Torino, Estate 2023
«C’è qualcosa di nuovo oggi nella Juve, anzi d’antico», parafrasiamo Giovanni Pascoli e l’incipit della poesia L’aquilone per raccontare la società bianconera dell’ultima stagione: all’insegna di un passato colmo di storie e di avventure, di giovani, come Roberto Bettega e Claudio Marchisio, tanto per citare due esempi emblematici, e capace, grazie a Massimiliano Allegri, a puntare nuovamente e decisamente su ragazzi che si sono fatti valere in una annata particolare, “giocata” fuori e dentro il campo, passando, in un andirivieni spesso grottesco, dal buio al miele, dagli stadi al tribunale. Ma abbiamo apprezzato, come una sorgente d’acqua pura, i talenti emergenti, a cominciare da Nicolò Fagioli, da noi, proprio in questa rubrica, annunciato come sicura “rivelazione” del 2022/2023. Siamo stati buoni profeti: la Lega ha, infatti, premiato l’apprendista campione di Madama come miglior Under 23 della A. E poi hanno onorato la maglia Samuel Iling-Junior, Fabio Miretti, Matias Soulé, Enzo Barrenechea, Tommaso Barbieri. E altri sono già pronti per la nuova annata: perché i dirigenti hanno, giustamente, deciso di puntare sulle nuove generazioni, per una Juve capace di tornare a vincere in Italia e in Europa, e a durare a lungo. Con il pensiero sempre rivolto alla Champions League…
E mi piacerebbe rivedere l’idolo della mia giovinezza Pietro Anastasi in qualche centravanti di nemmeno vent’anni
Davanti alla sfera spero di “vedere” per il futuro altre sorprese come Federico Gatti. Calciatori, cioè, che soltanto qualche anno prima lavoravano come muratori e giocavano nei prati di periferia: chiamati da titolari in una compagine come quella juventina hanno mostrato carattere e determinazione; Fede ha rispolverato la vicenda umana e professionale di Moreno Torricelli, falegname e difensore arrembante in provincia prima di entrare nelle grazie di Giovanni Trapattoni, il nostro mitico Trap. E molti tifosi hanno eletto Gatti erede di un campione come Giorgio Chiellini. Juventus cioè gioventù. E agli allenatori delle giovanili chiediamo di raccontare ai propri giocatori, prima di cominciare un allenamento o una partita, quei miti di Gaetano Scirea e Pablito Rossi, l’amato Pablito, assi che, con la loro lucente classe e la loro esemplare umiltà, hanno illustrato il mestiere del calciatore attraverso la bellezza e lo stile, l’estetica e la correttezza. E mi piacerebbe rivedere l’idolo della mia giovinezza Pietro Anastasi in qualche centravanti di nemmeno vent’anni proveniente dal Sud, quel meridione che portò a Torino beniamini come Causio e Furino, per non parlare del sardo Cuccureddu, che non manco mai di incontrare nelle mie avventure letterarie ad Alghero. E una cena, con davanti quel mare di incantevole magia, è l’occasione per recuperare quei favolosi anni Settanta della Juventus bonipertiana. Sì, la Vecchia Signora proseguirà a essere “stile e stiletto” e, per continuare a citare Giovanni Arpino, in una poesia in dialetto piemontese sulla Juve tradotta dal critico letterario Bruno Quaranta, recitiamo: «Il suo nome si allunga, si contorce in un lamento / ma resta l’idea di tutte le genti. / Si restringe, si allunga, fa eco rotondo / che perde che vinca tra i primi nel mondo. / Juventus, gridano, / o Gôba o Madama, / sei forte, sei cattiva, fai girare le scatole. / Ma un’altra non c’è / e nessuno è stanco / di soffrire e cantare il tuo nero e il tuo bianco».
