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Massimo Guerrini

Una ripartenza per Torino è possibile

di Carlotta Cordieri

Inverno 2020

IL PRESIDENTE DELLA CIRCOSCRIZIONE 1 – QUELLA CHE AMMINISTRA IL CENTRO E LA CROCETTA – HA UNA CHIARA VISIONE DI SVILUPPO E CE LA RACCONTA, PERCHÉ, A SUO GIUDIZIO, ORA NON C'È PIÙ TEMPO DA PERDERE

Ragionando di futuro, non potevamo non soffermarci ad affrontare il tema della città di domani, magari partendo proprio da quel centro cittadino amato dai torinesi in modo viscerale, spesso sotto l’attenzione dei media, ma non sempre positivamente. Farlo con Massimo Guerrini, professionista e manager con una forte propensione allo studio dei territori e delle loro vocazioni, ci consente un approccio pubblico e privato al tempo stesso. Guerrini ha un suo record personale: in carica dal 2006 come presidente della Circoscrizione 1, è oggi al suo terzo mandato, un fatto non così comune nell’ambito della pubblica amministrazione. Fa inoltre parte del comitato del Centro di Ricerca e Documentazione Luigi Einaudi, oltre a essere manager di società nel settore del real estate. Ha sostenuto e dato impulso alla manifestazione in piazza Sì TAV delle ‘madamine’, ormai entrata nel mito delle iniziative cittadine pro sviluppo.

Qual è, dal suo punto di vista, lo stato attuale delle cose in una Torino che pare non trovare una sua strada da percorrere?

 «Torino è ferma dal periodo post olimpico, ma è negli ultimi dieci anni che, a mio avviso, la situazione è involuta ulteriormente. Torino si è rimpicciolita, se si guarda il numero di abitanti, non pare interessata ad attirare investimenti nel settore industriale, è una città che, da capitale dell’auto, va contro l’auto. Si è parlato tanto di decrescita, ma quella che doveva essere una decrescita felice si è dimostrata, sotto molti punti di vista, infelice. Non voglio fare il tipico confronto con Milano, ma 20 anni fa il capoluogo meneghino era ‘messo peggio’ di noi, invece adesso i risultati di una ferrea volontà di reazione sono sotto gli occhi di tutti».

Quando descrive questa situazione si riferisce anche alla sua zona di competenza, la Circoscrizione 1?

«Trovo che alcuni stereotipi avvolgano la nostra città, senza corrispondere a verità. Il centro e la Crocetta sono i quartieri dei ricchi. Quando però abbiamo consegnato le mascherine tramite gli amministratori condominiali sono andate a ruba, segno che ci sono situazioni di bisogno. Senza parlare della distribuzione dei pasti in Crocetta e delle persone anziane e sole da accudire con costanza insieme alle associazioni. Questa zona è solo uno specchio della realtà torinese. Oggi è evidente come le sacche di povertà e solitudine siano distribuite a macchia di leopardo».

Tanti negozi stanno chiudendo: perché non rivalutarli rendendoli punti di aggregazione condominiale?

Parliamo di ripartenza. Da dove ripartire, appunto?

«Uno dei temi più caldi è sicuramente il real estate. Tanti sono i negozi che stanno chiudendo: perché non rivalutarli rendendoli punti di aggregazione condominiale? Asili famiglia, aree di coworking, luoghi di aggregazione per gli anziani. È vero, ci sono già proposte similari, ma magari non facilmente raggiungibili. Lancio questa proposta in un’ottica di post emergenza: tra i vantaggi, implicherebbe la riduzione degli spostamenti contribuendo al contenimento dell’inquinamento».

Chiara Appendino e Massimo Guerrini

 Si parla tanto di sostenibilità…

 «E meno male. Credo che sia importante sensibilizzare i cittadini rispetto all’uso della bici. Anche in questo ambito i negozi dismessi potrebbero tornare utili, diventando lo spazio ideale dove ricoverare le due ruote. E invece questi luoghi non luoghi crescono numericamente a dismisura e noi ce ne dimentichiamo. Un vero peccato».

Sempre nell’ambito della sostenibilità, non si può non fare riferimento alla pedonalizzazione, tema particolarmente attuale e al centro di diversi dibattiti.

