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L'Italia del calcio

Un grande cuore che batte per tutti

di Guido Barosio e Tommaso Cenni

Estate 2020

SI RIPRENDE PERCHÉ IL CALCIO SIAMO NOI, COI NOSTRI EROI E LE NOSTRE CANZONI, CON LA PASSIONE CHE DISTOGLIE DA TUTTO E QUEI COLORI CHE ABBIAMO AMATO LA PRIMA VOLTA DA BAMBINI

Anno 2035, suolo marziano. Nella stazione terrestre 12 uomini: 4 americani, 4 russi, 2 cinesi, 2 italiani, di Torino. All’alba i nostri concittadini si svegliano con un rapido sguardo d’intesa. Dopo essersi preparati per l’escursione, aprono un piccolo bauletto d’alluminio. Ci sono tre oggetti, li prendono ed escono. I meno 64 li obbligano a una severa imbottitura, la temperatura rarefatta rende necessario un distanziamento di 100 metri. Solo allora appoggiano al suolo le due magliette – una granata e l’altra bianconera – e iniziano a palleggiare, con la sfera che vola lenta, come quei palloni piena d’aria dei bambini. Oggi, sulla Terra, è il giorno del derby. Chissà se le interferenze gli faranno ascoltare il risultato. Ecco, il calcio ci sarà sempre. E noi gli vogliamo rendere omaggio. C’è una pagina su Facebook, L’altro Calcio, che posta immagini di campi ‘impossibili’ in giro per il mondo: Marocco, Groenlandia, Amazzonia, in mezzo ai ghiacci, affacciati sugli strapiombi… L’uomo e il suo gioco, ovunque e comunque. In Italia da sempre è così. Basta un cortile, un angolo di prato o una spiaggia, basta una sfera, e si comincia. Dai lunghi braghettoni di inizio ’900 al telespettacolo post pandemia, in fondo è la stessa storia. Siamo tutti nostalgici organizzati, ma anche tossici curiosi, perché vogliamo sempre vedere come va a finire. Il racconto che vi proponiamo è un cuore che batte. Dal Paese del calcio, dalla città del calcio, parole e immagini per celebrare un rito imprescindibile. E adesso l’arbitro fischia, leggete tutto d’un fiato.

© Isabella Bonotto

Quella lunga storia d’amore

di GUIDO BAROSIO

«Io ti conosco da sempre e ti amo da mai… fai finta che solo per noi due passerà il tempo, ma non passerà quella lunga storia d’amore». Gino Paoli è perfetto (‘Una lunga storia d’amore’, 1984), ma anche Luigi Mercantini (‘Inno di Garibaldi’, 1858) va benissimo: «Si scopron le tombe, si levano i morti; i martiri nostri sono tutti risorti». Perché l’Italia ha con il calcio una relazione ossessiva- compulsiva e, in assoluto, sentimentale.

Cosa ci dobbiamo aspettare dal dopodomani del pallone? Cosa resterà del 'fútbol' che conosciamo e di quello che abbiamo conosciuto?

Si dice che l’appassionato nostrano pensa almeno una volta al giorno alla propria squadra del cuore. Altri soggetti, tutti certificati, solitamente vengono dietro: famiglia, soldi, lavoro… Si nasce e quella maglia sovente ce la troviamo cucita addosso, classicamente per merito di un padre anche lui nella setta. Dall’infanzia inizia una relazione d’amore tormentata, con passione, tradimenti (quelli della squadra, noi non tradiamo mai), gioie, sfighe, incazzi, eventi memorabili di cui ricordiamo tutto: il giorno, l’ora, che tempo faceva in cielo. Alla ripresa del calcio tricolore dopo la pandemia, l’Équipe ha intitolato a piena pagina ‘Amour éternel’, celebrando un sentimento che è solo nostro, perché gli altri sono diversi, perché loro non amano così. In questa alchimia mediterranea a tinte forti ci troviamo tanti ingredienti: il gusto della tragedia cantata come nell’opera lirica, scaramanzia e superstizione, le processioni con la Madonna portata in trionfo, la gelosia, quel grande piatto di pasta che così buono lo facciamo solo noi, la domenica santificata allo stadio, l’estro che salva nel bisogno, gli ex voto alla Consolata e a San Gennaro, la capacità di non arrendersi quando la sconfitta ce l’hai appiccicata addosso.

