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Il ritorno dei Subsonica

«Ma adesso siamo qui»

di Guido Barosio e Alessia Belli

Inverno 2018

MAX, SAMUEL, BOOSTA, NINJA E VICIO SONO PRONTI A RISALIRE INSIEME SUL PALCO PER PORTARE IN TOUR IL LORO NUOVO ALBUM, ‘8’. UN VIAGGIO VERSO LA TORINO DI IERI E DI OGGI IN ATTESA DELLA DOPPIA TAPPA AL PALA ALPITOUR, IN PROGRAMMA IL 14 E 15 FEBBRAIO

La galassia Subsonica è di nuovo visibile ai nostri occhi. L’allineamento dei suoi pianeti, anticipato dal singolo ‘Bottiglie rotte’ e ora in radio con ‘Respirare’, è perfettamente riuscito e la band torinese, dopo missioni interstellari in solitaria, è tornata a viaggiare sulla stessa orbita, inviando a ‘ground control’ segnali di un nuovo album: ‘8’. Il numero dell’infinito, dell’eterno ritorno e ora anche il simbolo dell’ottavo disco dei Subsonica, che ripartono dal quel sound anni ’90 che li ha ispirati, per riattualizzarlo e trasportarci verso una nuova riflessione sul presente. Ed è per questo che hanno scelto di presentarlo alla stampa in un luogo affascinante ed enigmatico come Castel del Monte, e ad alcuni fortunati fan in quattro dark room preparate per l’occasione: «Volevamo proporre un’esperienza musicale molto comune un tempo, cioè quella di condividere il primo ascolto di un disco con gli amici – spiegano – Ci si incontrava e si sentiva tutto l’album dalla prima all’ultima traccia, e poi se ne discuteva insieme. Abbiamo quindi chiesto ai nostri fan di ‘spogliarsi’ della tecnologia e di abbracciare questa dimensione collettiva dell’ascolto».

Percorrendo la stessa logica, li abbiamo incontrati alle OGR, altro luogo che richiama nella struttura il passato ma nell’atmosfera il presente più contemporaneo. E dopo il soundcheck per la serata ‘Gli amici di Piero’, abbiamo parlato con loro di musica, progetti, ricordi e sogni, in un’accesa chiacchierata che ha varcato i confini della nostra città per giungere fino all’Europa. È lì che è iniziato il loro tour, con la prima tappa il 4 dicembre ad Amsterdam; a gennaio sarà poi la volta degli attesissimi live italiani, che toccheranno otto città da nord a sud, compresa la ‘casa base’, Torino, per ben due date: il 14 e 15 febbraio al Pala Alpitour. «E quella – annunciano – sarà la nostra personale dichiarazione d’amore alla città».

Il gruppo nel 2002 © Luca Merli

Ma partiamo dalla genesi del vostro nuovo lavoro. Come avete maturato l’idea di ripartire da sonorità anni ’90 e quanto le vostre esperienze soliste hanno influenzato la composizione?

Boosta: «Ognuno di noi aveva ben chiara in mente un’idea, peccato fossero tutte differenti. C’è da dire, però, che dopo più di vent’anni insieme abbiamo messo a punto una ritualistica che nessuno di noi infrange. A un certo punto, dopo viaggi e cartoline da altri paesi musicali ed esotici, uno di noi manda un messaggio, qualche demo e ci si rincontra. E l’addetto a questo compito così delicato, e riconosciuto ufficialmente dalla Comunità europea (ride, NDR), sono proprio io. I Subsonica sono la somma di cinque elementi, ciascuno con la propria personalità, ed è impossibile pensare di creare un disco a tavolino. Avendo voglia di lavorare insieme, provando stima e rispetto reciproco, amicizia, siamo riusciti a ottenere un flusso lavorativo e creativo abbastanza regolare e sereno. E alla fine ci siamo accorti di aver realizzato un disco che era esattamente quello che ci saremmo aspettati dai Subsonica. Il totale è un risultato maggiore della somma delle sue parti».

