Resta qui con me, resta nell’ombra. Senza ombra non apprezzeremmo la luce. Anche al cinema: senza il buio della sala, senza il contrasto netto tra chiaro e scuro, non ci sarebbe magia. Forse il cinema è nato da un’ombra illuminata bene.
Anche io sono solo un’ombra che, quando vuole, si lascia illuminare. Per il resto, sempre vestita di nero, mi muovo con discrezione, tentando di non essere vista. Così resto concentrata, operosa, faccio cose, ne scrivo altre, osservo indisturbata, rifletto, prego, agisco, amo. Guardo mia figlia camminare e penso che anche lei, come i primi film, sta ancora cercando il suo fuoco, la giusta esposizione, il suo posto tra luce e ombra.
Una sera d’inverno, le propongo di andare a vedere un film muto, musicato dal vivo: Café Chantant, si chiama così. A Torino ci sono anime belle che sanno offrire queste opportunità e altrettante che sanno coglierle.
Forse il cinema è nato da un’ombra illuminata bene
Entriamo nella sala buia. Sullo schermo si accende una luce tremolante: una donna corre, poi si ferma, porta le mani al petto e allarga gli occhi per lo stupore, poi scompare dentro una macchia di bianco. Il pianoforte accompagna ogni attimo, ogni gesto. Mia figlia è attenta. Guardo la luce che si riflette sul suo viso e mi viene da pensare che la vita funziona allo stesso modo del cinema: serve il buio per proiettare la nostra luce nel mondo e le ombre non sono per forza mancanze, possono anche essere spazi dove riposare, dove rifugiarsi, dove sognare o creare.
In alcuni momenti della vita può accadere di avere bisogno che tutto sia limpido, definito, illuminato, visibile, chiaro. Ma se il buio non abbracciasse la luce, non ci sarebbero profondità, non ci sarebbero sfumature. Ne saremmo dispiaciuti: tutto uguale, piatto, monotono, prevedibile, non avremmo dubbi, ma nemmeno tuffi al cuore.
La mia creatura è tutta luce in movimento. Poi, a tratti, sparisce nel suo abisso e si lascia inghiottire dall’oscurità. Ride, è piena di entusiasmo e di curiosità, ma all’improvviso si chiude, si spegne, poi si riaccende e corre e la sua vita scorre, proprio come una pellicola, fotogramma dopo fotogramma.
A volte mi preoccupo, ma poi realizzo che senza contrasto anche la felicità non esisterebbe e tutto si chiamerebbe “normalità” oppure “il solito” oppure “la condizione che viviamo più spesso”. Solo facendo pace con questo pensiero riesco ad accettare, senza intristirmi troppo, che mia figlia non sia sempre felice, ma alterni il pieno sole all’ombra fitta.
Quando usciamo dal cinema, Torino sembra il set di un film degli anni ‘40: c’è una nebbia leggera che sfoca la luce dei lampioni e al di là dei vetri appannati di un locale le persone sembrano figure d’altri tempi. Camminiamo vicine. Le chiedo com’è stato il film. Lei ci pensa un attimo, poi dice: «Strano. Ma bello. Mi piace quando la luce sbaglia un po’». Sorrido.
Forse è questo il segreto della vita e del cinema: accettare che anche la luce sbagli un po’, che l’ombra non sia un difetto, ma il luogo dove tutto può ancora accadere.
