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Gianni Farinetti

Il piacere della parola

di GUIDO BAROSIO

Primavera 2020

Braidese, 66 anni, 11 romanzi, autore noir, un consolidato apprezzamento all’estero, molti riconoscimenti autorevoli tra cui un Selezione Bancarella nel 1998, Gianni Farinetti vive tra Torino e le Langhe, anzi, ormai sempre di più nella ‘sua’ Alta Langa, intimista e meno esposta, così diversa da Alba e dintorni. Attualmente il suo domicilio è nei piccoli centri di Prunetto e Gorzegno, dove un cane e un gatto sono i suoi amici inseparabili. Quando la stagione lo permette, al Prunetto Gianni organizza serate gastronomiche e cinematografiche, con gli invitati a godersi pellicole d’essai alla luce delle stelle. Il suo è uno stile familiare e inconfondibile, perfettamente riconoscibile già dopo la prima pagina. Ci sono tanti elementi, anche dialettali, che sanno di Piemonte, che rimandano alle tipologie caratteriali e umane di una terra antica e contadina. Ma il contesto e i protagonisti prendono vigore da una scrittura curata, elegante, ricercata nei toni e nelle pause, dove ogni frase, ogni passaggio appartengono a un lavoro minuzioso che rivela lo stile dell’autore.

Dedico molto impegno alla costruzione della scrittura. Una frase deve scorrere, e non è solo questione di regole grammaticali, ma di ritmo, verrebbe da dire di musica. Il fatto di aver lavorato come sceneggiatore mi aiuta molto nei dialoghi

Si può quindi parlare di ‘laboratorio Farinetti’?

«Se lo riconosci non può che farmi piacere. Dedico molto impegno alla costruzione della scrittura. Una frase deve scorrere, e non è solo questione di regole grammaticali, ma di ritmo, verrebbe da dire di musica. Il fatto di aver lavorato come sceneggiatore mi aiuta molto nei dialoghi. L’italiano parlato e quello scritto sono molto differenti. Nel linguaggio colloquiale si commettono anche dei piccoli errori, che sono finalizzati al nostro modo di esprimerci. Nella scrittura è importante rispettare tutto questo, altrimenti il risultato che si ottiene suona falso. Per usare ancora una metafora musicale, dobbiamo essere liberi di sporcare la partitura. Il passaggio conclusivo consiste nella rilettura, che, per me, deve essere fatta anche ad alta voce. Solo così si capisce se le frasi funzionano, se il risultato è fluido come deve essere».

Ma da dove si parte? Come si sceglie un’ambientazione?

«Per prima cosa serve un posto, e io non riesco a scrivere di luoghi che non conosco. Quindi i sopralluoghi sono fondamentali. Altro elemento importante sono i dettagli: gli ambienti, gli oggetti, la luce, il clima, le condizioni meteorologiche. Ogni ingrediente deve avere una sua funzione e non può essere messo lì per caso. Ogni cosa che entra in un libro deve avere una sua necessità».

All’inizio consegni al lettore le tue ‘istruzioni per l’uso’, elencando personaggi e ruoli…

«Sì, è un vezzo che mi porto dietro dal mio primo libro. Ma è anche un modo per connettermi con la tradizione del giallo d’autore. Negli anni Cinquanta e Sessanta si faceva regolarmente, anche nel classico Giallo Mondadori. Oggi vedo che al mio pubblico piace, è comodo per orientarsi».

Torino e il Piemonte hanno una notevole tradizione noir, c’è una ragione per tutto questo?

«Innanzitutto noi abbiamo avuto due maestri illustri, sicuramente i più grandi giallisti italiani, straordinariamente attuali ancora oggi: Carlo Fruttero e Franco Lucentini. Ma la loro arte usciva dal ‘genere’ per diventare grande scrittura. Nessuno ha raccontato così bene la Torino di quegli anni come Fruttero e Lucentini. Poi la nostra regione è una cornice ideale per le trame noir: abbiamo una città industriale con atmosfere parigine e una provincia che sembra perfetta per ambientarci un delitto».

Sei un grande lettore? Che autori ami particolarmente?

«Sono qualcosa di più di un grande lettore. Tra i piemontesi amo particolarmente Giovanni Arpino e poi i due fondamentali maestri cresciuti in terra di Langa: Beppe Fenoglio e Cesare Pavese. Mi piace definirli due scrittori americani casualmente nati dalle nostre parti. Tra gli autori di genere mi piacciono Stephen King e Patricia Highsmith, tra le loro pagine la paura si avverte in modo quasi doloroso e si tocca con mano».

L’Alta Langa è lo scenario dove più ami ambientare i tuoi romanzi, cosa ci trovi di particolare?

«È una terra che conosco bene. La amo anche per il carattere a volte bizzarro dei suoi abitanti: non sono chiusi, anzi si dimostrano interessati e propensi al dialogo. Poi hanno un umorismo eccentrico tutto loro, con una particolare propensione a parlare dei morti, spesso deceduti in circostanze sorprendenti e inspiegabili. A questo proposito è proverbiale il tipico intercalare “t’lasvist”, che già sottintende meraviglia».

In uno scenario così apparentemente sereno e provinciale, qual è l’elemento che fa detonare la vicenda?

«Quasi sempre compare una figura ‘differente’, che arriva da fuori, che costituisce un elemento di novità. E allora certi equilibri saltano e i personaggi rivelano qualcosa di inimmaginabile, prima tenuto segreto. Occorre anche tenere a mente i differenti piani della vicenda, le collocazioni sociali ed economiche dei protagonisti. Tutto deve svilupparsi in parallelo come nelle fiction più curate, tipo ‘Downton Abbey’».

Cosa accade nel tuo ultimo noir ‘La bella sconosciuta’ (Marsilio, 2019)?

«Metti una notte di San Lorenzo, un prato, con una festosa brigata di amici. Siamo nel pieno di una torrida e languida estate in campagna. Metti che questa Arcadia venga bruscamente interrotta da una funesta disgrazia. Metti che il maresciallo Buonanno si trovi a sbrogliare una delicatissima matassa che appare come uno sfuggente gioco di specchi, di bugie, di omissioni, con una domanda ben ferma: ma chi è realmente Angela, la bella sconosciuta, assediata da tre uomini in competizione tra loro? Metti che tutti i tasselli trovino il loro inatteso e inquietante posto. E se invece il gioco rimanesse aperto?».

C’è uno scenario alternativo alle Langhe dove ti piacerebbe operare?

«Sicuramente la Francia. Parigi e la Costa Azzurra in particolare. In Francia sono stato nel mio primo romanzo e ci potrei tornare. Per un piemontese la Francia è una terra gemella, molto frequentata, con molti punti in comune e suggestioni parallele».

Torino sembra attraversare una fase interlocutoria, cosa ne pensi?

«Dopo grandi trasformazioni e ritrovati entusiasmi, oggi siamo fermi. Servono visioni e competenze che non avverto, a partire dalle piccole cose. Hanno permesso la distruzione delle bancarelle dei libri in corso Siccardi: era uno spazio culturale importante, frequentato da molti scrittori torinesi. Lo hanno distrutto senza creare nulla al suo posto, anche questo è emblematico».

Il tema dell’omosessualità è sempre presente nelle tue opere, quasi fosse una sfida personale…

«E in parte lo è. Io vengo dalle esperienze del FUORI e da una dichiarata militanza sul tema. Ancora oggi introdurre personaggi omosessuali nei miei romanzi è la mia parte politica. Mi serve per rompere dei cliché e per creare opere più libere e più vere».