Torino, Autunno 2024
Il cielo “azzurro Torino”, quando c’è, è il più bello del mondo, inebriante. Il cielo “grigio Torino” invece, con le nuvole drappeggiate, è affascinante ma sembra subito pieno di pensieri. E di desideri. Il primo, probabilmente, è di rivedere presto l’azzurro e non perché siamo metereopatici, semmai irretiti o nostalgici.
Vale così per tutti, o quasi. «Finalmente la pioggia e il freddo» sospira sollevata mia figlia. Lei fa parte del gruppo dei “quasi”. Nata a fine gennaio, si sente a suo agio quando la temperatura scende sotto i 12 gradi e il vento è una lama sottile e implacabile.
Alle 7,30 del mattino, sale in macchina indossando un vestitino in cotone con le maniche corte e un soprabito leggero, apre il finestrino e le gocce d’acqua iniziano a posarsi metodiche sul rivestimento interno della portiera.
«Se non chiudi, prima di arrivare a scuola affoghiamo», borbotto.
Anche io sono nata in pieno inverno, ma forse gli astri quel giorno e a quell’ora erano tarati per errore sulle coordinate di Salvador di Bahia, per questo sto bene dove fa tanto caldo, le rare volte in cui sudo lo faccio con pazienza e il mio cervello balla la samba tutto il giorno.
Torino dall’alto sembra un’enorme pentola in cui ribollono migliaia di ingredienti
erto, la mia creatura in quanto a singolarità non è da meno, si sveglia all’alba ogni giorno e sperimenta pratiche che ai miei occhi sembrano sciamaniche: doccia gelata, stretching e colazione con frutta e avena. La guardo di sottecchi: siamo così straordinariamente diverse. Zigzagando silenziose tra gli automobilisti che dormono,
La moglie di Walter Martiny è giocatrice di tennis e usa scarpe di tela con suola di corda quelli che guardano il cellulare, quelli psicorigidi, quelli che non hanno il senso dello spazio e viaggiano in mezzo alla carreggiata creando file lunghe e inspiegabili e quelli che proprio non sanno guidare, arriviamo davanti al suo liceo.
«Ciao, mamma. Ci vediamo stasera».
«Perché così tardi?».
«Pranzo con un’amica e rientro a scuola per l’allena mento sull’arte oratoria e il dibattito, poi vado a karate e arrivo per cena».
Mi bacia e rapida come una ninja sparisce tra la folla di ragazze e ragazzi. Nel giro di trenta secondi, entrano tutti e la strada resta deserta. Decido di prendermi una pausa, così, a inizio giornata. Faccio il giro da via Quintino Sella e vado in collina.
Anche la pioggia fa una pausa. Mi fermo, spengo il motore e scendo dall’auto, senza guardare né l’agenda né la lista delle cose da fare che campeggia come prima tra le note nel mio telefono. Torino dall’alto sembra un’enorme pentola in cui ribollono migliaia di ingredienti. Alcuni si armonizzano, altri non legano affatto. A volte non è facile mantenere la temperatura costante perché il bollore non si appiattisca o, al contrario, perché la pozione sconosciuta non tracimi. Ricomincia a piovere e il mio telefono squilla, nello stesso istante e con la stessa insistenza. Questo autunno bizzoso corre a rotta di collo e tutti galoppano aggrappati alla sua criniera, cercando di rimanergli in groppa. Tra poco sarà Natale e, sbigottiti, ci diremo che il tempo è volato. Ascolto la pioggia, non rispondo al telefono, aspetto che torni l’azzurro.