Il ‘gallo’ Belotti esulta dopo avere segnato l’1-0 contro il Chievo, 3 marzo 2019 © Nicolò Campo

La migliore testimonianza di tutto questo sono le quattro vittorie azzurre ai Mondiali, nessuna normale. Le prime due furono quelle del Duce. Nel ’34, a due anni dalla fondazione dell’Impero, li chiamammo tutti a casa nostra e vincemmo, in uno stato di esaltazione collettiva e di saluti romani. Quella squadra di Pozzo inventò la trance agonistica, in campo avrebbe sconfitto anche i carri armati. Qualche arbitro comprese e lasciò correre. Nel ’38 l’Impero lo avevamo già fondato e stavamo sulle palle al mondo intero, che aveva appena smesso di sanzionarci. Un’altra volta noi contro tutti gli altri. L’astio ce lo moltiplicammo addosso e vincemmo di nuovo. Nell’82 eravamo cotti, ma proprio cotti, dopo un girone iniziale patetico. Ed ecco che arrivano i fenomeni, Argentina e Brasile, ma a noi i fenomeni ci esaltano e li facciamo fuori entrambi (ricordate «i martiri nostri son tutti risorti»?). Nella finale con la Germania vincemmo prima ancora di giocare. Nel 2006 eravamo la pietra dello scandalo, scudetto annullato alla Juve che finisce in B, tutti colpevoli e nessuno innocente. Quell’Italia andava punita per salvare l’onore del pallone, quell’Italia non doveva e non poteva vincere. E invece ha vinto di nuovo, ai rigori, tra le strilla dei francesi per la provocazione di Materazzi, dopo aver impartito la lezione ai tedeschi nella partita più bella degli ultimi 30 anni. Se siamo messi di fronte a un muro – appellandoci a santi, madonne e Garibaldi – diventiamo d’acciaio e non ce n’è per nessuno. In un torneo che conta non ci vogliono incontrare, preferiscono il Brasile, che magari stecca ballando la samba. Vi racconto questo perché festeggiamo il cinquantenario dell’Azteca, dove si disputò la partita del secolo, un 4 a 3 che avrebbe potuto essere 10 a 9, tanto ne avremmo sempre fatto uno in più. Gli italiani invece si smarriscono quando tutto sembra facile, e allora possono perdere col Costarica e la Corea, e allora la Juve più forte del dopoguerra si arrende a un Amburgo umile e resistibile.

Torino-Juventus, 2 novembre 2019 © Pier Marco Tacca

Nel suo fondamentale ‘Storia critica del calcio italiano’, Gianni Brera prova a interrogarsi sul fenomeno della passione calcistica, su cosa spinga gli italiani verso questo sregolato sentimento affettivo. Per lui in origine, e anche dopo, prevale «l’onore della cittade, la polis come ci hanno insegnato a considerarla i comuni medioevali». L’Italia, terra dei liberi comuni e delle signorie, ha un concetto di unità nazionale piuttosto approssimativo. Sostanzialmente ci si aggrega quando arriva il nemico, siamo più bravi a difenderci che ad attaccare (anche nel calcio, come spiega Brera), per dare il meglio dobbiamo avere un piede (e anche due) oltre il precipizio. Ma la città, il paese, il borgo sono casa nostra, e il nemico è più nemico se parla la medesima lingua. Così l’album delle figurine Panini non schiera squadre ma eserciti, pronti alla sfida in nome dell’onore. Una riflessione va anche fatta su come si gioca a calcio. Nel rugby, fratello separato alla nascita, le squadre si impossessano del pallone per non lasciarlo più, per portarlo insieme alla meta. Nel calcio o sei un genio o del pallone ti devi liberare in fretta. Cambia tutto. Cambiano i presupposti ed esiste sempre un margine per l’anarchia, l’improvvisazione, la sfiga, l’intuito. Insomma, l’Italia.

La rovesciata di Alessandro Del Piero per lo spot firmato Pepsi-Cola © Clive Brunskill

E poi il calcio – dice sempre Brera – «è un bel gioco per gente cafona. Il popolo vi sfoga in furore il proprio orgoglio fisico». Un’anima popolare che lo posizionava – come stabilirono gli inglesi, inventori di ogni sport – al fondo della lista, dopo cricket, rugby, tennis, boxe e canottaggio. Ma loro sapevano perfettamente che era sui campi da gioco che si rodava l’anima dei conquistatori.

