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#iosonotorino

di Guido Barosio

Dumas a Torino

Torino, 29 aprile 2020

Le prigioni sono luoghi della memoria e anche della fantasia. Pensate ai Piombi di Venezia, collocati tra Palazzo Ducale e il Ponte dei Sospiri, tra gli edifici di maggiore fascino nel cuore della città. Oppure al Castello d’If  dopo ci torneremo – maestoso e austero nella baia di Marsiglia. Poi ci sono prigioni che non ci sono più e devono la loro notorietà proprio a quello, come la Bastiglia, distrutta durante la rivoluzione francese. Torino conserva ancora oggi l’edificio delle Nuove, che per oltre 100 anni rappresentò efficacemente il concetto di ‘persun’. I Savoia brevettarono anche il concetto di ‘carcere fuori porta’, trasferendo nel Castello di Fenestrelle i detenuti più temibili. Ma per quelli della mia generazione il concetto di prigionia è irresistibilmente legato al ‘Conte di Montecristo’, non tanto il romanzo di Alexandre Dumas, quanto l’originale televisivo diretto da Edmo Fenoglio e trasmesso in TV nel 1966.

Sto vivendo una sorta di identificazione col romanzo di Dumas. Ovviamente aiutato dalle cronache contemporanee

Protagonista Andrea Giordana (il bello dell’epoca) nei panni di Edmond Dantès, spalla inimitabile Sergio Tofano, l’anziano e barbuto Abate Faria. Quest’ultimo, invecchiato tra le mura infernali, tentò l’evasione ma – sfigatissimo – finì nella cella di Dantès. Faria regalò all’eroico Giordana la mappa del tesoro ma finì col morire in cella. Sostanzialmente: termine pena mai. Sarà che mi sono recentemente riletto ‘Paperino e il conte di Montecristo’ (dove c’è un bellissimo Faria), sarà perché l’abate era un ergastolano amante dei libri e degli studi, ma sto vivendo una sorta di identificazione col romanzo di Dumas. Ovviamente aiutato dalle cronache contemporanee. Certo, ci sono alcune significative differenze: nel castello marsigliese i detenuti sono un pugno di sfortunati, mentre a Torino i prigionieri sono circa 875.000 (63 milioni in Italia); gli ergastolani nelle celle di If si erano macchiati di colpe gravissime (tranne i protagonisti, ovviamente); a loro era stata comunicata con chiarezza la durata della pena, mentre da noi si procede a puntate.

Le differenze non confortano un gran che: si va avanti per editti (un vecchio sistema che funziona sempre), ci viene spiegato che è per il nostro bene, possiamo uscire per l’ora d’aria, che però deve durare solo pochi minuti, ci è stato persino suggerito di cantare al balcone come in una commedia di Dario Fo. In un prossimo futuro si potrà uscire per trovare gli altri detenuti, ma solo se gli vogliamo bene, meglio se parenti.

Però Dumas comincia ad annoiarmi. Adesso guardo sempre un film: Fuga da Alcatraz.