Torino, Autunno 2023
C’è una ragione speciale, al di là di quelle “solite” mistiche e mitiche, per cui noi granata dobbiamo tenerci aggrappati sempre più forte alla memoria di Superga, perpetuandola al meglio, al massimo (e non si tratta certamente di uso superottimale del tempo che la impreziosisce, visto che di un certo antiquariato sentimentale non frega ormai niente a nessuno, siamo tutti nel futuro, e il presente con le sue invenzioni e proposte è una pedana su cui rimbalzare per andare avanti in fretta con qualche volteggio intellettuale, tipo le ginnaste). La ragione è che quel calcio, con quella vicenda sportiva sublimata dal sangue della tragedia, non solo non esiste più, ma proprio non può più esistere. Non può più esistere, ecco il punto. E già ci rendiamo conto che qualcuno possa anche pensare che non sia mai esistito, un’invenzione giornalistica, un’abbuffata sentimentale assai recitata, un lungo scatarramento di ricordi – come il vecchietto nel saloon, con tutti che lo ascoltano e però ammiccano – e niente più.
Un anno e quella squadra non c’è più, nessun bisogno per cancellarla di una giornata di pioggia e vento e nubi
Facciamo finta che venga fuori, da chissà quale anfratto della storia, del caso, una squadra come quella, di bravi ragazzi e grandi calciatori, assemblata da un piccolo industriale tutt’altro che riccone e riccastro, con i consigli di un gentiluomo piemontese che faceva pure, gratis, il commissario tecnico azzurro vittorioso. Facciamo finta che subito questa squadra vinca e stravinca tutto. Per un anno, uno scudetto: perché poi Valentino Mazzola va a giocare in Arabia Saudita, portando con sé anche Ezio Loik e Guglielmo Gabetto, del quale la Juve si è sbarazzata ritenendolo troppo vecchio. Per ognuno milioni (in dollari) di buone ragioni per la “scelta di vita”, il “senso di una missione in zone vergini”, la quasi poetica “voglia di esperienze nuove”. Virgilio Maroso va nel Qatar, Aldo Ballarin e Mario Rigamonti vanno negli Emirati, per gli altri c’è l’Oman, ma anche Gran Bretagna e USA, mentre il Real Madrid (o è il Paris Saint Germain qatariota?) non si prende quel giovane promettentissimo che si chiama Rubens Fadini. Anche il commissario tecnico azzurro va a far soldi, enfin, nei posti del petrolio facile. Un anno e quella squadra non c’è più, nessun bisogno per cancellarla di una giornata di pioggia e vento e nubi, di un terrapieno troppo alto e di un altimetro impazzito e di una rotta sbagliata. Nessuna dolenzia al cuore ed al cervello nel pensare queste cose. In fondo di quello che sta accadendo, con il folklore grossolano di certi spostamenti polemici, il clangore di certe cifre oscene, a noi granata non importa nulla, ma proprio nulla. Noi pensiamo che è stato fortunato, massì fortunato, il Grande Torino, a vivere lungamente bene quel suo tempo farcito di vicende grandi del mondo e persino a finire così, in un bagliore di gloria, di luminosa unicità, di tragedia vasta e coinvolgente. Il mercato calcistico ultimo è andato come è andato, l’Europa delle coppe ci sembra sempre lontanuccia, io per quel che importa ai tre miei lettori sto bene con i miei ricordi. Io che dovevo avere capito già tutto quel giorno che una capessa ultrà mi aggredì quasi in tribuna stampa e mi urlò di scrivere perché l’allora presidente del Torino comprasse Anelka (giuro), anziché impegnare soldi per rifare il Filadelfia. Mi avevano consegnato il futuro tifoideo e io da pessimo giornalista non ne avevo approfittato per giocare al gioco del veggente.
