Un po’ di storia, perché quella del vermouth è veramente antica: deve intanto il suo nome al termine tedesco wermut, usato per definire l’Artemisia Absinthium, pianta erbacea già alla base nei primi secoli dopo Cristo di diversi intrugli utili al benessere (secondo credenza) dell’intestino. L’uso medicinale, con qualche aggiunta negli ingredienti, traghetta poi questa bevanda attraverso il Rinascimento e oltre, fino al ‘700, epoca in cui i liquoristi torinesi godono di grande celebrità. È in questo periodo che la bevanda (previe opportune modifiche al gusto) passa da medicinale a conviviale; e nel giro di un secolo conquista cuori e palati di buona parte dell’aristocrazia piemontese, per raggiungere il picco a metà Ottocento, periodo in cui valica i confini giungendo in Francia, Spagna, America Latina e Stati Uniti (dove subito si impone nel mondo dei miscelati). Nasce ufficialmente il mito del vermouth. Quello delle grandi locandine, delle pubblicità sui giornali, quello ambasciatore nel mondo dell’eccellenza torinese; quello che spicca il volo, “decade” e poi rinasce, e oggi a secoli di distanza ci fa dire hallelujah!
Se il vermouth è oggi ciò che è bisogna ringraziare il Consorzio del Vermouth di Torino (composto da una trentina di aziende) che vigila sulla produzione e sui disciplinari, e tutela l’autenticità di un prodotto di cotanto valore.
Ma i vermouth ovviamente non sono tutti uguali, come li distinguiamo? Ecco un brevissimo manuale. I vermouth si classificano in base al colore (bianco, ambrato, rosato, rosso), e in base alla quantità di zucchero utilizzata (che li definisce: extra secco, secco, dolce). E sono intrinsecamente legati al proprio territorio, infatti il vermouth più ambito, cosiddetto “Superiore”, deve avere una gradazione alcolica non inferiore al 17%, e vino ed erbe utilizzate devono essere piemontesi.
Il successo del vermouth oltre al gusto, alla piacevolezza, alla raffinatezza, è legato a filo doppio alla sua capacità di essere flessibile, adattabile: perfetto da bere da solo, ideale protagonista di cocktail di prestigio… Quindi, dove esplorare a Torino tutto questo mondo di possibilità? Ovviamente essendo patria del vermouth le alternative sono innumerevoli, ma dopo uno sforzo di selezione, ecco per voi 6+1 consigli per gustarsi, da solo o in formato cocktail, un ottimo vermouth. Volevate una scusa? Dal 25 giugno al 2 luglio è stata proclamata dal Consorzio la settimana del vermouth a Torino; c’è poco da aggiungere…
Il successo del vermouth oltre al gusto, alla piacevolezza, alla raffinatezza, è legato a filo doppio alla sua capacità di essere flessibile, adattabile: perfetto da bere da solo, ideale protagonista di cocktail di prestigio
Affini
Noi vi diciamo quello di San Salvario, quello che ha in parte rivoluzionato diversi anni fa il concetto di aperitivo in città, con la mitica formula apericena-tapas. Ma Affini è anche e soprattutto miscelazione di qualità, ricerca, cocktail innovativi, tradizione. Tratti distintivi dell’idea di cocktail bar (e di mondo) portati avanti da sempre da Davide Terenzio Pinto. Affini è Torino, torinesissimo nell’anima, che ha saputo però innovare e innovarsi. Quale posto migliore per gustarsi tutta la storicità contemporanea di un cocktail base vermouth?
Bar Cavour
Beh, qui la storia si tocca con mano. Il Bar Cavour fa parte della “santa trinità” di fronte a Palazzo Carignano, quegli storici edifici che Cavour amava tanto e dove si faceva cucinare la finanziera. Farmacia del Cambio, ristorante Del Cambio, Bar Cavour: un tris d’assi dalla mattina alla notte. Il Bar Cavour è l’incontro del terzo tipo (anzi della terza ora, quella più tarda): scuro, misterioso e fascinoso come gli ambienti che ammaliano turisti da tutto il mondo. Raffinata la proposta, eclettica la drink list: uno dei must in città anche per il vermouth.
Distilleria Torino
La creatura per aperitivi e cene pensata da Distilleria Quaglia, membro del Consorzio e produttore artigianale di liquori, grappe e vermouth da più di un secolo. What else? Basterebbe questo. E invece ci si mette anche un’ottima cucina, abbinata ai prodotti firmati Quaglia; perché sì, chi l’ha detto che non si può pasteggiare a cocktail, magari base vermouth? Siamo a Torino d’altronde, sentitevi liberi di sperimentare… In Vanchiglia è praticamente un obbligo.
Barz8
Un altro super classico torinese, duro e puro, strenuo difensore del manifesto del cocktail. Mettiamo in chiaro le cose: qui si viene a degustare cocktail tailor made, non semplici da trovare altrove, fatti con competenza da chi se ne intende. Non c’è ingrediente che abbia segreti, non c’è abbinamento che non sia ragionatissimo. Chiedetelo a base vermouth.
Smile Tree
A Torino i cocktail li sappiamo fare bene, alla faccia dei cugini milanesi. Sono diverse le cattedrali della mixology di qualità in città (alcune non ci sono più, altre “nuove” sbocciano): lo Smile Tree è un assoluto riferimento. Dall’elaborazione alla presentazione del cocktail è e deve essere uno show, dalla A alla Z; e oggi la fama pronunciando il nome Smile Tree parla anche prima di noi. Ovviamente in carta c’è il vermouth (poteva essere il contrario?), pronto a stupirvi, come tutto il resto.
Damarco
Mancava un’enoteca (almeno una volevamo inserirla), e come immaginerete non è affatto facile operare una scelta in città. Diciamo Damarco perché non abbiamo ancora interpellato sul vermouth Torino a questa latitudine; e poi perché Damarco è un cult, con una scelta di prodotti ampia e soprattutto con una cura particolare nei confronti del vermouth, proposto anche in “versioni” decisamente speciali.
Cloud9
Il bonus ce lo giochiamo così: la Terrazza Cocchi di Cloud9. Cocchi è uno dei più famosi marchi di vermouth che esistano, e a lui è stata dedicata la terrazza affacciata su Villa Sassi. L’occasione ideale per degustare una selezione di prestigiosi vermouth e cocktail in un posto veramente incantevole.
