Per la cover di Jannik Sinner non abbiamo atteso gli Australian Open, e nemmeno la consacrazione del ragazzo di San Candido a numero uno del mondo. La decisione era già arrivata con le Finals dello scorso anno, anzi, l’idea risale ai tempi di Rafa Nadal, primavera 2021, quando, tra mascherine e restrizioni, il futuro dell’evento torinese appariva assai incerto. Fu allora che concepimmo “la serie”: una copertina dedicata a un grande campione per ogni edizione delle ATP Finals.
La città, dopo i mesi di segregazione e la rinuncia alle Olimpiadi, aveva la necessità di un vessillo dietro il quale incamminarsi, con fierezza e fiducia nel futuro. Ma ogni evento, prima di essere amato, ha bisogno di essere compreso: le Finals non sono i Giochi, non c’è il botto, ma l’iterazione di un appuntamento globale per (almeno) cinque anni consecutivi. La prima scelta fu primaverile, perché volevamo essere i primi (e lo siamo stati), dando un segnale forte alla città, indicando la rotta. Dopo (nell’autunno 2022) è arrivato Federer (non poteva mancare nella nostra hall of fame) e l’anno passato Djokovic, che ha vinto mentre eravamo in edicola, il massimo.
Ma quel ragazzo di San Candido, campione di nuova generazione, diverso da tutti gli altri, l’abbiamo sempre avuto in testa. Volevamo un italiano vincente e possibile vincitore, ma abbiamo trovato molto di più. Perché oggi Jannik non è solo un campione, ma il volto nuovo dello sport; accattivante come si può essere a ventitré anni, implacabile e risoluto col suo tennis semplice e perfetto, con una forza mentale che gli permette di superare gli ostacoli in campo e fuori.
Non assomiglia a nessuno che lo ha preceduto: un marziano, anche per i top player di altri sport. Piace ai torinesi per l’applicazione nei dettagli, la riservatezza, la tenacia, la classe ben inguainata nel controllo, perché solo così si vince tanto, tantissimo, sempre, slam.
Quindi una cover facile? Per nulla. Avremmo potuto scegliere una bella foto “da tennista”, ma non ci siamo accontentati. Il volto di questo ragazzo d’acciaio, peraltro, non offre il suo meglio nelle classiche espressioni agonistiche. E poi volevamo evidenziare diversi elementi: l’eleganza di un volto giovane però maturo, certe spigolosità nei tratti che sottolineano caparbietà e determinazione, lo sguardo rivolto verso chi osserva, in un engagement diretto e dichiarato.
Naturalmente si parte con 100 foto, che poi diventano 20 e infine 10. Su questa nomination abbiamo lavorato tutti: redazione, direzione, grafici. Perché a Torino Magazine ogni scelta che conta è collettiva, la cover è del team, la decisione finale responsabilità condivisa. Così siamo arrivati a Ryan Pierse di Getty Images, da oltre un decennio nell’olimpo dei fotografi sportivi, premiato nella sua categoria da World Press Photo.
Non deve stupire che Jannik sia stato fotografato da lui: perché, via via che un campione diventa globale, arriva il confronto con i maestri. Pierse è australiano, autore di servizi magistrali sugli sport più amati nella sua patria: cricket, football australiano, surf. Ma il suo volto più celebre è forse quello del brasiliano Neymar. Le foto di Pierse sono di bellezza pittorica, uniche nel suo genere.
Nella nostra cover Sinner ha tonalità quasi caravaggesche e rinascimentali, siamo due piani avanti (e anche di più) rispetto ai campioni in azione. Sarà il volto di Torino per due mesi, con lo sguardo rivolto alla città. Bello pensare di aver già eletto lui in quel 2021, quando scegliemmo il tennis per raccontare la città del futuro.
Sinner Pensiero: la mappa degli aforismi di e su Jannik Sinner
«La vita stessa è una citazione». Come si inizia un articolo dedicato alle citazioni? Ovviamente con un aforisma di Jorge Luis Borges, scrittore argentino tra i più globalmente importanti del ventesimo secolo. Le citazioni sono un po’ come delle metafore: frasi ad effetto che in breve esemplificano idee e concetti più ampi; senza troppi giri di parole, anzi proprio esaltando la potenza della sintesi.
Abbiamo quindi selezionato svariate citazioni di e su Jannik Sinner, convinti che la somma di queste parole (decisamente incisive) contribuisca a costruire un certo tipo di pensiero: un Sinner Pensiero. Perché ognuna di queste frasi suona come un claim, esplicita un tratto della personalità di Sinner e contemporaneamente ne giustifica il giovane mito.
La gestione dei successi, il rapporto con la famiglia, l’etica del lavoro, la giovinezza, la paura, la felicità… Il Sinner uomo e tennista si racconta anche attraverso le citazioni che lo hanno già reso icona. E allo stesso tempo aiutano chi lo disegna come una sorta di robot a capirne tutta l’umanità.