Il gruppo nel 2002 © Pasquale Modica

Come ci si sente a suonare insieme dopo tanti anni in ‘solitaria’?

Samuel: «In realtà è sempre molto naturale. All’esterno si percepiscono in maniera molto drammatica i momenti in cui decidiamo di dedicarci alla carriera solista, ma sono fasi necessarie alla band per riequilibrarsi, per dare sfogo al suo ego creativo e buttar fuori le tossine che inevitabilmente si accumulano in due anni di lavoro sempre insieme. E il successivo ritrovarsi è naturalmente piacevole: soprattutto salire sul palco, perché quello è il luogo in cui ci riconosciamo meglio».

Per intitolare questo ottavo album avete scelto un numero che rimanda all’infinito, all’eterno ritorno, al costante divenire…

Max: «Abbiamo scelto ‘8’ proprio perché è fortemente evocativo e ricco di suggestioni. Durante la prima fase di lavorazione ci siamo accorti che un buon punto di partenza poteva essere ripercorrere l’inizio della nostra storia. Con la consapevolezza, derivata da questi 22 anni di carriera insieme, che le sonorità di quell’epoca potessero tornare attuali, grazie anche ai corsi e ricorsi storici. Ed ecco quindi ‘8’, inteso come ciclicità del tempo, un elemento che attraversa un po’ tutti i testi, e come numero dell’equilibrio. L’album comincia da quegli anni ’90 dove tutto ha avuto inizio per poi proiettarsi, traccia dopo traccia, verso il futuro».

Questo discorso si riflette anche sulla scelta strumentale?

Ninja: «Abbiamo tirato fuori alcune macchine che usavamo un tempo e che hanno caratterizzato il suono dei nostri primissimi album. È stata una scelta dettata non tanto dalla voglia di effettuare un’operazione nostalgia, di recupero, ma perché si potesse ancora percepire l’intensità di un suono generato dalla corrente che passa tra i circuiti. Al sound di questo disco abbiamo riservato un’attenzione quasi maniacale e utilizzare delle sorgenti analogiche ha fatto davvero la differenza, così come fondamentali sono state le intuizioni e il lavoro di Marta Salogni, la engineer italiana che si è occupata del mixaggio in studio a Londra».

Il vostro vinile ha raggiunto rapidamente il vertice delle vendite. Cosa pensate di questo supporto antico che vive una seconda giovinezza?

Max: «Il fascino del vinile è innegabile e oggi rappresenta quasi un rammentatore, un oggetto cult. Prima c’era molta più cura nella realizzazione, mentre ora è difficile trovare professionisti davvero competenti. Per ‘8’ abbiamo voluto come ingegnere di mastering Matt Colton, uno dei migliori in assoluto, soprattutto per quanto riguarda la finalizzazione della musica su vinile, ed è anche merito suo se questo album suona particolarmente bene».

Tra i nuovi brani colpisce ‘Le onde’, il vostro omaggio a Carlo Rossi, il grande produttore discografico improvvisamente scomparso nel 2015.

Vicio: «’Le onde’ è una ballata molto intensa di piano e voce di Boosta, e proprio quella forza emozionale che scaturisce dal suo suono ci ha fatto pensare a una possibile dedica a Carlo, che per noi è stato anche un maestro e un carissimo amico. Era il volume in persona e l’idea di intitolargli il brano è nata proprio dallo sviluppo stesso del pezzo, con quella parte strumentale che diviene sempre più volatile e immaginifica. Il testo, poi, si pone una delle domande che più spaventano l’uomo, cioè in quale tipo di ‘humus sonoro’ potremo mai viaggiare una volta partiti da questa forma terrena. E credo che le parti strumentali rendano molto bene l’idea di quello che ci aspetta dall’altra parte».

