
Ogni intervista ha una sua genesi e un suo sviluppo, che non sempre coincide con i presupposti iniziali e le previsioni. Perché, nel dialogo, nella confidenza (se si innesca), possono emergere elementi rilevanti che accendono di una luce particolare il confronto. E allora prevale l’inedito, il sorprendente, l’approccio maggiormente partecipe al racconto. Che bello. Così, prima di presentare Jouvin come sovrintendente del Teatro Regio, coi suoi progetti e coi suoi obiettivi, parliamo di Mathieu innamorato di Torino e delle sue atmosfere. Temi che, nell’intervista, sono stati affrontati nella parte conclusiva, ma che si sono rivelati imprescindibili per la conoscenza del personaggio. Di fatto ci si può trasferire dall’estero in una città nuova per scelte professionali, per arricchire e completare un percorso di crescita, ma l’amore, l’amore vero, per una destinazione, è cosa differente. Perché l’amore – come tutti gli amori – non segue traiettorie razionali. O c’è oppure no. E anche perché la parola “destinazione” ingloba un altro termine – destino – che può dirigere con vigore una rotta, fino a poco prima sconosciuta.
«Di Torino sono rimasto innamorato velocemente – ci spiega Mathieu Jouvin – e mi è sembrato naturale vivere in questa città. Abito nel cuore del centro, vicino piazza Maria Teresa, ed è già un grande piacere raggiungere il Teatro Regio per la mia giornata di lavoro. È un percorso che faccio a piedi o in monopattino, prendendomi il piacere di osservare le vie, le piazze, le simmetrie di Torino. Mi hanno detto che la città ricorda Parigi, anzi che è una piccola Parigi, ma io non sono d’accordo. Trovo piuttosto che assomigli a Vienna, per il suo stile e per la sua distinzione, per l’atmosfera dei suoi caffè. A Torino abbiamo Baratti, San Carlo, Platti, Mulassano e molti altri… a Vienna ci sono Sacher e Demel. Luoghi di incontro, di cultura, di buon vivere senza fretta. Stesso discorso per le librerie, quelle dove ti vuoi fermare, dove puoi trovare sempre qualcosa che fa per te. Vienna è una grande città dove si può vivere senza frenesia, come Torino. Parigi invece è una metropoli bellissima, ma dove nessuno si ferma ad aspettarti. Torino è una città slow, mi ha fatto innamorare anche per questo. Poi trovo stimolante il suo rapporto con la cultura, certamente vivace e profondo. Io sono cresciuto nel sud della Francia, a Montpellier, quindi amo le realtà metropolitane dove la componente umana è fondamentale».
Quali sono i limiti di Torino?
«Non c’è il mare! – ride, e poi prosegue, ndr – Torino potrebbe avere maggiore fiducia in se stessa. Il fatto di essere fuori dal turismo di massa, di essere ancora, per molti, una città da scoprire, non va vissuto come un limite, ma come uno stimolo. A Torino si possono fare cose belle e interessanti, ma più accessibili, imparando a cogliere le opportunità che si presentano».
A Torino si possono fare cose belle e interessanti, ma più accessibili, imparando a cogliere le opportunità che si presentano
Accertato che Mathieu Jouvin vive una relazione sentimentale con la nostra città, riprendiamo il filo dal principio. Quando ci siamo fatti raccontare l’inizio del suo rapporto con la lirica…
«Tutto iniziò con la “Carmen”, quando, a dieci anni, mi portarono a vederla all’Opera di Montpellier. Nella mia famiglia la lirica rivestiva grande importanza, e si raccontava, come una leggenda, la lunga coda fatta da mio nonno per vedere la Callas a l’Opéra Garnier. Lui amava l’opera e, in particolare, il rapporto tra la “Carmen” e la tauromachia. Io ho sempre pensato che la lirica manifesti qualcosa di onirico e di fantastico, facendoci tornare tutti bambini. Questo perché andiamo incontro a una forma di arte differente rispetto a tutte le altre. C’è la musica, ma ci sono anche la parola, la vicenda, il canto, la danza, la pittura e la scultura che diventano scenografia. Elementi che, messi insieme, la rendono affascinante a ogni età, coinvolgendo i bambini, gli adulti e gli anziani. Arriva direttamente ai soggetti più semplici come ai più colti. Dopo la “Carmen”, ricordo i “Racconti di Hoffman”, la “Cavalleria” e i “Pagliacci”, tutti visti da adolescente. Anche il cinema ebbe la sua parte, e vidi a più riprese la “Carmen” di Rosi, il “Don Giovanni” di Losey e il “Flauto Magico” di Bergman: i tre capolavori che hanno portato la lirica sul grande schermo. Il passo successivo mi portò a fare la maschera per l’Opera di Montpellier, così potevo frequentare il teatro sempre più da vicino».