2020, il napoli vince la Coppa Italia © Marco Rosi

Ai britannici spetta il primato delle regole, ma noi ci abbiamo aggiunto l’anima, la mamma, la Madonna e quel famoso piatto di pastasciutta. Il calcio tiene unite le famiglie e gli amici, però a Torino abbiamo qualcosa in più: la guerra civile che divide la civitas. È un privilegio per pochi, perché non basta avere due squadre che si contrappongono, servono due mondi. Come a Genova, a Roma, a Buenos Aires, tra Boca e River. E allora lo sfottò, come l’insulto atroce ma ammiccante, se non c’è manca. Quasi lo si aspetta con curiosità. Il calcio italiano è un universo tutto nostro, ne conosciamo le regole segrete, siamo perfettamente consapevoli degli inevitabili tormenti, ci balocchiamo coi successi in rimonta, preferiamo la sconfitta alla mancanza, nei mesi del lockdown ha certificato amaramente il tempo sospeso dell’attesa. Ora c’è di nuovo, incerottato ma c’è di nuovo, l’amore eterno non è mai perfetto.

Henninsvaer FC, squadra norvegese © Oliver Morin

 

In che direzione va il calcio?

di TOMMASO CENNI

C’erano una volta le maglie larghe e svolazzanti, le partite vissute alla radio e le curve in cui, durante certi cori, i piedi non toccavano mai i gradoni di pietra. Gradoni, non seggiolini. C’erano le interviste, quelle vere, a giocatori che potevano dire cose banali ma a volte eccezionali, e c’era l’Annuario del Calcio Mondiale di Salvatore Lo Presti; c’erano i biglietti senza nominativo e le capienze che erano più che altro indicazioni di massima. Al Comunale la Juventus giocava davanti a 60mila spettatori e i più alti andavano dietro, come nelle foto di classe da piccoli.

Bambini giocano a calcio fuori dalla Basilica di Superga © Marco Bertoretto

Ecco, prendiamo la fotografia di uno stadio vuoto, causa norme anti COVID-19, e chiediamoci che emozioni evoca in noi, se ci potremo mai abituare a immagini simili, e se il calcio del futuro sarà veramente vissuto seduti sul divano come fossimo davanti a Netflix. Futuro utopico o distopico? Un gigantesco catalogo di partite tra cui scegliere, uno spettacolo cinematografico in pay per view a cui accedere con un clic, magari con la realtà aumentata; il tutto con la possibilità di non muovere un passo dal proprio salotto. Quand’è che comodità e anima si incontrano, e soprattutto dove si separano per non incontrarsi più?

1988, Ruud Gullit e Diego Armando Maradona in un Napoli-Milan © Getty Images, Allsport

Prospettive di un calcio che mette un po’ i brividi, per rinfrancarci ne abbiamo domandato a Darwin Pastorin, giornalista, scrittore e grande innamorato del ‘fútbol’, l’uomo giusto perché in grado di far innamorare del calcio con una manciata di parole: «La speranza è tornare, tornare tra calore e colori del campo. “Quando il campo era la quiete e l’avventura…”, come per il poeta Maurizio Cucchi, là dove la quiete era l’attesa di entrare in campo, e poi l’esplosione di rumore e gli spalti gremiti, da buona letteratura calcistica. Per quelli della mia generazione, cresciuta con la radio, il calcio era anche immaginazione, la TV ha donato grandi possibilità che bisogna saper sfruttare. Cambiano i giocatori, non ci sono più quelli che facevano della lentezza poesia o quelli con i calzettoni tirati giù, e quindi cambia anche il calcio. Nostalgia e praticità possono convivere, alla fine basta solo un pallone che rotola… e lo spettacolo ricomincia».

Cristiano Ronaldo festeggia il secondo gol al Sassuolo, 10 febbraio 2019 © Alessandro Sabattini

Da piccolo ero convinto che non guardare la Juventus avrebbe inciso sul risultato. Mancava qualcosa, nello specifico mancavo io, e non potevo considerarmi un elemento di poco conto; d’altronde, se tutti avessero fatto lo stesso, chi avrebbe pensato alla mia Juve? Le curve sostengono da sempre un’idea mai dimostrata a livello scientifico, una convinzione un po’ naïf, e cioè che, se cantiamo tutti insieme più forte e più a lungo, ci saranno maggiori possibilità di vittoria. Il cosiddetto dodicesimo uomo in campo, 12 come la Maratona granata che grida Toro e trema lo stadio, o come la Doce del Boca Juniors, con le trombe, i tamburi e i drappi gialloblu. In questa sottile sfumatura di prospettiva esiste la spaccatura definitiva tra calcio di ieri e di dopodomani, tra calcio vicino e spettacolo televisivo, tra anima e ‘dinero’. Alfredo Di Stéfano la palla la chiamava ‘vieja’, ovvero come gli argentini chiamano la mamma, quella figura che non solo ci mette al mondo ma che ci educa a esso, e ci cresce per affrontarlo. Dybala è il calcio come lo intendeva Don Alfredo, il ‘fútbol’ da ‘tanguero’ che solo gli argentini posseggono e che nasce proprio dal rapporto intimo con il pallone. A volte ‘La Joya’ sembra un corpo estraneo in questa nostra Serie A, e vederlo svolazzare in un campo verde senza pubblico ha un evidente puzzo di esibizione da zoo: la bellezza della tigre che fa dimenticare la gabbia.