Anche in ‘8’ il tema del sociale riveste un ruolo di prim’ordine. È un elemento importante della vostra poetica…

Samuel: «Di base, c’è l’ambizione di raccontare il presente, il tentativo di scavare nelle dinamiche del quotidiano, fatto di emozioni, di passioni ma anche di problematiche, di crude realtà. Il nostro obiettivo è sempre stato parlare del nostro oggi, senza escludere alcun tipo di ‘angolo umano’».

Uno dei vostri punti di forza, infatti, è la capacità di esprimervi su più livelli attraverso la musica, il testo e le immagini. Alcuni vostri pezzi sono diventati iconici anche grazie ai video che li hanno accompagnati, basti pensare a ‘Discolabirinto’. Come vi approcciate alla stesura di una nuova canzone?

Samuel: «Ci siamo sempre occupati della lirica io e Max, e ora anche Boosta fa parte di questo team. Il testo, la ricerca sonora e l’immaginario sono tre organi di un corpo che deve avere una sua armonia. In questo senso, ogni tipo di base musicale richiama una determinata lirica; ci sono alcuni testi che raccontano la parte geometrica della canzone e altri che ne raccontano quella emozionale. Fa tutto parte dello stesso ingranaggio, ragion per cui, per esprimere il versante visuale del gruppo, ricerchiamo sempre registi e videomaker che riescano a entrare all’interno del meccanismo, come Luca Pastore e Donato Sansone».

Nel tempo il vostro linguaggio è cambiato?

Max: «La lettura del presente lascia necessariamente dei punti di sospensione. Viviamo in un’epoca in cui i titoli sostituiscono le notizie, e noi stavolta abbiamo optato per un tipo di linguaggio fatto di accostamenti e suggestioni, soprattutto in quei brani che sono più a fuoco sui temi sociali, come ‘Punto critico’. Oggi, a quello che vogliamo dire ci arriviamo per accostamenti, mentre in passato affondavamo di più il colpo».

Samuel: «Il rap ha portato a parlare diretto, a non cercare vie di fuga o mondi immaginari. Si canta come si parla. Con la nostra ricerca tentiamo di farci ispirare da questo cambiamento, di comprenderlo e farlo nostro. Tra i pezzi di ‘8’, ad esempio, c’è il feat con Willie Peyote, e ci sono anche diverse citazioni che abbiamo inserito come fossero dei piccoli campionamenti: frasi già sentite in altre canzoni, che entrano nel brano a creare una specie di squilibrio. Ma poi, nel finale, tutto trova un senso».

Ai tempi del vostro disco precedente, negli Stati Uniti c’era Obama e la situazione politica aveva una colorazione diversa. Oggi è il tempo di Trump, della Brexit, di Salvini e Di Maio. Di fronte a un mondo così complicato, voi usate una poetica estremamente elegante. C’è il rischio di sembrare troppo concettuali, di volare sopra le cose, quando sotto, invece, c’è la zuffa?

Max: «Nel 2007 cantavamo ‘Questo vuoto esploderà’ e nel 2008 è davvero esploso nelle nostre tasche. I dieci anni successivi hanno provocato uno smarrimento da cui ancora oggi la gente non è uscita del tutto, vittima di un’aggressione storica che non ha individuato dei colpevoli precisi; non c’è la percezione che qualcuno abbia pagato per una delle crisi più profonde e drammatiche degli ultimi tempi. Le persone, inoltre, hanno risentito della mancanza di reti di protezione, di legami collettivi. Si incolpano soggetti che in realtà sono presi a prestito dalla narrazione del nostro tempo, dal migrante sulla barca ai poteri occulti legati alle banche o alla stessa Europa. E ad attaccare l’Europa ci si sente come Davide contro Golia, perché non esiste nessuno che ti risponda direttamente. E questa furia di semplificazione, di individuare i colpevoli in persone che non possono neanche difendersi, è qualcosa che sfuggirà velocemente di mano. Quello che tentiamo di fare, non tanto in questo disco ma nei fatti, a cominciare dal tour europeo appena iniziato, è di far riflettere sull’idea che abbiamo di Europa, per questo abbiamo lanciato l’hashtag #Europasonoio e abbiamo chiesto ai nostri fan di raccontarci le loro esperienze al riguardo. Crediamo che l’Europa debba ancora completare il suo percorso, che dovrebbe funzionare come una grande nazione dove è nata la democrazia e che avrebbe la possibilità di creare quei legami di protezione che mancano oggi. Una nazione ‘allargata’ saprebbe rispondere molto meglio non solo alla crisi, ma anche ad altre problematiche globali, come quelle legate al clima. L’Europa potrebbe prendere davvero la parola sullo scacchiere internazionale».

