Torino, Estate 2024
Di norma, tutto ciò che noi intendiamo come spettacolo o evento culturale ci viene presentato come un prodotto finito: la mostra allestita, la scaletta precisa, le scenografie sul palcoscenico, i passi ben studiati. Anche in questo, se vogliamo, consiste il fine di chi organizza questi eventi e, allo stesso tempo, la meraviglia di chi vi partecipa: tutto deve concorrere a una perfezione da rendere manifesta, sia che si tratti di quadri, sia che si tratti di acrobati, o musicisti, o altro ancora.
Lo spettatore e il fotografo, apparentemente, non ricoprono ruoli così distanti, a ben pensarci: è con lo sguardo che entrambi assistono a quanto accade di fronte a loro, ed è sempre soltanto attraverso lo sguardo – questo intervento muto a cui sono chiamati – che può avvenire il loro totale coinvolgimento. Con alcune differenze però: il guardare dello spettatore è consapevole della fine a cui lo spettacolo andrà inevitabilmente incontro; il guardare del fotografo, invece, cerca nel profondo di combattere questa fine. Il fotografo, infatti, ha il potere non solo di conservare alcuni momenti e dettagli, ma anche di plasmarli, farli propri secondo le sensazioni che hanno scatenato osservandoli.
Ci sono celebri fotografi capaci di compiere questo processo quasi alchemico: Vasco Ascolini rende sulle stampe l’essenza del teatro kabuki giapponese, Aurelio Amendola la vita delle sculture di Michelangelo. La fotografia, lontana dal farsi solo ricordo, è la dimensione in cui una statua può parlare, l’attore di teatro farsi immobile per sempre.
Lo spettatore e il fotografo, apparentemente, non ricoprono ruoli così distanti
Non stiamo parlando, in questo caso, della fotografia detta “da catalogo”, perfetta e ben calibrata per la pubblicazione su riviste o libri: questa infatti è un’altra storia – un altro mestiere – ed esistono grandi professionisti che rendono al meglio forme, colori e ambienti per creare l’iconografia migliore dei loro soggetti.
Fotografare l’evento, o l’opera d’arte, è sempre una scelta da compiere di fronte a un bivio, quindi: fra traduzione fedele e trasfigurazione, fra attinenza obiettiva e divergenza soggettiva (voglio dare forma alla mia visione personale, o far vedere le cose così come appaiono? E quante volte queste due vie si trovano a coincidere?).
Ma all’inizio si accennava anche alla veste immacolata con cui solitamente si copre ogni evento, mostra o manifestazione: l’ingranaggio che deve essere perfetto per incantare il visitatore, celando gli sforzi perché tutto appaia oliato e funzionante, al posto giusto.
Ecco allora un’altra differenza tra chi guarda e chi fotografa: il vero privilegio di chi impugna la macchina fotografica non è mai soltanto poter guardare con una protesi tecnica, ma poter svelare i misteri che si nascondono dietro le quinte, e la fatica, anche, di preparare ciò che per quella data esatta dovrà essere pronto e senza imperfezioni.
Da fotografa, direi che è appunto questo il vero sapore da cercare: il dietro, il retroscena, il processo; il trasportatore affaticato dopo aver sollevato e spostato quante volte il peso di una scultura – che al visitatore apparirà lì come per magia, o come se fosse lì da sempre – o ancora il saldatore che ripara un punto saltato dalla lamiera di acciaio, il momento prima che il sipario si alzi, le prove luci. Questo onore – perché di questo si tratta – dà il permesso di rivelare un segreto, vedere e capire cosa succede davvero, come funziona un organismo complesso e di cui non si conosce altro che la forma esterna prima che si puntino i riflettori su di lui e lo spettacolo inizi, si spera, senza alcun intoppo.
