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Giorgio Ballario

Le indagini africane

di GUIDO BAROSIO

Inverno 2019

La sua è una macchina del tempo. Ci sono i luoghi e i dettagli, le canzoni e le divise, il quotidiano e i sapori, ma persino le temperature e il fumo di una sigaretta. Quell’Africa coloniale degli anni Trenta, così affascinante e troppo poco raccontata, rivive in una serie di fortunati romanzi che hanno per protagonista il maggiore Aldo Morosini e i suoi più stretti collaboratori. «È curioso come esista una sorta di tacita rimozione verso un periodo della nostra storia così significativo – segnala Ballario – La storiografia ufficiale ha approfondito poco il tema e anche la narrativa conta un numero estremamente limitato di opere. Invece in Eritrea e Somalia la presenza italiana è stata di lunga durata, anche se assai meno in Etiopia, e ci sono città, come Asmara, ricche di testimonianze evidenti. Quando l’ho visitata sembrava di essere in una città del nostro sud negli anni Cinquanta: giravano vecchie 600 e la storia sembrava essersi arrestata. L’urbanistica era quella concepita dagli italiani e mostrava ancora tutto il suo valore. Non dobbiamo dimenticare che le sue architetture moderniste sono state riconosciute come ‘Eredità mondiale’ dall’UNESCO. Inoltre, molti abitanti parlano ancora la nostra lingua. La stessa parola Eritrea è italiana, come italiana è un’identità territoriale che non esisteva in precedenza. Più in generale si può dire che, nell’immaginario degli anni Trenta, l’Africa coloniale era la terra dell’avventura, il nostro Far West. In tema di rimozione è anche significativo notare come nessuno abbia mai raccontato la diaspora degli italiani. La triste Odissea di migliaia di nostri connazionali costretti a un drammatico rimpatrio. Molti di loro erano nelle colonie da tre generazioni».

Penso che Torino debba smettere di inseguire Milano in una battaglia persa in partenza. Non dobbiamo imitare una città più grande e diversa, perché il rischio è quello di essere considerati solo dei fratelli minori

Ballario, da vent’anni giornalista de La Stampa, ha pubblicato nel 2019 il quarto romanzo dedicato al maggiore Morosini – ‘Le nebbie di Massaua’ (Edizioni del Capricorno) – ed è un libro dal fascino nostalgico e dolente, dove il protagonista inizia la sua indagine in ospedale, malato di malaria, quando comincia a rivelarsi il mistero di un suicidio sospetto. Nel romanzo si viene condotti per mano in un mondo dove la grande storia è il suggestivo contesto, percepibile ma in fondo accessorio, perché quello che conta sono i caratteri, l’anima dei protagonisti, il loro agire seguendo logica e sentimento. Un noir tropicale dove, pagina dopo pagina, tutto diventa familiare, dove la sequenza dei gesti e delle azioni conduce il lettore verso la soluzione, mai scontata, dell’intreccio. L’autore ha una ricca e interessante produzione precedente, con altri tre romanzi del ciclo coloniale, la biografia di un celebre ladro francese degli anni Settanta (‘Vita spericolata di Albert Spaggiari’, Idrovolante Edizioni) e numerosi racconti indiverse antologie. Affascinante e bellissimo ‘Fuori dal coro’ (Eclettica Edizioni), dove Ballario racconta personaggi del XX secolo con un vissuto controcorrente, maggiori e minori, ma tutti uniti dal non essere in sintonia con il comune pensare. Nei suoi quadri si incontrano, tra gli altri, disposti come in un dizionario: Brigitte Bardot, Gigi Meroni, Bruce Chatwin, Cesare Pavese, Gianni Brera, Piero Ciampi, Adriano Olivetti, Edith Piaf, Fosco Maraini, Ciccio Franco, Serge Gainsbourg…

Cosa c’è nella tua scrittura di giornalistico?

«Tante cose, ma direi soprattutto l’attenzione ai dettagli, la cura nel cercare riferimenti e dati precisi».

Puoi sicuramente essere considerato un autore noir, da dove arriva la tua passione?

«Dalle voraci letture che mi hanno fatto conoscere i grandi maestri: Chandler, Ellroy, Hammett, Montalbán e il monumentale Simenon col suo Maigret. Amo più gli europei e i sudamericani, meno gli statunitensi di oggi e gli scandinavi. Loro sono più che altro scrittori di thriller, una cosa diversa rispetto al noir, perché prevale la continua ricerca dell’azione e del colpo di scena, sovente troppo dilatata».

Un’altra tua grande passione è l’Argentina…

«Sicuramente, ci sono stato due volte e sono profondamente innamorato di quella terra. La prima volta ci andai per un convegno di giallisti a Córdoba e, in quel viaggio, ho stretto profonde amicizie, ho conosciuto autori formidabili che non sono ancora stati pubblicati in Italia. Ma non è certo stata l’unica esperienza significativa, perché ho un ricordo indelebile di Buenos Aires, della sua gente, delle sue strade e delle sue passioni. Mike Duval, grande tifoso del River Plate e del Toro, mi procurò un accredito per vedere il derby col Boca al Monumental. Fu un impatto emotivo formidabile. Dopo aver visto quello spettacolo è quasi impossibile rassegnarsi alle atmosfere del tifo italiano di oggi».

Sei un cuore granata?

«Da sempre. E oggi soffro nel vedere un Toro anonimo che stenta a ritrovare una propria identità. Abbiamo bisogno di recuperare il valore, che è anche imprenditoriale, della nostra memoria. E per questo serve un museo importante nel cuore della città. Ho visto quelli del River e del Boca che sono splendidi, emozione e storia per raccontare il mito».

Gli scrittori torinesi di noir hanno fatto squadra…

«Esatto, e sono fiero di essere il presidente di Torinoir. Siamo in dodici e costituiamo il gruppo italiano più consistente. Abbiamo pubblicato per le Edizioni del Capricorno tre raccolte, dedicate al Po, a Porta Palazzo e alle montagne. È un modo per condividere il progetto, e anche per scrivere a quattro mani. Negli ultimi due anni abbiamo tenuto il nostro festival a Bardonecchia».

Che rapporto hai con Torino?

«Amo profondamente la mia città, per le sue atmosfere e per le sue architetture, anche quelle post industriali, di grande fascino. Penso che Torino debba smettere di inseguire Milano in una battaglia persa in partenza. Non dobbiamo imitare una città più grande e diversa, perché il rischio è quello di essere considerati solo dei fratelli minori. Torino può essere interessante proprio perché non è Milano. E poi basta con questa lotta alle auto: Torino è legata alla civiltà dell’automobile e ha delle linee di scorrimento ideali per questi mezzi. Interromperle con assurde rotonde dissuasive crea ingorghi e inquinamento».

Un luogo da riscoprire e uno che è stato restituito alla città?

«Trovo molto interessante l’operazione che è stata condotta alle OGR. Quello è un luogo della memoria industriale che ha ripreso a vivere in un nuova dimensione. Sarebbe utile recuperare anche il valore sociale e architettonico di certi villaggi inseriti nel contesto urbano, penso alla Falchera: un quartiere che rimanda ad atmosfere anglosassoni, di bellezza veramente particolare, dove Torino ha scritto pagine di storia quotidiana meritevoli di essere rilette».