Dal canto suo Torino, con la manifestazione del 10 novembre, ha fatto vedere qualcosa di diverso. Da torinesi, come interpretate questo episodio?

Samuel: «Torino sta vivendo una fase latente. La nostra città ha sempre avuto focolai artistici importanti: un po’ perché determinati cicli di lavoro, che derivano dalla sua storia industriale, portano al desiderio e alla necessità di espandersi ed esprimersi a livello emozionale; un po’ perché, data la sua anima multietnica, è stata tra le prime città a subire le migrazioni. Dove c’è diversità c’è sempre ricchezza, dove c’è differenza c’è contrasto e dove c’è contrasto c’è voglia di espressione; quindi, sicuramente, Torino mantiene un DNA acceso, vivo. In questo momento, però, è ‘silenziata’, vengono meno i luoghi dove esprimersi, vengono chiusi locali che le hanno permesso di rinascere, di attrarre studenti universitari perché qui c’era la possibilità di specializzarsi e anche di divertirsi. È una città che attende una nuova rinascita. Ha un fuoco interiore che arde ed è pronto a esplodere».

Max: «Torino non si allinea mai. Anche in altri periodi politici ha manifestato una natura disallineata, e quello che è successo in piazza Castello ribadisce questa sua inclinazione. Un atteggiamento che si riflette anche nella natura artistica dei musicisti torinesi, tutti veri protagonisti del loro ambiente musicale, teste di serie dei rispettivi campionati, ma completamente privi dei cliché del genere che rappresentano. La lettura che diamo noi è di una città che, in quell’occasione, seppur animata da componenti diverse e difficili da decifrare, ha manifestato la sua voglia di non allinearsi a quello che è il trend politico del momento. Questa fase, di prudente stasi, sta stretta a un luogo nato per intraprendere delle sfide».

Boosta: «Ciò che può sembrare strano è che Torino ha fatto dell’antagonismo una forma di benzina. È una città, però, che ha fortemente bisogno delle istituzioni, e lo ha dimostrato negli anni ’90 con la sua riconversione attraverso l’attivazione di progetti che hanno portato a una miriade di appendici, corollari e movimenti, e che hanno potuto affermarsi a livello nazionale ed europeo grazie anche all’intelligenza delle istituzioni. Effettivamente, in un periodo di semplificazione estrema in cui si gestisce tutto in 140 caratteri, ogni cosa diventa più complicata, perché anche l’amministrazione fa più fatica a prendersi responsabilità».

Vicio: «Vorremmo anche spezzare una lancia a favore del presente. Abbiamo visto grande salute, giocosità e qualità in iniziative come Artissima e Club To Club, due appuntamenti annuali di altissimo livello che riescono a portare a Torino grandi artisti internazionali, da scoprire e riscoprire».

Nel 2003 © Pasquale Modica

In questa logica, che effetto vi fa vedere i Murazzi oggi?

