Perché ci è piaciuta la serie Netflix su Lidia Poët, sia la prima che la seconda stagione? Pensiamoci un po’. Intanto perché c’è Torino in ogni inquadratura, più protagonista che comprimaria, e poi perché è divertente e scorre bene. Diverte Matilda, sempre affilata e provocatoria, fa sinceramente ridere il bel rapporto, ironicissimo, con il fratello, e anche gli altri personaggi non sono certo da meno. Poi ci sono le storie avvincenti, il giallo, le indagini…
Ma forse più di tutti è un elemento specifico che appassiona in maniera determinante, e cioè la carica rivoluzionaria che si porta appresso il personaggio interpretato dalla De Angelis. Lidia entra in un posto e sfida lo status quo, parla con un uomo e affronta i limiti del proprio tempo, sogna di diventare avvocato e intanto cambia un po’ il mondo. Ogni gesto della Poët è una piccola rivoluzione.
Per onorare Lidia Poët e le cose che, fortunatamente, cambiano, abbiamo deciso di fare un gioco gastronomico sul tema delle piccole e grandi rivoluzioni in cucina; confrontando piatti simili ma diversi, passato e futuro, idee differenti che partendo dalla stessa materia arrivano a sorprendenti conclusioni (tutte però interessanti e di gusto). Non è proprio una gara, al massimo una provocazione: addentriamoci dunque in questa dimensione fatta di mostri sacri, classici rivisitati, culture lontane che hanno trovato casa anche a Torino.

Inevitabile partire da quello che forse è il vero re della cucina piemontese, ovvero l’agnolotto (o plin), simbolo ante litteram di una cucina di recupero nata povera e divenuta star. Il confronto che proponiamo è probabilmente simbolo ideale di una Torino profondamente cambiata negli anni: oggi la nostra è una città fiera delle proprie origini, che valorizza ed esalta, dalla piola allo stellato, ma che allo stesso tempo vive di tante altre culture e sfumature.
Ordunque ecco la provocazione: agnolotto (anzi plin) VS raviolo (o gyoza) giapponese. Nell’angolo di sinistra Alessandro Scardina de La Pista (uno che cucina sul tetto del Lingotto… cosa c’è di più torinese?) e dall’altra parte Elisa Neri di Tuttofabrodo (progetto food interessante diventato un semi-cult nel giro di qualche anno). Chi vincerà? Nonostante l’amore per la cucina giapponese ben fatta, l’agnolotto è per noi come Tyson ai tempi d’oro: se ti va bene perdi ai punti.

Ma a proposito di rivoluzioni, mettiamo ora sul tavolo l’estro di chef Anna Ghisolfi che in quel di Tortona (eccovi il fuoriporta) propone una cucina “del ricordo” dall’estetica assolutamente non convenzionale. Il bollito misto di Anna è l’esempio perfetto di questa filosofia, che quindi contrapponiamo a quello classico, anche per impiattamento, di Madama Piola a Torino. Chi la spunta? Difficile dirlo, forse dipende dai momenti, sono lingue diverse nate dallo stesso ceppo, entrambe meravigliose.

Altro giro, altro confronto, altra piccola rivoluzione che gira attorno a una fatidica domanda: ma quanto sono cambiati gli aperitivi? Tantissimo. A buffet, un po’ vintage, solo due olive, merenda sinoira, con le pizze, indiano (da Beena)… Oggi esiste veramente una formula per tutti, ma noi dobbiamo operare una scelta. Sul ring ci vanno i cicchetti. Da una parte quello piemontese (che in realtà è già una rivisitazione), dall’altra quello “sperimentale” di Aldo’s Bacaro (che nasce un po’ più tipico ma poi si sbizzarrisce). La sfida è varia, gioca su più sapori e incroci, e si risolve con un de gustibus un po’ ignavo, ma è giusto così.
Ora entriamo nelle rivoluzioni vere e proprie, ovvero in quelle storie di chi decide di prendere una cultura e portarla in città, divenendone protagonista e buon ambasciatore. Parliamo quindi della cucina nikkei. Cos’è? Non chiamatela fusion perché non lo è. La cucina nikkei è la cucina nippo-peruviana, autoctona del Perù e figlia dell’ingegno dell’emigrazione giapponese in Sudamerica che costruì una propria gastronomia mescolando radici e materie prime a disposizione. La cucina nikkei è dunque peruviana, con orgoglio peraltro. Da una parte il ceviche nikkei di Vale un Perù, dall’altra le proposte di chef Robles di Azotea: in ogni caso uno spettacolo che ci ricorda la bellezza della diversità accolta con entusiasmo.

Torniamo ora decisamente in Piemonte per la finanziera. Piatto un po’ “rinato” da un punto di vista mediatico, soprattutto negli ultimi anni, ma che in ogni senso lo si giri è sicuramente più vintage che moderno. Ironico, perché nacque invece da una piccola rivoluzione, dalla caparbietà delle donne piemontesi che non volendo scartare le frattaglie date in “pagamento” ai mariti finanzieri di stanza alla dogana cittadina, decisero di “salvarle” cucinandole in aceto. E fu amore e fu rivoluzione e finanziera. All’angolo di sinistra Enzo Monticone della Trattoria della Posta, a destra Alberto Valletta de Il Barbabuc, una in brodo e una asciutta, entrambe molto belle. Vince lo sport.

Ultima provocazione: e se a volte fare la rivoluzione volesse dire tornare indietro? Ci spieghiamo. Abbiamo visto la musica indie tornare a suonare come i cantautori degli anni ’70; Federico Buffa tornare alle storie delle persone; e il Chelsea di Di Matteo vincere una Champions League in contropiede. Tutte robe da “poco”, ma a loro modo piccole rivoluzioni che ci ricordano come non sia tutto per forza scontato. In un mondo di fast food, “maschi” e illustri guide, Ceccarelli taglia a mano le patate fritte (e i clienti le adorano), Erika Grotta (classe 1993) sceglie di fare la chef nel Biellese (a la Bursch) e ci riesce alla grande, Nicola Batavia ci rammenta che si può essere felici anche senza stelle Michelin.

Quando Lidia Poët agiva ogni atto da lei compiuto era una sovversione, ogni azione che oggi ci sembra scontata suonava come un gesto socialmente inaccettabile. Questo dovrebbe farci riflettere: anzitutto aiutandoci a non dare per scontate le conquiste della civiltà (soprattutto in questo momento storico), e poi suggerendoci che dovremmo dare una chance anche a ciò che ci sembra una “follia”. Vale con i bolliti destrutturati, gli agnolotti giapponesi, la cucina nikkei, i ritorni al passato (o al futuro?)… E vale con tutte le piccole o grandi rivoluzioni che, a tavola o in cucina, possiamo portare avanti ogni giorno.
