bianconera, simbolo di successo e famosa anche nella terra di Gabriel García Márquez. La trattativa non andò in porto, probabilmente per questioni economiche, chissà. Ma un altro colpaccio mancato fu quello di Mané Garrincha, ala destra dalle gambe storte, tragica e poetica, dalla finta spiazzante e dalle serpentine impossibili, mundial in Svezia nel 1958 e in Cile nel 1962.
Sulla sua storia di asso imprevedibile e imprendibile, e di personaggio onirico, ho scritto due libri: il primo nel 1996 per Limina (Ode per Mané, Quando Garrincha parlava ai passeri, prefazione di Gianni Minà, postfazione di Maurizio Maggiani, post scriptum di José Altafini), il secondo nel 2023 per tenere a battesimo Garrincha Edizioni (Garrincha, Tra dribbling, poeti e angeli smarriti, prefazione di Giovanni Salomone). E proprio nel comporre questo secondo “canto” ho scoperto, navigando sul web, una storia poco conosciuta, pubblicata da un sito sportivo facendo riferimento al prestigioso quotidiano carioca O Globo.
Ecco il fatto: Mané, negli anni Sessanta, poteva finire alla Juventus! Da strabuzzare gli occhi. Paulo Amaral, preparatore fisico della Seleção nella straordinaria spedizione del ‘58, venne ingaggiato da Madama nel 1962 come allenatore (resterà soltanto per una stagione in bianconero) e cercò di convincere Boniperti e gli Agnelli a prendere Garrincha, con una frase che suonava più o meno così: «È uno capace di vincere una partita solo».
La Juve preparò una buona offerta, ma il Botafogo, il club di Mané, dopo averci pensato e ripensato, disse di no, per non far piangere i propri tifosi! I bianconeri riprovarono a sondare i carioca nel ‘64, ma davanti ai problemi fisici dell’ala tutto svanì in una nuvola di fumo. Già, che peccato. Vinícius de Moraes modulò: «La rivoluzione sociale in marcia si ferma meravigliata a vedere il signor Mané palleggiare e poi prosegue il cammino».
Insomma: dal campo al mito. Ma non alla Juventus.