Ecco dunque 14 citazioni per comprendere meglio Jannik Sinner e il suo state of mind.
Il Divino Sinner
Torino a metà novembre viaggia al ritmo di una pallina gialla che rimbalza monocorde sul sintetico, respira tennis abbracciando per il quarto anno consecutivo le ATP Finals che riuniranno ancora una volta i migliori tennisti della classifica. Un appuntamento che dal 2021 ad oggi ha rappresentato per il movimento tricolore un crescendo di emozioni, di passione e di senso di appartenenza.
Da un secolo all’altro il nostro tennis ha cambiato pelle, tramutandosi da sport per pochi eletti a tendenza di massa, da notizia sporadica nei TG nazionali ad argomento fisso nei resoconti, al punto che ormai i nomi dei nostri migliori giocatori sono divenuti familiari in ogni angolo della penisola.
La forza delle vittorie, l’ebrezza dei trionfi immediatamente condivisi anche da chi con il tennis ha sempre avuto poca familiarità: un tempo c’era la valanga azzurra, il fenomeno Tomba, che aveva sdoganato lo sci dal le innevate cime fino alle piazze cittadine.
Oggi il numero uno del tennis mondiale parla la nostra lingua, occupa costantemente le prime pagine dei giornali e soprattutto promuove con il suo sorriso questo sport ormai sempre più di moda.
Il 2024 ha consegnato alla storia dello sport tre atleti, tutti accomunati da quei tratti che contraddistinguono il fuori classe dallo sportivo professionista, tutti capaci di firmare imprese destinate a rimanere impresse nella memoria degli appassionati, tutti in grado di accendere l’orgoglio della propria nazione.
Fa piacere anno tare che accanto ai nomi del ciclista sloveno Tadej Pogačar, dominatore della stagione a tutte le latitudini, e dell’astista svedese Armand Duplantis, accumulatore seria le di medaglie e record del mondo, figuri di diritto anche quello di Jannik Sinner. Il tennista italiano si ripresenta a Torino, a distanza di un anno, con un biglietto da visita totalmente diverso, maturato nel corso di questa stagione lunga, anche tormentata per il caso doping che resta ancora inspiegabilmente in sospeso, ma piacevolmente trionfale.
Un anno fa il tennista altoatesino non era ormai più il predestinato che nel 2021 si presentò da riserva, ma trovò comunque il tempo di sostituire l’amico Matteo Berrettini e prendersi la soddisfazione di battere il polacco Hurkacz e di far soffrire il russo Medvedev, in quel momento 2 del mondo e poi finalista.

Un anno fa Sinner infiammò Torino, scatenò i “Carota Boys” sugli spalti e raccolse quei risultati che si sono tra sformati nei mesi successivi nel propellente che lo ha trascinato nell’empireo del tennis italiano. Oggi Jannik Sinner sbarca a Torino da numero uno del mondo, posizione conquistata il 10 giugno di questo magico 2024, ascesa costruita e difesa soprattutto con i trionfi in territori sconosciuti per i nostri tennisti: prima l’Australia e poi gli Stati Uniti.
Nella storia Nicola Pietrangeli e Adriano Panatta avevano festeggiato a champagne sollevando verso il cielo il trofeo per gli eletti del Roland Garros, ma al di là di Parigi non ci eravamo mai spinti. Sinner ci ha tenuti svegli la notte e ha centrato in questa stagione due prove del grande Slam come solo i grandi dello sport sanno fare.
Vincere una volta può capitare in una vita, quando i pianeti si allineano o tutti i tasselli del proprio bagaglio combaciano perfettamente (a livello Slam gli esempi sono numerosi, negli ultimi decenni sono iconiche le vittorie di Goran Iva nišević e Stich a Wimbledon, oppure clamorose quelle di Gaudio e Chang al Roland Garros, o dominanti come quelle di Čilić e Roddick agli US Open), ma ripetersi appartiene solo al DNA di pochi eletti.
Il tennis resta uno sport elitario, ma non più per chi lo pratica in virtù della sua diffusione planetaria, ma piuttosto per chi lo frequenta a livello professionistico: i primi 5 della classifica ATP, infatti, rappresentano ormai uno scoglio insormontabile per coloro che occupano le posizioni di rincalzo. Quando Sinner, Alcaraz, Zverev, Djokovic e Medvedev alzano il ritmo per gli altri sono dolori e poco importa che il ranking certifichi una distanza di poche decine di posizioni… E proprio per questo l’attuale scettro mondiale detenuto da Sinner acquista ancora più valore.

La stampa francese lo scorso secolo etichettò Suzanne Lenglen, padrona del tennis negli anni Venti con 25 titoli del Grande Slam tra singolare, doppio e doppio misto, come “La Divine”… In Italia diventa automatico mutuare al maschi le l’accostamento, non solo per le buone maniere o il sorriso contagioso, per Sinner.