«Non dimentico certo le lotte che feci per convincere i commercianti di via Lagrange e via Carlo Alberto che la pedonalizzazione di queste due strade avrebbe trasformato il centro in un vero salotto dello shopping. Ne avevamo la prova dalle esperienze di grandi metropoli internazionali, e così è stato. Ma abbiamo anche saputo offrire delle alternative alle auto, il che vuol dire miglioramento della viabilità e nuovi parcheggi».

Il piano infrastrutturale è determinante nella crescita di una città?

«Non sono solo io a dirlo. Parcheggi, viabilità, direttive stradali (da quanto tempo parliamo di un collegamento veloce e fruibile con Caselle?). Quando si studia un piano legato alle infrastrutture bisogna puntare al miglioramento della qualità della vita di lavoratori e famiglie, e anche a come diventare appetibili agli occhi delle grandi industrie, affinché decidano di tornare a investire da noi. Dobbiamo dimostrare che Torino sa essere una città che cambia, anche partendo da piccoli passi come, ad esempio, la possibilità di offrire la banda larga ovunque, nell’intera città metropolitana. Anche perché, come si diceva prima, più servizi locali portano a una minore mobilità e, quindi, a minori consumi».

Durante l‘intervista

Una tematica che è diventata protagonista, suo malgrado, è la sanità. Quali sono le sue considerazioni?

 «Anche qui bisogna valutare una gestione allargata, con servizi che vadano sul territorio, in tutta l’area metropolitana. La Regione ha chiuso i piccoli presidi e ora le persone non trovano più assistenza vicino a casa. Di nuovo mobilità, di nuovo consumi. Per non parlare della situazione delle RSA. Quella che io chiamo ‘la generazione migliore’, nonni che hanno saputo superare due guerre e poi garantire la laurea ai propri figli, oggi merita più rispetto. Dobbiamo creare dei centri di accoglienza civili e sicuri, seguendo ideali di aggregazione e inclusione».

Ha parlato degli anziani, una parte della popolazione davvero preziosa. Cosa mi dice delle donne?

«Mai come in questa pandemia abbiamo visto che le donne sono state le prime a patire le conseguenze della situazione. La gestione famiglia/lavoro, l’assenza di un meccanismo assistenziale per la cura dei figli, le ricadute sul posto di lavoro. Se vogliamo parlare di pari opportunità, bisogna saper garantire servizi focalizzati anche sulle esigenze delle donne».

Manfestazione in piazza Castello delle ‘madamine‘

Gli studenti universitari sono un argomento che lei affronta con una certa frequenza.

«Certo, perché sono importantissimi per la città. Sono grandi consumatori, utilizzano i servizi, evitano la desertificazione della città. È vero che ci hanno dato qualche pensiero durante l’emergenza con i loro assembramenti in piazza Vittorio, ma nella quotidianità sono linfa da sostenere. Si dice che ci siano 60mila appartamenti vuoti a Torino. Chi potrebbe mai riempirli? Gli studenti, appunto, così come i lavoratori, che qui si trasferirebbero con l’insediamento di nuove aziende. In questo modo anche il valore dell’indotto immobiliare ricomincerebbe ad acquisire nuova vita».

Si ritorna quindi al tema degli immobili…

«È una delle tematiche che si ripropone da più punti di vista. Dall’ultimo Rapporto Rota è risultata evidente la permanenza di centinaia di metri quadrati di capannoni non utilizzati. Sono ben 13 le aree di trasformazione urbana oggi ferme. Se la città riuscisse a tornare attrattiva, sono sicuro che ci sarebbero realtà pronte a investire. Perché non iniziamo a regalare o trovare forme di incentivazione per i terreni pubblici a fronte di investimenti?».

Un’ultima riflessione sul turismo. Torino può essere una città turistica?

«Non voglio sembrare banale nel ripetere che Torino non sarà mai come Venezia o Roma. Però può puntare sui grandi eventi, e per rispondere alle esigenze di questo settore devi pensare a come riempire la carenza di letti alberghieri. È un gatto che si morde la coda, ma se riesci a riavere le Olimpiadi, magari le grandi catene alberghiere investono… E dire che abbiamo tante strutture già predisposte per accogliere questa tipologia di intrattenimento. Uno tra tutti, il Palavela: furono mio padre Alberto e mio zio Fulvio Guerrini a costruirlo, terminandolo nel 1961. Voglio pensare che si possa tornare ai fasti dell’Expo del ’61. Sono tanti i passi da fare, ma cominciamo a prendere la strada giusta e poi faremo gli aggiustamenti necessari».

(Foto di MARCO CARULLI e MASSIMO GUERRINI)