Ma i tuoi studi, invece, andavano verso un’altra direzione…
«Esatto, gli studi mi portarono al Master Nantes Atlantique Business School, dove approfondii il tema della gestione economica. Certo, il teatro, la lirica, rimasero nel mio cuore e, alla prima occasione, tornai al mio primo amore. Approdando a uno stage per la parte amministrativa dell’Opera di Montpellier. Fu in quell’occasione che cominciai a comprendere come business e teatro potessero, anzi dovessero, coesistere. Perché cultura e gestione economica sono le uniche vere basi per ottenere risultati di grande portata. Nel mio ritorno a Montpellier fui particolarmente fortunato, era l’anniversario di Verdi, ed ebbi il privilegio di vedere tutte le recite della “Traviata”, l’ultima sera, sulle scale che portavano ai palchi».
A Parigi ci fu la svolta?
«Sì, entrai da stagista e arrivai ad essere responsabile amministrativo e finanziario della direzione allestimenti. Si presentarono le condizioni giuste, e avevo le caratteristiche ideali per un ruolo che si era appena liberato. Fu una svolta professionale ma anche concettuale: serviva imparare a mettere in relazione le cifre con la realtà, in un percorso di crescita che trovai naturale e stimolante. In più lavoravo all’Opera Bastille come a Garnier, due dei più grandi e prestigiosi teatri al mondo».

Dopo hai svolto il medesimo incarico all’Opera Nazionale di Lione e al Teatro Reale di La Monnaie a Bruxelles. Infine – prima di venire a Torino – sei stato vicedirettore generale al Théâtre des Champs-Élysées a Parigi. Che differenze trovi tra Italia e Francia a livello artistico e organizzativo?
«In Italia il teatro e la lirica rivestono un’importanza maggiore che in Francia. È una questione storica prima ancora che culturale. L’Italia è cresciuta attorno alle proprie capitali – Roma, Milano, Venezia, Napoli, Torino, Firenze, Parma, Genova, Verona, Palermo, Bari… – tutte con grandi teatri, tutti con grandi tradizioni musicali. In Francia lo scenario è molto più limitato. Ma oltralpe ci sono meno vincoli amministrativi, burocratici e gestionali. In Francia serve un dipendente e lo si assume dopo poche settimane, in Italia è necessaria una procedura concorsuale che presuppone tempi sostanzialmente più lunghi. Oggi mi devo confrontare con ostacoli che non sono semplici da superare».
Nel tuo nuovo incarico prevalgono gli stimoli o la preoccupazione?
«In questo nuovo ruolo ciò che mi piace è anche ciò che mi spaventa. Il Teatro Regio è una realtà sfidante, ci si confronta con una grande storia e si può essere ambiziosi. Però una gestione contemporanea deve essere attenta a tutti gli aspetti che compongono le basi di una stagione che si faccia ricordare. La sostenibilità economica deve andare di pari passo con scelte artistiche forti e convincenti. Nel mio percorso professionale ho imparato a vedere gli ostacoli, a prevederli. Se non anticipi i problemi rischi di cadere».
Come giudichi la scorsa stagione che, sostanzialmente, è stata la prima della tua gestione?
«La prima stagione in calendario fu sostanzialmente condizionata dal post Covid, e abbiamo dovuto puntare su allestimenti collaudati disponibili. Invece lo scorso anno abbiamo dato un primo forte segnale di quello che può essere il Regio del presente e del futuro. Abbiamo offerto Puccini, un compositore che tutti amano, puntando su opere meno conosciute, ma di grande valore. Anche gli allestimenti sono stati particolari, artisticamente coinvolgenti, sicuramente nuovi per il panorama italiano. Io considero Puccini un uomo ponte tra Ottocento e Novecento, precursore di tante cose, anche del pop. I momenti che ho amato di più? Il “Trittico”, uno spettacolo molto originale. E poi “La Rondine”, che si è rivelata una vera scoperta. Per il futuro io e il direttore artistico Cristiano Sandri stiamo immaginando stagioni che non vivano di momenti isolati, ma che rappresentino un vero e proprio percorso. Artisticamente ci sarà tradizione più innovazione, un binomio che mi piace molto. Amo sottolineare che il risultato è sempre frutto di un collettivo. Io devo tenere conto di questo, e non devo programmare seguendo solo i miei gusti».

Parlando di contemporaneità, ho l’impressione che lirica e classica si siano allontanate dai gusti del grande pubblico, proponendo spesso partiture inascoltabili. Cosa ne pensi?
«Anch’io ho la sensazione che ci sia stato un allontanamento, una deviazione verso sonorità che sono concettuali, ma dalla difficile divulgazione. Però non è sempre così, ci sono opere contemporanee che meritano di essere allestite. Che possono conquistare anche il grande pubblico. Sta a noi cercarle e proporle».
La nuova stagione ha un titolo particolarmente evocativo…
«Esatto, “La meglio gioventù” richiama il film di Marco Tullio Giordana, che ho adorato quando l’ho visto al cinema. La gioventù è la stagione dove si impara a vivere, dove avere vent’anni può essere meraviglioso e difficile allo stesso tempo. In stagione ci saranno dodici titoli e sette nuovi allestimenti, un grande sforzo dove vogliamo che si leggano emozione e pathos, perché l’opera deve essere questo. Dobbiamo pensare alla nostra umanità e sentirla attraverso la musica, questo può essere, in sintesi, il mio messaggio. Quale sarà il titolo più forte? Per me “La dama di picche” di Ciajkovskij, che il compositore considerava il suo miglior lavoro in assoluto».
Un messaggio per il vostro pubblico?
«L’opera non è un museo, innovare nella programmazione non è solo importante ma doveroso. E noi ci prendiamo l’impegno di proseguire su questo cammino, continuando quello che mi piace definire un percorso filosofico».
(foto MARCO CARULLI, ANDREA MACCHIA e DANIELE RATTI)


