
Premesso che nessuno di noi è un informatico, e che la redazione di Torino Magazine può essere definita rigorosamente transgenerazionale, mi assumo il compito di raccontarvi la genesi di una cover differente da tutte le altre. Per il suo dato tecnico inconfutabile – siamo ricorsi all’AI e ai suoi servizi – per una collegialità di intenti – necessaria per affrontare le insidie di questa opportunità – per quel benefico desiderio di “esserci tutti insieme”, nonostante la canicola, che poi si è rivelata il vero nemico.

Certo, quando si sceglie un volto, che poi è una storia, qualche volta un tributo, tutto è più semplice (si fa per dire). Si lavora come in una finale dei 100 metri: un’idea, uno scatto, un risultato.
Dopo si procede di fino – quale foto, con quel taglio, a colori o in b/n – e poi si monta per avere il risultato finale. È il nostro match, siamo al vertice della catena alimentare, i risultati ci confortano e i lettori gradiscono. Grazie. Ma questa volta siamo di fronte a uno scenario che aspetta le domande, le idee, le motivazioni, uno scenario che vuole sapere che cosa vogliamo noi per darci il risultato. E tutto cambia. Sgombriamo prima il terreno da un grande equivoco: l’AI non fa niente da sola, l’AI è uno strumento (sofisticato) che senza input non si mette in moto.
Appena inizia la sfida comprendi che questo non è un mostro che divora professionisti e professioni, che ti sottrae la creatività, che un giorno farà tutto da solo e noi a casa. Piuttosto siamo di fronte a una partita a scacchi: tu fai una mossa e arriva la risposta, poi le mosse diventano due, tre, tante, fino a ottenere (forse, se sei bravo) quello che ti eri prefissato. Nella partita per la cover estiva noi abbiamo scelto un nostromo. Colui che, tra di noi, aveva maggiore dimestichezza col mezzo.

Si chiama Marco Barletta, ha 26 anni, ed è il genius loci delle nostre faccende tecnologiche: trasversale, curioso, rapido, ma, va sottolineato, non è informatico per formazione. «Mi sto per laureare in Scienze della Comunicazione, ma ho sempre avuto una grande passione per programmi, PC, gaming…». Ti definiresti uno “smanettone”? «Esatto (ride) è il termine corretto». Com’è stato il tuo approccio con l’AI? «Ho iniziato con ChatGPT, il modello linguistico che permette di generare testi. Forse la più diffusa porta d’ingresso per l’AI. Poi sono passato a Midjourney, che crea immagini da descrizioni testuali. Ed è questo il programma che abbiamo usato per la cover di Torino Magazine. A questo abbiamo aggiunto una nuova versione di Photoshop, che permette di lavorare le immagini di Intelligenza Artificiale; sostanzialmente intervenendo su di loro come fossero delle fotografie».
Tanti elementi in un solo quadro, per una Torino immaginabile creata con uno strumento che abbiamo saputo addomesticare
Come si parte, e, soprattutto, come si arriva. «Sono fondamentali le informazioni, gli elementi che verranno elaborati. Dalla nostra redazione gli input erano chiari fin dal principio. Ma non basta. L’abilità risiede nel fornire termini e concetti che possano essere colti nel modo migliore, perché l’AI è ancora un sistema imperfetto, non tutto quello che proponiamo funziona. O, almeno, non funziona ancora. Per aiutarci c’è una funzione estremamente utile, che ci permette di sottoporre delle immagini chiedendo di descriverle. In sostanza si lavora al contrario, ma possiamo capire come identificare dei soggetti che non conosce ancora».

Ma quali erano gli elementi che volevamo inserire nella copertina? Ignorando il risultato finale avevamo però in mente quali ingredienti assemblare, il cocktail della nostra città. Nelle nostre priorità c’era una figura centrale – un ritratto – che potesse inserirsi nella gallery delle nostre cover, che potesse essere ricordabile come le precedenti. Così abbiamo optato fin da subito per una figura giovane e femminile. Nello scenario circostante volevamo la città, riconoscibile (forse) coi suoi monumenti, e poi quegli elementi che caratterizzano Torino: l’Egizio e il turet, il calcio, i libri del salone, il tennis, l’edonismo del mondo dei sapori, il cinema, la mobilità leggera. Tante idee che non avrebbero mai trovato la sintesi in una singola foto, ma il nostro approccio era proprio questo: creare qualcosa di immaginabile, ma di non visibile a un solo sguardo.
Quali sono stati i rischi di un percorso come il nostro?
«Innanzitutto andavano evitati gli errori più ricorrenti: immagini stereotipate, vaghezza nelle informazioni, incapacità di adeguarsi al sistema. Se quello che vediamo non ci piace è inutile insistere, l’AI interpreta gli elementi che noi inseriamo, ma lo fa secondo la propria logica, non possiamo modificare il risultato più di tanto. Così abbiamo dovuto procedere per tentativi, con pazienza, imparando sempre meglio ad interagire. Ci abbiamo lavorato quasi un mese e abbiamo prodotto 200 varianti, affinando il risultato passo dopo passo».
Anche l’AI ha i suoi limiti? «Assolutamente sì. Per esempio manca di efficacia nelle espressioni: il piacere, la gioia, l’allegria non vengono bene, il risultato è sovente monotematico, oppure anonimo. Se si forza il sistema si rischiano atteggiamenti grotteschi. Anche alcuni elementi anatomici non le piacciono, le mani non sono quasi mai credibili e anche le gambe danno problemi. Poi, evidentemente, alcuni monumenti non sono conosciuti. La Mole non siamo mai riusciti a inserirla per davvero. Mentre invece la Tour Eiffel viene benissimo». Alla fine siamo arrivati a due possibile candidature, scelte tra le tante, alcune delle quali ci sono state proposte anche dall’esterno.

L’ultimo dubbio è stato tra una cover fotografica, solare, colorata, di impatto pop e più facilmente comunicabile; l’altra, radicalmente diversa, ha un impatto più grafico, tecnicamente suggestiva, di approccio sofisticato e concettuale. Abbiamo scelto la prima, con un ultimo passaggio di Photoshop. «Esatto, volevamo inserire, nella parte bassa dell’immagine, alcune icone che maggiormente caratterizzassero Torino, come l’Egizio, il turet e il cinema. I due calici sono un modo per brindare alla città di domani, anche nuova “capitale” del gusto e del turismo».

C’è la finzione e l’iperrealismo, un angolo di piazza sullo sfondo che fa pensare a De Chirico, un volto giovane che richiama una città propensa all’edonismo, ma anche alla cultura. Tanti elementi in un solo quadro, per una Torino immaginabile creata con uno strumento che abbiamo saputo addomesticare. Perché l’AI è uno strumento al servizio delle idee. Non fa certo paura perché non farà mai nulla da sola. Aspetta noi e la prima mossa, come negli scacchi. E come negli scacchi servono immaginazione, azzardo e pazienza. Requisiti per nulla artificiali.

(immagini AI)