Siamo di fronte a una nuova generazione di fenomeni? Probabilmente non rivivremo più l’epopea dei “Fab Four” (l’eterno Novak Djokovic, Rafa Nadal, Roger Federer che conquistarono 60 titoli del Grande Slam sui 75 a disposizione dal 2003 al 2023, ai quali si aggiunse per un breve ma intenso periodo lo scozzese Andy Murray, fermo comunque a quota tre), ma resta il fatto che il futuro del tennis è nelle solide mani di Jannik Sinner che a Torino vuole festeggiare davanti ai propri tifosi il trofeo che appartiene di diritto a chi chiude l’anno con il numero uno tra le mani.
Il miglior modo per cesellare una stagione da incorniciare e che comunque non si chiuderà ancora visto che la Coppa Davis chiamerà molti protagonisti delle ATP Finals all’ultima fatica. E l’Italia sarà presente con l’obiettivo di bissare quel titolo che ha riportato il tricolore davanti a tutti.
Jannik Sinner: icona pop
Guido Barosio e Irene Dionisio si interrogano su Sinner come icona non solo sportiva, ma soprattutto pop. Il primo chiamando a raccolta visioni, ragioni, artisti che hanno provato a raccontare Jannik. La seconda disegnandone, a parole e a matita, un ritratto da anti-eroe moderno.
Prima Guido.
Una volta non era così. L’atleta era “semplicemente” un atleta, e lo si amava perché era un vincente. Si vedeva poco e parlava ancora meno, qualche volta niente. Ma gli irresistibili anni Sessanta cambiarono la storia, imponendo due discoli irresistibili: Muhammad Alì e George Best.
Sul dato tecnico (eccelso) ogni commento è superfluo, ma c’è dell’altro, c’è del politico, del mediatico e anche dell’artistico. Alì, dopo aver steso Sonny Liston guardandolo con fierezza ed eleganza, è una icona pop; George che posa col cappello da cowboy, lo smoking e la Ferrari, altrettanto. Ci leggiamo unicità, sfrontatezza, gusto per la ribellione, cesoia chirurgica tra due epoche.
Ma cosa definisce una icona pop? Tanti elementi tutti insieme: livello di fama e riconoscibilità all’interno della cultura popolare, e poi non è sufficiente la notorietà, occorre incarnare idee, tendenze e atteggiamenti, influenzando un’intera generazione. Quindi evidenza culturale, riconoscibilità globale (che vada oltre l’ambito di appartenenza), stile di vita attraente ma non emulabile, visibilità a lunga persistenza, simbologia trasversale.
E oggi? Quando l’antropocene si manifesta come l’era della comunicazione? Come si crea (o si distrugge) un’icona nella società condizionata da media di ogni tipo: social, TV, Youtube, intelligenza artificiale…? Vince la rapidità, nell’in come nell’out. Sostanzialmente arrivi in fretta, ma ancor più velocemente puoi sparire. E poi occorre (con difficoltà) scindere il vero dall’apparente. Perché il mondo dei media vuole creare il mito appena possibile, per poi cibarsene e, appena non piace più, sbarazzarsene.
Distinguere la vera icona non è un facile esercizio, serve la meticolosità degli antichi cercatori d’oro. E noi siamo convinti che la pepita giusta possa essere Jannik Sinner. In lui si può osservare molto di quello che abbiamo scritto in precedenza, con un dato, assai significativo, in più: la capacità – naturale, ma anche ben costruita – di essere “altra cosa” rispetto ai suoi illustrissimi predecessori – Nadal, Federer, Djokovic – grandi campioni, ma non icone come le intendiamo noi.
Perché Jannik piace ai ragazzini (che si identificano), ma anche alle mamme e alle nonne (che non hanno mai visto un incontro di tennis), pronte a proteggerlo contro la WADA, passata da nume tutelare dell’antidoping a Dart Fener dello sport universale. Ma Jannik entusiasma anche aziende del calibro di Fastweb, Lavazza e Intesa Sanpaolo, pronte a investire su di lui oltre le imprese agonistiche.

Ulteriore elemento di iconicità è l’universalizzazione del mito, dove Sinner è oggi star indiscussa, amato dall’Australia agli States, oggetto di gossip (che però non morde l’impeccabile altoatesino più di tanto), in assoluto più interessante dei calciatori plastificati, difficilmente distinguibili dai loro avatar nei videogiochi. Di queste potenzialità, e dei messaggi che contengono, si è già accorto il Time, che lo ha incluso tra le “100 persone emergenti del 2024”.
