Non so cucinare. E non lo dico per spocchia, come a volte accade, a dispetto di un talento: posso affermare senza falsa modestia di essere negata per la cucina.
«Esageri, mamma» mormora mia figlia. «Non esagero, amore, sono serenamente consapevole; tu sei sopravvissuta solo perché ho imparato a fare quattro piatti, i più facili, con cui ho ridotto al minimo il rischio di avvelenarti». Ride, la mia creatura.
Chissà, forse il problema nasce dal fatto che amo i gusti semplici e netti, il salato mi piace salato, il dolce deve essere dolce, evito l’agro, detesto l’amaro e anche il piccante. «Che noia, mamma, dài. Non ti stuzzica l’idea di provare ogni tanto qualche contaminazione tra i gusti?». «No» rispondo candidamente.
Domattina dovrò per forza preparare il pranzo al sacco alla mia creatura
Strano, però: mentre per tutti gli altri aspetti della vita contemplo e apprezzo una moltitudine di sfumature, pare che il mio palato gradisca solo quelle dello stesso colore.
Eppure mi piace mangiare e ammiro chi sa cucinare. Assaporo le pietanze preparate dagli altri con gratitudine e spesso con meraviglia, un po’ come quando si guarda un dipinto e si pensa alla maestria nel miscelare talento e tecnica, e poi alla disciplina e caparbietà con cui l’artefice prova, sperimenta, cerca, ripete, corregge, a volte osa, altre resta in uno schema…
«Secondo me, se ti lanci fai un piatto spettacolare!» mi esorta mia figlia. Insiste, mi convince, mi lancio e il risultato è ovviamente da archiviare nel secchio dell’umido. «Vieni, cucciola, ti porto a cena fuori» annuncio, pacifica. Ride di nuovo, io chiudo gli occhi per assaporare meglio quel suono che mi piace così tanto, la prendo per mano e spicco il volo.
La sera, Torino dall’alto sembra una tavola apparecchiata con cura su una tovaglia a scacchi leggeri. Luci soffuse… le piazze, ampie e ordinate, sono i piatti da portata… i portici sono riccioli di pasta sfoglia… il monte dei Cappuccini è un soufflé profumato appoggiato su una vellutata morbida come una collina… i portoni dei palazzi più antichi sono tavolette di cioccolata fondente… la Mole Antonelliana è un cono gelato con la punta rivolta verso il cielo… le Alpi sono pandispagna spolverato di zucchero a velo… il tutto annaffiato da un Po di champagne…
Torniamo a casa satolle e felici, ma dopo poco mi viene in mente un pensiero da incubo: domattina dovrò per forza preparare il pranzo al sacco alla mia creatura, perché si ferma a scuola fino a tardo pomeriggio.
Alle 6.30, in cucina in camicia da notte e con gli occhi a fessura, mi impegno al massimo. Alle 13.50 mia figlia apre la borsa termica e trova: pasta in bianco fredda, due uova sode, verdure crude tagliate a pezzetti e un piccolo contenitore dal coperchio dorato. Lo apre con cautela. Dentro c’è un bruttissimo pasticcino fatto con cioccolato, poco burro e qualche biscotto sbriciolato. E un bigliettino: “MANGIAMI” (classificazione del rischio: medio-basso; piacere e sorpresa delle papille gustative: nella norma; dedizione e amore della mano materna esecutrice: altissimo).
