Capita a volte di trovarsi in quei momenti di vagheggiamento in cui ci si chiede a vicenda: «Se fossi un animale, che animale saresti?».
MIAO! Come è ovvio, i gatti balzano subito sul gradino più alto del podio, seguiti a brevissima distanza dai cani. Le giraffe si aggiudicano sorprendentemente il terzo posto.
Guardo mia figlia: i muscoli da karateka, affusolati e possenti, me la fanno immaginare immediatamente come un puma.
«E tu, mamma, che animale saresti?».
«Un’ape» rispondo sicura, senza fare troppe distinzioni con gli insetti.
«Perché?».
«Perché mi piace volare, non sono mai stanca, amo tutto ciò che è dolce e profumato e pungo solo se sono attaccata, altrimenti vivo la mia vita senza aggiungere troppo rumore nel mondo».
Ride, la mia bambina. Se fosse un elemento della natura, sarebbe la rugiada: fresca, discreta, vitale.
Se fosse un colore, sarebbe l’azzurro, che ci incanta una volta e ci fa sognare per sempre.
Se fosse una città, sarebbe Torino: ritrosa, scontrosa o vivace, a seconda di come le gira.
«Perché mi fissi, mamma?».
Se fosse una città, sarebbe Torino
Mi riscuote e torno a riflessioni più ampie: se fossimo alberi, che alberi saremmo? Tra le piante, le più gettonate sono gli ulivi, seguiti da querce e betulle. Statisticamente una esigua minoranza si identifica nel pero e ancor meno nel banano, se non i più goliardici o chi non riesce proprio a rinunciare ai doppi sensi.
Anche il salice piangente non ha grande riscontro: in molti temono di ritrovarsi etichettati in modo antipatico, una via di mezzo tra gli iellati e i pessimisti.
«Se fossi un albero?» chiedo alla mia cucciola.
«Sarei una magnolia. E tu?».
«Pure io!».
Sento uno strano brivido: mi piace sapere che anche da un punto di vista botanico saremmo della stessa famiglia.
Quando poi ci si avventura nelle similitudini tra esseri umani e oggetti, si apre un mondo parallelo totalmente inatteso: lì, con il cuore in trambusto, per motivi diversi e profondamente intimi, anche le persone più insospettabili si trasformano in coltelli, nuvole, cuscini, quadri che rappresentano la storia dell’arte in lungo e in largo, giocattoli di vario tipo, compresi quelli suggeriti dai soliti goliardici.
Nella vasta gamma di identificazioni con gli oggetti, pare scarseggino i termosifoni e i colini: si cercano volontari. Totalmente assenti i puntaspilli: sono aperte le candidature, si spera almeno nell’adesione dei fachiri.
«Tu che oggetto saresti, mamma?».
I miei pensieri tornano indietro di un paio di mesi. «Sei una portaerei» mi aveva detto la mia amica Olivia, arrivata da Parigi con il suo sorriso magnifico. Olivia è una roccia, ma senza spigoli, e parlare con lei è come una pozione magica e medicamentosa: assapori le sue parole e stai subito meglio.
Quando le figlie e i figli compiono 16 anni, diventiamo tutti delle portaerei: continuiamo a navigare, seguendo ognuno la propria rotta, tra onde basse e qualche cavallone, e intanto loro possono decollare. E all’occorrenza possono anche riatterrare, per poi ripartire.
