Prima parte: Novak, Jannik e gli altri
Se la mia città fosse un tennista vorrei che fosse Novak Djokovic. Perché Novak è Torino, ma anche quello che gli manca. Innanzitutto arriva da Belgrado, capitale sì, ma contrada ai margini dell’impero, anche di quello del tennis. Quindi un posto dove non basta avere la storia dalla tua, ma ti devi tirare su le maniche. Quando la NATO bombardava la sua città, Novak continuava ad allenarsi al Partizan.

Ed è rimasto a casa sua nonostante tutto, un po’ come il Grande Torino dopo il ’43. Novak ha diviso la gloria con due altri fenomeni, Federer e Nadal, che invece a Torino proprio non somigliano. Roger, bello, perfetto e impossibile, nella città operaia e sabauda sarebbe rispettato ma estraneo, come un console nel suo palazzo. Il maiorchino, colorato e vagamente paninaro, va certamente meglio per altri lidi. Novak invecchia bene come il Barolo e non molla mai, vi ricordate Wimbledon del 2022, quando Sinner era avanti di due set a zero e lui decise che poteva bastare? Tre set in rimonta e avversario sculacciato. Tipo il “quarto d’ora letale”, sempre del Grande Torino.
Ma Novak non è solo granata, quando gli pesi il palmares diventa come la Juve, coi suoi scudetti che sono più di tutti. Già, perché gli altri due fenomeni ormai vengono esibiti nel tempio degli ex, mentre lui può ancora aggiungere slam e Finals, il più grande di tutti i tempi, irraggiungibile per chissà quanto. Il privato di Novak rende bene l’idea del personaggio. È sposato con Jelena, a cui è legato da quando aveva 18 anni. Due figlie e niente casini, una bella famiglia che non alimenta gossip. I suoi due eredi, Stefan e Tara, li ho visti con lei allo Sporting lo scorso anno. Era ora di pranzo e i bimbi si muovevamo al buffet con educazione e gentilezza, attenti a comporre i piatti senza un movimento fuori posto, buona educazione evidente, la buona educazione di un volta. Solo un dettaglio? Direi di no. Con Jelena, Novak ha fondato e dirige la Novak Djokovic Foundation, per aiutare i più piccoli in povertà, e Original Magazine, un magazine appunto dedicato all’istruzione, che la moglie descrive come «una piattaforma che supporta la creatività e l’originalità e che crede che attraverso l’istruzione possiamo tutti imparare ad essere la migliore versione di noi stessi». Aggiungiamo, a proposito di impegno nel sociale, la donazione di un milione di euro fatta dal campione all’ospedale di Treviglio, ai tempi del covid. Chapeau. Quindi Novak è uno generoso, ma serio serio, persino un po’ noioso. Bravo, però senza i guizzi giusti per divertire, farsi amare e comunicare? Insomma un po’ come Torino.
E invece no. Novak partecipa agli show televisivi (sovente anche in Italia), canta niente male ed imita benissimo, in particolare i suoi colleghi. Testa dura e coerente, fino pagarne le conseguenze? Assolutamente sì. Come quando rifiutò di esibire il lasciapassare dei vaccinati, finendo persino prigioniero in Australia nel 2022, per poi essere bandito dagli US Open, slam che tornò a vincere l’anno seguente. Da vero hombre vertical, Novak non assunse una posizione no vax, semplicemente non accettò l’obbligo del certificato. Che avrebbe potuto benissimo ottenere a Belgrado da sanitari compiacenti. Ma la sua coerenza è di titanio, questo lo avete sicuramente già capito.
Ad oggi il “campione dei campioni” ha vinto più slam di tutti, 24, e può solo migliorare. Di Finals se n’è aggiudicate 6 (compresa l’edizione passata) come Roger Federer. E il Pala Alpitour potrebbe incoronarlo, solitario, in vetta a questa classifica. Un Everest da scalare per tutti gli altri, a conti fatti se ne riparlerà tra un decennio, almeno. Quindi – tornando a noi – Djokovic “è Torino” perché è solido, ama la sue radici e le proprie convinzioni, esibisce valori che non mette in discussione, è tenace senza sprecare una parola di troppo, conosce il significato della solidarietà e la pratica. Andando oltre, però, ci piacerebbe che Torino gli somigliasse nel resto: capacità di essere universale e di varcare i propri orizzonti, efficacia nella comunicazione, misura e rigore nel gestire la propria reputazione, e poi quell’ingrediente, il coraggio, che definisce una vera leadership. A questo proposito va segnalato come questi ingredienti servirebbero a Torino per tenersi le Finals, dopo averle conquistate e ben gestite dal 2021. Ne abbiamo ancora due, poi, l’evento summa del tennis mondiale potrà restare in città o migrare verso altri lidi. Noi, per tenercele, abbiamo tutto (o quasi): il gradimento dei tennisti e dell’ATP, una venue bellissima, al momento la più apprezzata in assoluto e siamo strategici, perché molti campioni, a fine stagione, vogliono essere prossimi a casa (l’Europa, Montecarlo…), siamo una bella location ma non mettiamo pressione. Però bisogna muoverci ora, lavorarci da ora. Certo, non basta vivere un mese da leoni e poi scordarsi del tennis per gli altri undici. I competitor, (forse) ancora nell’ombra? Arabia Saudita ed Emirati – hanno budget che ci cancellano in un batter di ciglia, come accaduto a Milano per la Next Gen – oppure Milano (mio Dio che mal di pancia sarebbe), dove però sembra archiviato il progetto PalaSharp. Inutile aggiungere quanto sia auspicabile mantenere le Finals, anche se i potenziali risultati (danaro, reputazione, comunicazione) sono ancora all’anno zero, o poco più.

