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#iosonotorino

di Paolo Turati

O la borsa, o il decreto Eurosim!

Torino, 2 giugno 2020

Dal 1997, quando il cosiddetto decreto Eurosim (D. Lgs. 23 luglio 1996, n. 415) determinò la fusione delle borse valori in un’unica borsa italiana, nessuna città ne ha più una propria. Torino non fa eccezione e l’edificio attiguo alla Camera di Commercio in via San Francesco da Paola – inaugurato nel 1956 su Progetto di Roberto Gabetti,  Aimaro Oreglia d’Isola e Giorgio Raineri – risulta tutt’al più deserto, sporadicamente utilizzato per eventi e mostre spot.

È un gran bel palazzo di architettura moderna. Ricordo quando da giovane, appena laureato, iniziai a fare il Procuratore Generale di Agente di Cambio e poi il Commissionario in titoli e valori. Lì dentro c’erano le postazioni telefoniche degli operatori e le corbeille dove si fissavano i prezzi. Non c’erano computer né smartphone e i messaggi fra la postazione telefonica dove si assumevano gli ordini dei clienti e l’addetto che contribuiva alle ‘grida’ in corbeille – l’Agente di Cambio in persona o un suo Procuratore – si scambiavano anche a gesti. Ad esempio, il titolo Fiat lo si evocava con due aperture del palmo delle mani (a mo’ di lampeggio dei fari) e l’allora SIP (oggi Telecom Italia) con mignolo e pollice della mano destra appoggiati rispettivamente su bocca e orecchio, a simboleggiare la cornetta telefonica.

Dal Novecento Torino era cresciuta molto come città industriale e anche la sua borsa valori aveva finalmente raggiunto la terza piazza in Italia, dopo quelle di Milano e Roma, mentre in precedenza era sempre stata quella di Genova ad essere più importante. La borsa valori torinese venne costituita nel 1850 su proposta di Cavour per modernizzare (anche) in questo modo l’economia del Regno di Sardegna. Inizialmente la sede fu stabilita presso la Camera di Commercio ma nel 1873 venne trasferita nel Palazzo D’Agliano, già Morozzo della Rocca.

Dei miei anni in borsa ricordo tre cose: i tantissimi biglietti degli ordini eseguiti, il brusio continuo e l'inefficienza del mercato di allora

Dei miei anni in borsa ricordo tre cose: i tantissimi biglietti degli ordini eseguiti che finivano per riconciliare le partite a fine giornata, che finivano spesso a terra quasi a formare un tappeto, il brusio continuo con picchi di ‘grida’ quando le azioni principali andavano in quotazione e l’inefficienza del mercato di allora. Si potevano guadagnare margini frazionali ma non irrilevanti comprando le azioni su una piazza al mattino, magari in avant-bourse, e vendendole su un’altra, financo nel ‘dopo-borsa’, e viceversa.

No: allora non era consentita la strategia di esecuzione degli ordini, la best execution, oggi addirittura normata, praticamente worldwide dalla telematica!