Torino, Inverno 2024 – 2025
Cristiano Giuntoli, fondamentale dirigente juventino, stratega delle operazioni di mer cato, è da sempre un tifoso di Madama. E, da ragazzo, leggeva il mio caro e vecchio Tuttosport, stimando il mio maestro Vladimiro Caminiti. Già, Camin: il poeta del calcio, aedo della Juventus, fu lui a insegnare a me e agli altri giovani cronisti a “cominciare il racconto della partita dal verde del prato e dall’azzurro del cielo”.
Divoravo i suoi resoconti, fin da adolescente, con avidità e ammirazione. Volevo diventare come lui: un inviato speciale, capace di mettere insieme pallone e letteratura. Cosa che ho fatto e che continuo a fare: Anastasi e Verga, Rivera e Calvino, Garrincha e Carlos Drummond de Andrade, Del Piero e Fenoglio, Paulo Sousa e Fernando Pessoa, Maradona e Soriano, Zoff e Arpino.
Diventammo amici quando io ero un giovane praticante del settimanale Guerin Sportivo, diretto da Italo Cucci, e lui già firma di prestigio del quotidiano torinese. Gli devo molto, e mi manca. Provo l’assenza della sua cultura, della sua visione onirica del mondo, dei suoi rimproveri e dei suoi complimenti. Se n’è andato nel settembre 1993, continuando a scrivere fino all’ultimo respiro, aprendo sempre, per noi colleghi e per i suoi tantissimi lettori, la finestra al sogno, all’immaginazione, all’utopia.
Vladimiro tornava fanciullo, tra quelle pagine dense e misteriose, affascinanti e intramontabili
Mi sovvengono le mille e mille trasferte insieme. Ci piaceva andare, alla vigilia delle partite, per strade e librerie, per musei e osterie. Nelle nostre lunghe passeggiate facevamo il giochetto delle citazioni poetiche. “Di chi è questo verso, Darwin?”. Era il “suo” Giovanni Pascoli. “E questo, Vladimiro?”. Era il “mio” Guido Gozzano. Ci scambiavamo i libri. Gli feci amare gli autori della Beat Generation. Lui aveva una passione per Francis Scott Fitzgerald. Mi ripeteva, citando a memoria, alcuni passi de L’età del jazz, e altri scritti: “Scrivere bene è sempre nuotare sott’acqua”, “per raccontare si dev’essere imprudenti”.
Poi, avevamo quell’amore in comune: Emilio Salgari. Camin, come me, aveva letto tutti i libri del Padre degli Eroi. Un calciatore “salgariano” era per lui Beppe Furino, soprannominato da Vladi “furiafurinfuretto, capitano con l’elmetto”. Francesco Morini era “Morgan” il pirata. E nel nostro discorrere sul narratore veronese, ecco Roberto Bettega trasformarsi in Sandokan, le nobili riserve in panchina nei Pirati della Malesia, il calciatore avversario “cattivo” in Wan Guld; Spinosi, Giampiero Marchetti e Causio diventare Carmaux, Wan Stiller e Moko. Il mio Anastasi era il Corsaro Nero.
Salgari ci fece compagnia a lungo. A Lecce e a Verona, a Barcellona e a Londra, a Zurigo e a La Valletta, a Puebla e a Vienna. Vladimiro tornava fanciullo, tra quelle pagine dense e misteriose, affascinanti e intramontabili. E anch’io tornavo bambino: a quando mia madre, a San Paolo del Brasile, mi leggeva, con il suo amore e la sua tenerezza, le storie di navigatori e spadaccini. Già, quanta nostalgia per quei giorni, per quelle letture, per quel giornalismo.
