Non so se avete visto il nuovo spot Barilla in cui meccanici e piloti di Formula 1 mangiano la pasta nei box, addirittura appoggiati alle auto, con alcuni cassetti degli attrezzi dedicati alle forchette e i protagonisti dentro e fuori la pista che compongono una vignetta in cui la rivalità sembra non esistere quasi più? Sicuramente lo avete visto. Lo spot si chiama Come una famiglia, una nomenclatura che si porta dietro un concetto perfino più ampio: dove c’è famiglia c’è pasta e dove c’è pasta c’è famiglia; a prescindere dal tipo di famiglia.
Peraltro, la situazione ricostruita dagli attori appartiene a una storia vera, e alcune fotografie d’epoca ci raccontano come a fine anni ’70 fosse un po’ un rito italiano quello di gustare la pasta al paddock (lo conferma anche il cuoco incaricato di preparare i piatti). Davvero un altro mondo: oggi anche solo sfiorare una delle auto da corsa sarebbe impensabile, figuriamoci appoggiarci un piatto di spaghetti.

Possiamo farci poco: nel bene e nel male il mondo cambia. E ce ne accorgiamo anche nei dettagli più apparentemente insignificanti, tipo che nel 2024 sono decaduti i diritti di molti personaggi immaginari famosissimi, e adesso si possono più o meno utilizzare. È successo ad esempio a Tigro, uno dei protagonisti dei romanzi di A.A. Milne dedicati a Winnie Puh (sì il nome originale è questo). Ed è per questo motivo che abbiamo potuto usare Tigro per la copertina di questo speciale food (la versione Disney, quella, è ancora protettissima e intoccabile).

Ma la vera domanda è: perché Tigro sta mangiando un piatto di pasta? Semplice: perché dove c’è pasta c’è famiglia. E se pensiamo alla famiglia più sgangherata, ma familiare, di sempre, che tutti abbiamo amato, pensiamo a Winnie e alla sua banda. E all’entusiasmo di quella Tigre che saltava addosso per dimostrare affetto e partecipazione. E noi, con quell’entusiasmo tigresco, proviamo a spiegarci (e a spiegarvi) perché dove c’è famiglia c’è pasta; aiutandoci con un panel di consigli in salsa torinese.

Partiamo dalle basi: poco prezzo, tanta sostanza (e goduria). La pasta sfama letteralmente le famiglie italiane da quando esiste il concetto stesso di famiglia italiana. E oggi che il concetto è più ampio e variegato, e che molte cose sono cambiate, la pasta mantiene il proprio posto al centro della tavola.

Da Sordi a Ugo Tognazzi, dai Soprano alle tagliatelle di nonna Pina, da sua maestà l’agnolotto piemontese alla tenacia di Eleonora Cozzella alla ricerca dell’origine della carbonara… In ogni ambito della storia del nostro Paese, la pasta è presente. Al cinema, nei varietà, nelle serie TV, negli spot, negli articoli, nei libri e soprattutto nelle discussioni a tavola; dato che gli italiani sono, statistiche alla mano, il popolo che più parla di cibo a tavola. Un paradosso? No. Semmai l’esaltazione di una cultura, anzi di una religione (un po’ pagana e un po’ no) in cui la pasta è tra gli dei maggiori.
Fate un esperimento, sedetevi a tavola con i vostri amici e ponete un semplice quesito: «Qual è il vostro piatto di pasta preferito?». Scoprirete che è una delle domande più complesse di sempre. Pasta ripiena oppure no, lunga o corta, sugo elaborato o puro, e il risotto? Potenzialmente, ci si può perdere le ore. Ed è una cosa bellissima.

Ecco, ma a Torino, dove mangiamo la pasta noi? Et voilà un altro quesito da non porre, anche perché a noi piacciono le sfide e dunque ci lanciamo in questa battaglia persa (uno stile di vita) nella quale proveremo a individuare, a ruota libera, i luoghi del cuore in cui mangiare ottima pasta a Torino. Buona fortuna a noi!
Si comincia dal re: l’agnolotto. Dove lo mangiamo noi? Alla Trattoria della Posta, da Felicin alla Consolata, dal cult Scannabue, al mitico Da Celso, all’Osteria Antiche Sere, al Caffè dell’Orologio, al Ristorante Consorzio, in San Paolo alle Ramine, in San Salvario da Madama Piola. Ed è sempre festa.

Così come con lo spaghetto: ne abbiamo assaggiato recentemente uno meraviglioso ai frutti di mare all’Osteria Rabezzana, ma non possiamo dimenticare quello della Trattoria Lauro e nemmeno quello di Gallina, senza contare il mitico spaghetto viola di Alessandro Scardina alla Pista del Lingotto. Poi ovviamente i “romani” (spesso con i tonnarelli), vedete voi se siete team amatriciana o carbonara, noi in ogni caso diciamo Dù Cesari e Felice a Testaccio.

E si continua con il capitolo risotti: iconico quello dei Costardi Bros nel barattolo da Scatto, intramontabile quello alle ciliegie di Ugo Fontanone da Frà Fiusch, imperdibile quello alla certosina di Ceccarelli; quasi scontato nominare quello stellato di Andrea Larossa, gran maestro di risotti.

E poi consigli vari e assortiti: i maccheroni davvero speciali all’Uliveto, i tajarin a regola d’arte di Belvedere e Dume Trattoria Imperfetta, la lasagna autentica alla Ferramenta del Gusto Emiliano. Sicuramente dimentichiamo tantissimi posti, ma il gioco sta anche nel vedere cosa manca a questo elenco. Come con quegli atlanti in cui si colorano i Paesi visitati.

Noi ci lasciamo però con uno spunto decisamente stravagante, un fuoriporta per chi non teme la malinconia dei paesaggi e l’umidità della campagna sotto il livello del mare. Vi spediamo niente poco di meno che a Fontanetto Po, in provincia di Vercelli, alla Locanda dell’Orso. La missione è triplice: mangiare una panissa spettacolare (se non sapete cos’è identificatela come un risotto buonissimo e crastissimo), immergersi nella magia e nella cultura delle risaie, farsi raccontare dal vivo la storia di questa locanda. Un’osteria nata nel 1865 dalla volontà di un uomo partito ragazzo per il Canada e tornato in Piemonte leggermente più ricco di com’era partito (ci voleva poco), con l’idea però di aprire un ristorante e il ricordo di ciò che più lo aveva impressionato in Canada, ovvero gli orsi. Da qui il nome assurdo: chi l’ha mai visto un orso nel Vercellese? La storia già di per sé vale il prezzo del biglietto, il resto lo fa la panissa… Perché sì, anche a Fontanetto Po, dove c’è pasta c’è famiglia, e viceversa.