Boosta: «I Murazzi sono stati un’anomalia che ci hanno invidiato in tutta Europa. Un agglomerato di esperienze, vite, storie, di estremi racchiusi in 150 metri. Un luogo definito ‘anarchico’ perché conteneva tutto. E forse Giancarlo riassumeva in sé tutta questa magia: era il bancone del bar di Jabba the Hutt (personaggio del film ‘Guerre Stellari’, NDR) frequentato da avvocati e notai, dai ragazzi usciti dalla fabbrica e da chi arrivava da altri locali e aveva voglia di far nottata. Non c’era alcuna distinzione sociale».

Max: «Un posto così non lo puoi progettare, è impossibile, però puoi capirne il valore. Che le città offrano luoghi in cui il ‘possibile’ può prendere forma è estremamente importante. In Italia succede di rado, a Torino era successo, ma in questo momento i ragazzi di 18/20 anni non hanno luoghi di aggregazione, li si vede molto in giro per strada. Bisognerebbe creare luoghi che non siano solo dei ‘divertimentifici’ o dei rivenditori di alcol. La Torino dei Murazzi, musicalmente, è stata capace di generare noi e tutta una serie di esperienze virtuose nate proprio da quel mix umano. La storia ci insegna che oggi le più grandi aziende che stanno conquistando il mondo sono nate in una delle terre più ricche di controcultura che ci sia mai stata, ovvero la baia di San Francisco. E dove oggi c’è il bar del robottino, una volta c’era il Puddu e lì si sono formate delle generazioni di musica elettronica poi riversatesi in Club To Club e di cui sentiamo parlare ancora oggi. La musica è sempre stata un vettore di idee, di creatività, in qualsiasi campo. Non è necessario essere musicisti per utilizzare la musica come strumento: a volte anche ascoltando, allineandosi su determinate lunghezze d’onda, si ottengono dei plus nella propria vita professionale che fanno davvero la differenza»

Nel 2005 © Pasquale Modica

Istantanee della Torino dei loro esordi…

Samuel: «Piazza Vittorio sterrata. Era un’anomalia quella piazza in una Torino che era sempre stata molto elegante».

Boosta: «La Torino ‘sotterranea’. La città è stata una porta d’ingresso per arte e cultura. Rappresentava un magnete e tutto ha avuto un’eco in tempi brevissimi».

Max: «Gli anni ’90. In quel periodo si è tenuto il nostro primo concerto, nella galleria in piazza Vittorio che ospitava una mostra di Daniele Galliano. Con lui abbiamo realizzato anche il video di ‘Dentro ai miei vuoti’. I suoi quadri sintetizzano perfettamente l’atmosfera che si viveva in quegli anni».

Ninja: «La proliferazione di sale prove. Non c’era quartiere che non avesse una sala prove in cui si incontravano giovani musicisti; e poi, c’era tutto un circuito di birrerie che ti dava la possibilità di esibirti».

Vicio: «Il caos tranquillo di via Garibaldi. I miei genitori lavoravano lì e, nonostante l’andirivieni delle auto, per me era un angolo della città in cui mi sentivo a casa».

… vs la Torino del XXI secolo

Samuel: «Vanchiglia. Mentre prima un club era fondamentale per ritrovarsi, oggi ci si sposta più per zone, e in Vanchiglia ci si sente un po’ come si fosse ai Murazzi».

Max: «Mulassano. Se ho bisogno di schiarirmi le idee, oggi, mi concedo una passeggiata fin lì. È la mia camera del tempo, mi sento in un’altra era».

Ninja: «Piazza Vittorio, ma anche Val San Martino, dove spesso mi trovo a pensare a Salgari, ai suoi immaginari incredibili. E questa è un’altra magia di Torino, cioè l’essere in grado di darti stimoli che forse in altri luoghi non potresti percepire. E se poi abbiamo sete, andiamo al Barz8!».

Vicio: «San Salvario. Da vivere però di giorno, è un quartiere molto vitale, che ha tanto da dare».

Boosta: «Non potrei dire altro che il Filadelfia. È un luogo caro e fondamentale per me e per la storia della città».

(Foto CHIARA MIRELLI e ARCHIVIO SUBSONICA)