Torino, Inverno 2024 – 2025
Non ci soffermiamo mai abbastanza sulle peculiarità della luce che ci circonda: a tutti gli effetti, il mondo in cui viviamo cambia in continuazione, proprio a partire dalle mutazioni degli schemi che lo illuminano. Viviamo ogni ora che passa in mondi diversi, senza quasi rendercene conto. Verso la fine della giornata, la luce cala. Così noi la chiamiamo sera e poi notte, quando la luce a disposizione è ormai poca e il buio è al massimo della sua estensione.
La notte plasma l’immaginario di chi la guarda: certe città si possono conoscere davvero solo di notte, e le colleghiamo più saldamente a questa fase del giorno anziché a un’altra. Torino certamente è una di queste città. La fotografia, che per sua stessa ammissione etimologica ha firmato un patto con la luce per esprimersi, di fronte alla notte è necessario che faccia bene i suoi calcoli. Si potrebbe dire che la fotografia notturna abbia un debito di non poco conto con l’invenzione dell’elettricità, nata quasi in concomitanza – si badi all’intreccio delle scoperte dell’uomo – con la fotografia stessa: le città di colpo si illuminano molto più di prima, l’uomo è più sicuro, si orienta meglio, può fotografare la notte.
La notte chiede tempi lunghi, talvolta; non sempre. Brassaï aveva un modo infallibile per calcolare quanto la lastra dovesse rimanere esposta alla luce scarsa della notte di Parigi perché rimanesse impressionato ciò che aveva in mente: due sigarette diverse, una più rapida e un’altra più lunga da consumare.
La notte è quello che resta. La notte non va cercata, è lei a trovarci
La notte è un luogo che obbliga a fare pace col fatto che vedremo solo ciò che vorrà farci vedere lei: il resto, ombra, ci è celato nonostante gli sforzi. La notte è quello che resta. La notte non va cercata, è lei a trovarci; fuggirle vorrebbe dire correre in eterno. Come fa il tecnico meccanismo della fotografia a rappresentarla?
Immaginiamo: stiamo camminando lungo le strade della città illuminate dai lampioni, vediamo il chiarore che gettano sulle cose che si trovano in loro prossimità facendo cadere nella penombra ciò che è più lontano. Vediamo il monumento equestre di piazza Carlo Alberto divenire una massa scura, mentre vediamo alcune stanze accese nelle case, altre spente. Ci sono cose, poi, che non possono dormire mai, perennemente presenti: vediamo la facciata del Museo del Risorgimento emergere dalla penombra grazie ai fari che si è voluto puntarle contro, destinata insieme alla Biblioteca Nazionale a un’insonnia interminabile.
La notte è l’inconscio delle città, forse è addirittura il nostro che ci si palesa ripetutamente. Ribolle o si acquieta ciò che si è agitato durante il giorno, si trova la soluzione insperata. E poi esistono notti abitate, come esistono notti disabitate: chi le anima solitamente cambia volto, talvolta identità rispetto a quella indossata durante le ore diurne. Quando non c’è nessuno nella notte tu, che invece ci sei dentro, sei costretto a un dialogo serrato con quel panorama scuro che in quel momento ti rispecchia. Per questo motivo ognuno ha la propria idea di notte, una visione diversa, a colori o no.
La notte dell’Italia di Luigi Ghirri, la notte di una Torino ormai lontana, quella di Mario Gabinio, la giostra Zeppelin in movimento, piazza Solferino, la notte degli anni Trenta. Come fa la notte a non cambiare mai, mentre tutto il resto – città, persone, strade, palazzi – è destinato a trasformarsi continuamente? La notte è questa sostanza immobile sotto cui la realtà cambia inevitabilmente. Come si fa una fotografia? Si vede qualcosa, si trova un punto, si inquadra. Cosa ci è rimasto della notte.
