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Editoriale

di Guido Barosio

Epica metropolitana nella città di Torino

Torino, primavera 2019

Questo non è e non vuol essere un editoriale sportivo. Celebrare il Grande Torino e Valentino Mazzola significa rendere onore a una pagina di storia magnifica e terribile, a una vicenda epica che dell’epica ha tutti gli elementi, e forse qualcuno in più. Abbiamo uno scenario irripetibile: quello di una città provata dalla guerra e dai bombardamenti, ferita nell’anima e nella sua economia. Ma abbiamo anche una città orgogliosa e tenace, che vuole di nuovo innamorarsi di qualcosa di bello e di unico, di un simbolo vincente che porti il suo nome nel mondo: Torino. E poi ci sono ‘coloro che compirono l’impresa’: una squadra di invincibili che faceva, meglio di tutti coloro che li avevano preceduti, ‘qualcosa’, e quel qualcosa era il football, il gioco più amato al mondo. Ma c’era anche l’eroe, il più bravo, il simbolo, colui che cambiava il destino delle gare in corso col proprio volere. Valentino Mazzola, che fu Ettore e Achille allo stesso tempo. Le vicende si svolgevano in ogni città della nazione, ma a Torino c’era il tempio: il Filadelfia, quel campo dove il Grande Torino non perse mai.

Celebrare il Grande Torino e Valentino Mazzola significa rendere onore a una pagina di storia magnifica e terribile, a una vicenda epica che dell’epica ha tutti gli elementi, e forse qualcuno in più

E il coro, come in ogni tragedia classica, non poteva mancare. E il coro erano i tifosi: torinesi di centro e di barriera, che ascoltavano la radio e sfogliavano il giornale al bar o in latteria, sempre con la giacca perché i jeans non erano ancora arrivati, sempre con una sigaretta tra le dita, perché allora si fumava anche al cinema. Entusiasti di piccoli vessilli granata fatti in casa, cuciti da mamme e mogli innamorate. Ma, a questo punto della vicenda, arriva il fato. Che chiede il suo conto e impone una fine beffarda, una fine talmente irreale da sembrare già scritta. A Superga la storia mutò il proprio corso e consegnò alla memoria anni febbrili e irripetibili, per tutta Torino, per l’Italia intera, e non solo per i cuori granata. Pochi giorni dopo Italia-Inghilterra, col Grande Torino vestito d’azzurro, il giornale della municipalità riportava: «Notevole cornice rappresentata dall’animazione cittadina e dei forestieri per l’accaparramento del sospirato biglietto d’ingresso, dal considerevole concorso di folla, dalla spettacolare parata di macchine attraverso le principali vie cittadine, e dal fermento di vita che per un giorno ha fatto della nostra città una specie di metropoli… una vera girandola di macchine che si sorpassavano, si incrociavano tra l’attonito stupore dei cittadini che si erano fatti impegno di non mancare allo straordinario spettacolo che li trasportava di colpo dalla sonnolente vita quotidiana in una babelica città di traffici e di intensa vita. E diciamolo pure. I commenti, espressi con fiere parole o con sommessi sospiri, erano tutti concordi: peccato che domani sia tutto finito! Fosse sempre così».

Il Grande Torino non vinse il Mondiale del 1950 che avrebbe dominato (i granata in tournée avevano inflitto lezioni di gioco ai brasiliani), e i suoi tifosi iniziarono a celebrare una loro religione, l’unica in grado di adorare, insieme, morti e viventi. Abbiamo detto di epopea metropolitana, ma il Grande Torino e Capitan Valentino sarebbero materia perfetta per un blockbuster hollywoodiano, e forse un giorno lo saranno. In tempi scanditi dal calcio globale e televisivo, frammentato tra anticipi e posticipi, appesantito da sponsor e governato dai soldi, i nostri eroi sono un ‘valore contro’. In un giorno di neve la squadra, tutta insieme, compatta, scese dal pullman e lo spinse, facendolo ripartire. Valentino Mazzola per vincere si rimboccava le maniche, non mostrava i pettorali alle telecamere. Ma le più aggiornate leggi del marketing oggi sembrano rendere omaggio a quei campioni e ai loro valori. Adesso si scrive e si dice, anche sui social, che un prodotto vince se esiste narrazione veritiera, perché solo l’eccellenza regge la spinta della visibilità. Torino dal 1942 dispone di un patrimonio umano e civile che non sempre ha valorizzato e tutelato a dovere. Torino Magazine – nei cento anni dalla nascita di Valentino e nel settantesimo anniversario di Superga – ha voluto rimettere la leggenda in copertina. Perché la sua città si ricordi di farne tesoro. Perché – come amava dire Gustav Mahler – la tradizione è salvaguardia del fuoco, non venerazione della cenere.