Ci potrebbe aiutare, ed incoraggiare, un risultato significativo di Jannik Sinner, la nuova stella, il campione più lontano da Djokovic che si possa immaginare. Di madrelingua tedesca, esile (ma ci stanno lavorando), silenzioso e riservato quanto talentuoso, legato sentimentalmente all’influencer Maria Braccini, a dimostrazione che gli opposti si attraggono. A confronto di Novak (che non ha mai battuto) sembra una macchina che si inceppa raramente. Tra i due ci sono 14 anni di differenza, e in futuro il rivale dell’azzurro è piuttosto Alcaraz, contro il quale si è imposto (sinora) 4 a 3. Una vittoria torinese di Jannik, contro il cannibale o lo spagnolo, spalancherebbe nuovi orizzonti per Torino. Sappiamo quanto le affermazioni esaltino pubblico e istituzioni, sappiamo come l’Italia si scoprì, a sorpresa, paese di velisti e di sciatori. Se abbiamo offerto la cittadinanza onoraria a Novak, il cannibale, abbiamo più di un motivo per augurarci una gloriosa Finals per il cyborg Jannik, che ha già un nickname pronto: il marziano.
Djokovic “è Torino” perché è solido, ama la sue radici e le proprie convinzioni, esibisce valori che non mette in discussione, è tenace senza sprecare una parola di troppo, conosce il significato della solidarietà e la pratica
Seconda parte: Rapido ricapitolo per arrivare preparati a queste Finals
Partiamo dalle basi: si gioca a Torino, dal 12 al 19 novembre. Una settimana di incontri in cui i migliori 8 tennisti del mondo (risultati attuali alla mano), decretati dal ranking della Race ATP, duellano per portarsi a casa uno dei trofei più ambiti della stagione. Anche economico: lo scorso anno, complice anche un percorso da vero fuoriclasse, tutto compreso Novak Djokovic si portò a casa la bellezza di circa 4 milioni e mezzo di euro. Mica bruscolini. Di preciso però dove ci si affronta? Al Pala Alpitour, per i più romantici Pala Isozaki, dal nome di Arata Isozaki, celebre architetto giapponese incaricato di disegnarlo, e scomparso tra l’altro l’anno scorso a più di novant’anni. In ogni caso ci ha lasciato un palazzetto con più di 15.000 posti a sedere, uno dei più grandi e belli d’Italia, che sta diventando sempre più determinante nella designazione di diversi eventi di rilevanza internazionale (non solo sportivi) a Torino.

