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Enrico Pandiani

Il fascino parigino della Torino in noir

di GUIDO BAROSIO

Inverno 2018

Poteva essere una solida carriera di fumettista, quella di Enrico Pandiani (torinese del 1956), ma – dopo le esperienze sul Mago e a Orient Express – arriva prima La Stampa (dove disegna copertine e si occupa di infografica); e poi la svolta, in cui la passione per il poliziesco diventa rapidamente mestiere. Il suo primo commissario si chiama Pierre Mordenti, ha nome e origini italiane ma lavora a Parigi, nel leggendario Quai des Orfèvres. Intorno a lui la squadra di ‘les italiens’, formata da poliziotti col medesimo pedigree. Il primo romanzo porta il loro nome (Instar Libri, 2009), poi ne seguiranno altri tre con la stessa ambientazione: ‘Troppo piombo’ (Instar Libri, 2010), ‘Lezioni di tenebra’ (Instar Libri, 2011) e ‘Pessime scuse per un massacro’ (Rizzoli, 2012). Nel 2013 il filone noir si sposta a Torino, con la detective privata Zara Bosdaves (‘La donna di troppo’, Rizzoli). Due anni dopo è ancora lei la protagonista di ‘Più sporco della neve’ (Rizzoli). Con lo stesso editore tornano les italiens nel 2016, in ‘Una pistola come la tua’, e nel 2017, in ‘Un giorno di festa’. L’ultimo romanzo – ‘Polvere’ (DeA Planeta) – non appartiene ai filoni precedenti e Pandiani abbandona provvisoriamente i suoi amati personaggi. Lo scenario è quello di una Torino livida e periferica, i protagonisti sono sconfitti senza neanche troppa voglia di riscatto, ma conquistano proprio per questo, così come la vicenda, un noir senza commissari, un intreccio dal quale non riesci a scioglierti.

Torino è una città meravigliosa, piena di risvolti metafisici. A Torino puoi sempre stupirti, anche se ci abiti da sessant’anni come me. Proprio per questa sua anima mutevole, e per il continuo avvicendarsi dei flussi migratori, è una città disponibile al cambiamento

Enrico si definisce ‘autore di genere’, ma è riduttivo. Così si può estendere la definizione: lui è un ‘torinese autore di genere’, quindi preciso nei ritratti, curato nei dettagli (che poi sono quelli che fanno la differenza), professionale come lo erano gli operai di Levi ne ‘La chiave a stella’. In più, quando scrive di Torino, traspare un amore profondo per la città, anche quando svela il suo aspetto torvo, anche quando si alza stropicciata al mattino, perché l’amore non ha sempre bisogno di piazza San Carlo per essere tale. L’amore è anche per gli sconfitti.

Chi è il protagonista di ‘Polvere’?

«Un uomo che si lascia depositare la polvere addosso. Pietro è un disoccupato che ha smesso di lottare, beve in continuazione sempre il medesimo cocktail, vive in una casa in disarmo con il gatto come unico amico. Si trova coinvolto in un’indagine senza volerlo, ma quell’episodio gli cambierà una vita che lui non voleva più cambiare».

Qual è la Torino di Pietro?

«Quella delle periferie, brutta e malcurata, quella dove vivono gli sconfitti: prostitute, drogati e spacciatori, delinquenti che non sono vincenti neppure loro, poveracci che cercano di cavarsela ma non sempre ci riescono. È la Torino che si vede sul tram, se non sali sul tram non hai la percezione del reale. Io sul tram ho imparato tante cose e visto tante storie».

Dicci qualcosa di Tundra, la protagonista femminile.

«Penso che sia il più bel personaggio femminile che abbia mai scritto».

Ma Torino è una città pericolosa?

«Torino è una città coi suoi problemi, ma la paura è percepita a una soglia molto più alta del reale. La nostra periferia non è quella di certe città americane o francesi. C’è un problema di comunicazione che esaspera le tensioni e i conflitti. Se leggi certe cose sui social e sui giornali, poi finisci per crederci».

Nei tuoi romanzi scrivi di Torino e di Parigi. Persino troppo facile cercare un parallelismo…

«Torino è certamente simile a Parigi dal punto di vista estetico. A tratti vedi le medesime prospettive e sembra di respirare la stessa aria. Ma Torino ha una valenza ambigua e misteriosa che la rende unica. Pensa alla città sotterranea, che non esiste da nessun’altra parte: quando scendi i cinque piani delle ghiacciaie di Porta Palazzo, entri in un mondo ultraterreno. E poi ci sono le rive del Po, che a un certo punto si trasformano in foresta, la foresta salgariana, la giungla. Non è da meno la collina, subito vicino al centro, dove le strade salgono di sghimbescio e hanno lo stesso nome. Facilissimo perdersi se non le conosci, tra parchi silenziosi e palazzine misteriose. Noi che viviamo in città non prestiamo attenzione a certe atmosfere, ma solo perché la consuetudine ce le ha rese familiari».

Quindi Torino è una città ideale per scrivere?

«Sicuramente sì. Torino è una città meravigliosa, piena di risvolti metafisici. A Torino puoi sempre stupirti, anche se ci abiti da sessant’anni come me. Proprio per questa sua anima mutevole, e per il continuo avvicendarsi dei flussi migratori, è una città disponibile al cambiamento».

In tema di cambiamenti, come valuti la Torino attuale?

«C’è stato un evidente regresso e viene spontaneo guardare al passato. Rivorrei volentieri indietro la Torino di Chiamparino. Ma le città vivono di un equilibrio delicato e occorre prestare attenzione a certi segnali, in particolare al crescente fastidio verso gli immigrati. Torino non deve diventare razzista e leghista».

E di questa amministrazione cosa pensi?

«Non vedo prospettive, progetti e competenze. Ogni tanto ho la sensazione che interpretino l’amministrazione come un esperimento: si procede per tentativi e noi siamo le cavie. Ma il pericolo è anche a livello nazionale, passano degli slogan inquietanti e pericolosi: gli intellettuali sono dei coglioni e anche la scienza è una coglionata, si procede per offese e delegittimazioni».

Tra gli elementi in forte crescita della città c’è la ristorazione. Cosa ne pensi?

«Torino ha vissuto e sta vivendo una vera e propria rinascita della ristorazione. È un elemento positivo e attrattivo in assoluto. Anche questo collegato agli anni migliori di Torino, quelli olimpici. I miei ristoranti preferiti sono Le Vitel Etonné della mia amica Luisa Pandolfi e quello del Circolo dei lettori. Non amo invece i ristoranti troppo costosi, anche se di alto profilo: trovo che non ci sia alcun senso a spendere 200 euro per una cena».

Ti interessi di calcio?

«Poco. Ma sono convintamente granata. A me piacciono i perdenti e il mito sventurato del Torino è di un fascino straordinario. E poi, come si fa a tifare Juventus? Vince sempre, tutte le volte. Che gioia ti può dare una squadra così? Io ricordo che nel 1973 i miei amici mi portarono a una partita del Toro contro l’Inter: i granata vinsero 4 a 0 e fu un vero e proprio evento. Le gioie sono gioie che restano quando accadono raramente».