Il numero uno del tennis offre la personalità giusta per i nostri tempi: si impone senza bisogno di fare il balordo, non offende, non provoca, sembra mite, ma, impugnata la racchetta, appare ciò che è: forgiato nel carborundum. Così, inevitabilmente, oggi l’arte fa la sua parte.
Il primo ad accorgersene è Simone Tribuiani, che ha catturato nei suoi dipinti alcuni dei momenti più significativi del campione, come la vittoria agli Australia Open e la semifinale contro Djokovic in Coppa Davis. L’artista ha spiegato che i suoi dipinti rappresentano “fermi immagine”, evocando momenti che definiscono la carriera dell’atleta e che rimarranno nella memoria collettiva. Ma Sinner lo troviamo anche nei lavori di Andrea Pisano (serie Iconpop), quasi una visione in mood Andy Warhol, o in quelli di Craiyon, che celebrano il suo celebre amore per le carote.
Significative le opere del giovane Leon, dove il ritratto è circondato da coloratissime pennellate astratte, mentre il digital painter Dante Gurrieri lo colloca direttamente nel Rinascimento. Assai emblematico il video di Tennis Channel in cui appare Jannik chiamato a dipingere il suo “paesaggio italiano”. Nel mondo dell’arte Sinner apre una porta che sinora era stata chiusa (o appena socchiusa), quella delle nuove tecniche, della digitalizzazione, della serialità dei prodotti.

In estrema sin tesi: il contemporaneo ha trovato davvero la sua nuova icona. È italiano, non ha bisogno di affilare i canini per vincere, ce lo godremo ancora a lungo, perché giovane, ma anche perché ha cambiato i paradigmi della sua specie.
Poi Irene.
16 Agosto 2001, tra le Dolomiti, a San Candido, nasce Jannik Sinner, astro nascente del tennis mondiale. Dopo una lunga gavetta in costante crescita Sinner si è insinuato come una brezza alpina nel mondo severo del tennis mondiale. Alto e snello, dalla folta chioma carota, Jannik si muove sul campo con una combinazione di eleganza innata e spietata determinazione.
«Il talento per me non esiste, bisogna guadagnarselo», affermava sicuro in un’intervista del 2021 a vent’anni appena compiuti. «Puoi avere capacità migliori, ma solamente se lavori andrai più in alto. Chi lavora è quello che ha talento».
Nell’epoca della performatività per eccellenza, in cui le azioni individuali sono valutate più per il loro impatto e rappresentazione, piuttosto che per la loro sostanza, Sinner ha saputo stupire con un talento pacato e una resilienza unica. L’enfant prodige del nostro tennis si è dimostrato e si dimostra, nella vita e nel gioco, capace di una potente calma e di un’intelligenza tattica fuori dal comune.
Sinner utilizza colpi profondi e angolati per mettere sotto pressione i suoi avversari con un servizio solido che gli consente di guadagnare punti facili, specialmente nei momenti decisivi. È in grado di variare la sua velocità e spin, rendendo difficile per gli avversari prevedere le sue intenzioni. La sua agilità gli permette di coprire rapidamente il terreno, rispondendo efficacemente agli attacchi degli avversari.

La sua calma in campo e la capacità di mantenere la concentrazione anche in situazioni di alta pressione lo distinguono. Sinner sa assolutamente come affrontare i momenti critici delle partite e spesso riesce a ribaltare situazioni svantaggiose.
Come Zinédine Zidane immortalato nell’opera di Douglas Gordon e Philippe Parreno dal titolo A 21st Century Portrait, Sinner è stato capace di trasformarsi: il corpo dell’atleta è quello di un ballerino aggraziato eppure letale, non solo enfant prodige, ma anche fenomeno culturale, un’icona pop che trascende lo sport.
Fuori dal campo, Jannik si muove con la stessa disinvoltura con cui colpisce un rovescio vincente. Le telecamere lo adorano, catturando ogni suo timido sorriso, ogni gesto di esultanza contenuta. I brand di lusso se lo contendono, vedendo in lui l’incarnazione perfetta di un’eleganza sportiva e senza tempo. Sui social media, il suo seguito cresce esponenzialmente. I fan analizzano ogni sua mossa, ogni cambio di look, ogni apparizione pubblica. Le ragazze sospirano, i ragazzini lo emulano.
Jannik è diventato il sogno italiano, l’anti-eroe moderno che unisce talento e umiltà, successo e genuinità. Eppure, in mezzo a questo vortice di attenzioni, Sinner mantiene un’aura di mistero. Come un personaggio di un romanzo, sembra galleggiare sopra il clamore che lo circonda, concentrato su una missione che solo lui comprende appieno.
In un’epoca di eccessi e scandali, Jannik Sinner è l’antidivo per eccellenza. L’eroe che non ha bisogno di gridare per farsi sentire. Il suo tennis parla per lui, e il mondo non può fare a meno di ascoltare, rapito.
(foto cover: Ryan Pierse di Getty Images)