Quella del 2023 è la terza edizione torinese, dopo la prima (2021) un po’ “mozza” causa covid vinta dal tedesco Alexander Zverev, e la scorsa (2022) vinta come detto da Nole Djokovic, che si è sempre detto innamoratissimo dell’Italia e perfino di Torino. Tra esibizioni, appuntamenti tematici, probabilmente anche qualche gusto di gelato dedicato (con Tim Burton questa moda è spopolata), speriamo di vedere Torino realmente calata dentro le proprie Finals, che deve tenersi strette senza esitazioni (a volte ci riesce, a volte no, abbiamo da lavorare…).

Ciò che si sa è che ci sarà molto probabilmente un nuovo Village proprio di fronte al Pala Alpitour, che si promette dinamico, ampio, pieno di attività per vivere le Finals in prima persona. Confidiamo che i difettucci dell’anno scorso abbiano fatto scuola. Altra “tappa”, secondo rumors, saranno la mostra a tema tennis di piazza Castello e i giochi di luce e immagini che la Mole sta preparando per omaggiare gli 8 campioni illuminandosi per celebrare Torino e le Finals. Interessante poi il progetto Tennis in città, che come nella scorsa edizione dovrebbe portare all’installazione di vari campi da tennis in giro per Torino. Bello, c’è bisogno che la manifestazione respiri le nostre strade. In ogni caso quando arriveranno toccherà farsi trovare pronti, ecco quindi un paio di pronostici (che si sa valgono come vostra madre che con la ciabatta in mano da piccoli vi diceva “vieni qui che non ti faccio niente”).

Djokovic è il favorito per definizione, ma in una recente intervista ha incoronato Sinner e Alcaraz come il futuro del tennis, eleggendoli a ossi durissimi da incontrare. Ma se volete provare a fare bella figura al bar mentre parlate di argomenti di attualità usate pure un: «Nessuno però qui si ricorda di Medvedev, quello non parte mai sconfitto…», detto anche con un tono a metà tra il mistero e la competenza. Insomma questi sono i quattro che nessuno vorrebbe mai incontrare e, presumibilmente, i più quotati per la vittoria finale.

Lo scopriremo solo vivendo. In chiusura 7 schematiche evidenze e info fondamentali che mostrano, senza troppi giri di parole, l’importanza di queste ATP Finals torinesi; e ci rendono basicamente pronti a uno degli eventi più importanti dell’anno:
- Come detto c’è un italiano: Jannik Sinner. Esultiamo.
- A due mesi dall’inizio del torneo era già stato superato alla biglietteria l’incasso dell’edizione 2023
- Alcaraz non ha mai vinto le Finals. E quanto lo vuole fare…
- Se Djokovic vince supera Federer e diventa il tennista con più Finals nel palmares (7).
- Gli allenamenti saranno in gran parte aperti e occasione imperdibile per godersi gli 8 fenomeni dietro le quinte (sia al Pala Alpitour che allo Sporting).
- Chi non si è accaparrato un biglietto, potrà godersi il torneo su Sky Sport, che ha l’esclusiva per Finals e Next Gen ATP
- Da Andrey Rublev a Stefanos Tsitsipas, da Zverev a Rune, da Fritz a Casper Ruud a de Minaur fino a Tiafoe… La lotta per entrare tra gli 8 maestri si combatte tendenzialmente fino all’ultimo. Dopo i primi illustri qualificati, per i restanti la Race è veramente questione di una manciata di punti. È il suo bello.

(foto MARCO CARULLI)
