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Beppe Gandolfo

Un giornalista nel cuore della nostra storia

di Guido Barosio

Autunno 2018

Beppe Gandolfo, giornalista, 59 anni spesi bene per conoscere la sua regione, ma anche la sua squadra del cuore, alla quale ha dedicato cinque libri: ‘Il mio Toro, la mia missione’ (realizzato con Don Aldo Rabino e vincitore del premio Bancarella Selezione Sport), ‘Il Toro che vorrei’, ‘Toro 1975-76, il campionato indimenticabile’, ‘Meroni, l’artista campione’ e il recente ‘Tutto il Toro del Mondo’, tutti editi da Priuli & Verlucca. Ma il suo nome è anche legato in modo indissolubile a un prodotto che è diventato, con gli anni, l’enciclopedia periodica del territorio: ‘Un anno in Piemonte’ (Enneci Communication), 15 edizioni e una versione online (www.unannoinpiemonte.com) che permette di consultare integralmente l’archivio, facendo ricerche di insostituibile valore. Collega di penna e di tastiera (e per me anche di tifo…), ma non solo. Beppe, dopo otto anni in ANSA, dal 1° gennaio 1998 è capo servizio Piemonte Valle d’Aosta per tutte le testate Mediaset: un altro punto di vista privilegiato per interpretare fortune, drammi e speranze di questa terra.

Per me il Toro è appartenenza. Quando sento che la frase più amata dai bianconeri è “vincere non è importante, ma è l’unica cosa che conta”, penso che per noi, per me, è esattamente il contrario. A me non interessa vincere comunque, a qualsiasi costo, io voglio vincere come sa vincere il Toro, coi nostri valori.

Quali sono gli eventi che hanno maggiormente segnato il Piemonte, gli spartiacque che ti hanno fatto dire «ecco, le cose non saranno più come prima»?

«Ne ricordo due in particolare. Il primo è un episodio riferito ai Giochi olimpici del 2006. La signora Ciampi, scendendo dall’auto di fronte alla prefettura, disse: “Forse mi prenderò un malanno, ma ho viaggiato coi finestrini abbassati perché oggi Torino è bellissima”. Ecco, quei giorni trasformarono la città perché ci fu una consapevolezza inimmaginabile fino a poco tempo prima. Non fu un evento sportivo, fu molto di più. Io avevo vissuto l’attesa di Barcellona ma era una cosa diversa, c’era un entusiasmo palpabile ovunque. A Torino prevaleva il mugugno, la polemica e anche l’indifferenza. Poi, all’improvviso, la città rispose meravigliosamente, valorizzandosi e mostrandosi al mondo. Oggi non posso che provare grande amarezza per la candidatura 2026, affossata senza tenere conto che l’85% dei piemontesi l’avrebbe voluta e che avrebbe avuto ricadute economiche sul Piemonte per tre miliardi e mezzo di euro».

E l’altro spartiacque qual è stato?

«Il 12 ottobre 2014 la FIAT, come l’avevamo conosciuta noi nei suoi 115 anni di storia torinese, ha cessato di esistere. Quel giorno è nata FCA: un soggetto nuovo, globale, internazionale, e Torino ha dovuto voltare pagina. Non ci sarebbe mai più stata la Detroit europea, una città dove la grande fabbrica di automobili possedeva anche un giornale e una squadra di calcio, dove, coi suoi ritmi, dettava gli orari a tutta la comunità. Ad agosto la fabbrica chiudeva e la città si svuotava, nel quotidiano della famiglia Agnelli si leggeva: oggi i bambini sono arrivati nelle colonie e stanno bene».

Ma adesso è meglio o peggio?

«Decisamente meglio. Vivevamo come in una monarchia dove le cose andavano bene solo se si vendevano le auto. Oggi mio figlio, torinese, può decidere di fare altro, anche se la realtà è sicuramente più complessa».

Ma comunque la Torino industriale non è morta…

«Assolutamente no. Per fortuna continuano a esserci grandi competenze apprezzate a livello internazionale. Da noi esiste sempre la cultura del lavoro ben fatto e l’indotto ha saputo trasformarsi puntando sull’eccellenza».

Cosa manca a Torino e al Piemonte? Qual è il nostro limite maggiore?

«Nel confronto con Milano noi vinciamo alla grande per le capacità che sappiamo esprimere, ma siamo assolutamente inadeguati nella fase di vendita. E poi non sappiamo osare, ci fermiamo sempre un gradino più in basso. Per me è stata emblematica la scelta di costruire il grattacielo di Intesa Sanpaolo prendendo come riferimento la Mole: il nuovo edificio, bellissimo, doveva essere leggermente più basso dello storico simbolo di Torino. E poi oggi mancano le figure di riferimento, i grandi protagonisti che garantiscono visibilità internazionale. Certo esistono personaggi di valore, ma spesso sono eccellenze nascoste e poco attrattive».

Anche la politica è così?

«Certo. Serve una nuova generazione, che però non vedo ancora. L’amministrazione cittadina, dopo i fatti di piazza San Carlo, è piena di paura e sembra incapace di prendere decisioni».

Che ricordo hai di Sergio Marchionne?

«È stato un uomo che ha fatto cose che nessuno avrebbe mai osato pensare. Per Torino non ha rappresentato molto, se non qualche elemento di tutela e di attenzione che ha comunque salvato molti posti di lavoro: l’azienda, senza di lui, sarebbe andata incontro a un futuro segnato. Per la FIAT, invece, ha fatto tantissimo: ha traghettato verso il domani una realtà ormai in rianimazione. Marchionne ha guardato al mondo e non a Torino, ma facendo questo ha intrapreso una formidabile operazione di salvataggio e di rilancio. La città gli deve comunque essere grata: se la FIAT fosse andata incontro al fallimento, per Torino sarebbe stato molto peggio».

Beppe, parlami del tuo Toro.

«Per me il Toro è appartenenza. Quando sento che la frase più amata dai bianconeri è “vincere non è importante, ma è l’unica cosa che conta”, penso che per noi, per me, è esattamente il contrario. A me non interessa vincere comunque, a qualsiasi costo, io voglio vincere come sa vincere il Toro, coi nostri valori. È questo che mi ha insegnato Don Aldo, ed è questo che ho sempre avuto dentro».

Hai scritto un libro su Mondonico, cosa ti ricordi del suo Toro?

«Quel libro avrei dovuto scriverlo con Emiliano a quattro mani, ma purtroppo lui è mancato. Dopo ci ho messo un po’ prima di riprenderlo. L’ho terminato senza pensare a una commemorazione, ma alla celebrazione di una squadra, la sua, che ci ha portato ad Amsterdam e ci ha fatto vincere l’ultimo trofeo della nostra storia. Un Toro di pazzi scatenati (Lentini, Bruno, Policano, Casagrande…), che solo lui poteva tenere insieme. Per me è stato un ricordo professionale curioso e decisivo nella mia carriera. Nel 1992 seguii per l’ANSA tutta la galoppata in coppa fino alla finale, dove vidi la partita con il capo dello sport. Al termine dell’incontro, coi tre pali e tutto il resto, scoppiai in lacrime. Il giorno seguente mi prese da parte dicendomi che ero molto bravo ma inadatto a seguire il Toro. Dopo tanta Juve, tanta Champions, e una svoltaprofessionale che mi avrebbe portato dove sono ora. Ma per me quel Toro sarà sempre qualcosa di speciale, il Toro del Mondo, l’uomo che ha alzato la sedia verso il cielo per ribellarsi al destino».