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Sentenze granata

di Gian Paolo Ormezzano

Un’estate granata

Torino, estate 2020

I mesi che ricorderemo come quelli del virus, oppure (trattasi di autentica etica scelta esistenziale) come quelli primaverili- estivi senza calcio, hanno permesso e in molti casi imposto nuove percezioni, nuove valutazioni, inattese scoperte e semplicissime constatazioni relativamente a quella cosa-cosina-cosona-cosaccia chiamata vita, comprensiva – eccome – anche del gioco del calcio. Il calcio filtrato ovviamente dal Torino: sennò, che calcio è? Prima affermazione strettamente personale, emessa ai confini del dogma e in prima persona probabilmente assai singolare: il calcio è un brutto povero sport e un bellissimo ricco gioco. Lo sapevamo già ma ci rifiutavamo di ammetterlo nella pienezza assoluta appunto del dogma, di incidercelo nel cervello e anche nel cuore.

La lunga serie di vecchie partite disperatamente teleriproposteci, eventi gloriosamente storici o penosamente cronistici, episodi di eroismo intenso o di squallore profondo, ci hanno permesso di constatare che, come bellezza e anche come vis atletica, persino il meglio riuscito movimento del calcio è inferiore all’immagine plastica di una ribattuta del pallone elastico effettuata da un adepto langarolo di mezza età dopato dal vino bevuto tra una giocata e l’altra. La palla nel calcio non è trattabile con le mani a meno di essere il portiere (alle origini del gioco era il ruolo negletto rifilato all’anziano sorvegliante della camerata di dieci studenti: da qui il fatto che si giochi in undici, mai tardi per imparare…). È come correre con le gambe nel sacco: una pena, uno schifo. Però del gran gioco inteso come azzardo, imprevedibilità, miracolismo, partigianeria, diramazioni (di natura geografica, economica, politica, talora anche letteraria), fanatismo di massa e spicciolo, in salsa talora masochistica però sempre con prospettiva di repente glorioso riscatto – anche truffaldino – per i propri colori, di tutto questo il calcio ha davvero tutto. Al punto che ci appassioniamo all’esito di ogni partita, anche se già giocata e stratrasmessa: basta non sapere com’è andata a finire, lo abbiamo constatato proprio in questi duri ultimi tempi.

I mesi che ricorderemo come quelli del virus hanno permesso e in molti casi imposto nuove percezioni, inattese scoperte e constatazioni relativamente a quella cosa chiamata vita, comprensiva del gioco del calcio

E se la televisione mandasse in onda un Roccacannuccia- Forlimpopoli annunciando che si tratta di Colombia-Romania, per dire di due nazioni calcisticamente di mezzo, con giocatori non noti ergo non telericonoscibili, mica capiremmo che è povero calcio. Conta il risultato, comunque pervenuto: e quando il totocalcio danese si trovò privo, per ragioni climatiche, del numero minimo di partite utili per riempire la colonna delle giocate, si ricorse al sorteggio di partite fra squadre con nomi di fantasia, e andò bene a tutti. Seconda affermazione che più personale non si può intanto che riguarda l’intero popolo granata mio fratello: tutto il nostro bla-blabla sin qui esposto/imposto non conta che parzialissimissimamente qualora si tratti di partita giocata dal Torino, contro la Scafatese come contro il Real Madrid (non la Juventus, no, parliamo di partite con arbitraggio e andamento regolare).

E così siamo scivolati automaticamente, fisiologicamente, inevitabilmente, canonicamente e dunque parareligiosamente dall’altra parte del dogma: il calcio è un bellissimo gioco, il più bello del mondo se la tua squadra vince, il più perverso – ergo bello di bellezza speciale, morbosa – se la tua squadra non vince (la tua squadra non perde mai, magari essa si perde e viene battuta, ma è altra cosa); però se si tratta del Toro, che col destino più bieco e glorioso e tragico ha ‘palleggiato’ come nessun altro club al mondo, entrano in gioco categorie dello spirito che anche se sapessi spiegarle non le spiegherei.

Noi tutti del Toro gelosamente e golosamente ce le spupazziamo sognando, sorridendo e piangendo; gli altri tutti non possono capire.