La Doce in Boca Juniors-River Plate, Copa Liberadores © Jam Media

Potremo mai abituarci alle partite senza cornice o, più in generale, potremo mai rinunciare al calcio vissuto allo stadio? Lo abbiamo chiesto a Salvatore Lo Presti, storica penna del giornalismo sportivo italiano e già ricordato fondatore dell’indimenticabile Annuario del Calcio Mondiale: «Assolutamente no. Il calcio in televisione non è vero calcio. Può divertire al pari di un qualsiasi altro spettacolo, ma è un’altra cosa. I campioni li riconosci da come si muovono senza palla sul rettangolo di gioco, e alla TV certi aspetti non li puoi notare. La pandemia ci ha imposto di sopportare delle disposizioni per ragioni di sicurezza, è poi nostro dovere, e piacere, riscoprire il calcio allo stadio. Per chi ama davvero questo gioco, il dubbio tra stadio e divano neanche esiste». Eppure i dati schiacciano noi nostalgici: il calcio è preferibile se visto come show, lo stadio è bello ma imparagonabile alla comodità del divano e la passione pare una fiammella di folclore stretta tra buonsenso e marketing. Il tifo organizzato resta, per ora, perché è colorato, non perché simboleggia un certo tipo di mondo del pallone in via d’estinzione. I cori delle curve che saltano all’unisono sopravvivono come indispensabile colonna sonora di uno show limato in ogni dettaglio, non come espressione di fedeltà e amore. In attesa che siano pronti gli ologrammi più realistici possibili e tutti i cori raccolti negli anni siano perfettamente campionati per poter essere sparati nel vuoto di stadi che non hanno più bisogno degli esseri umani. In questo modo, finalmente, avremo stadi puliti, un calcio senza proteste, senza ingiurie o casi politici, scontri e spese di organizzazione. Senza boati veronesi rivolti a Balotelli e senza silenzi snervanti in attesa di decisioni del VAR che nessun pubblico osteggerà.

La Juve festeggia il suo terzo scudetto di fila, 18 maggio 2014 © Marco Bertorello

Sarà tutto pronto e archiviato sull’amata piattaforma, divisa in tante categorie, una per ogni campionato del mondo, in diretta ma con la possibilità di mettere in pausa e riavviare i contenuti, in modo da non perderci neanche un minuto del nostro sport preferito. Quel giorno arriverà, e allora cosa resterà del calcio che conosciamo e che abbiamo conosciuto? Cosa sarà degli abbracci ai gol, della curva che viene letteralmente giù, dei minuti di ritardo al fischio d’inizio perché i fumogeni impediscono la visibilità? Cosa sarà dei ritorni a testa bassa dopo una sconfitta che non ci aspettavamo o dei panini con la salamella nell’intervallo? Può davvero il calcio cambiare così tanto?

Festa nel vuoto dello Stadium Juve-Inter, 8 marzo 2020 © Vincenzo Pinto

Eppure, credo provassero lo stesso dubbio gli uomini che si apprestavano a veder funzionare le macchine con il vapore, o gli uomini in generale di fronte a qualunque rivoluzione tecnologica. Forse, però, ci poniamo le domande sbagliate. Forse dobbiamo chiederci se il calcio, mutato in questi termini, possa ancora definirsi calcio. O forse dobbiamo chiederlo a Maurizio Crosetti, scrittore, uomo di calcio, firma illustre de La Repubblica: «Sono momenti di adattamento, situazioni da sopportare, ma niente di queste procedure o di queste inutili miriadi di statistiche permarranno in quello che noi intendiamo come calcio. Il calcio per chi lo ama è una parte imprescindibile della propria vita. L’equivoco è pensare che si possa amare il pallone come fa chi ama il cioccolato ma la panna va bene uguale; no, il cioccolato è cioccolato, e il calcio è calcio, non conosciamo il compromesso. Quindi torneremo senz’altro a vivere il calcio come sappiamo, e come viviamo le cose che amiamo. Io onestamente non vedo l’ora di farlo».

(Foto: Getty Images)