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di Guido Barosio

Panem et circenses

Torino, 7 aprile 2020

Gli antichi romani non solo hanno conquistato il mondo, ma hanno anche dato un ordine alle cose. Oggi diremo un format. Nei territori dell’impero imponevano lingua, religioni e abitudini,  abitudini ludiche che avevano i loro luoghi deputati: il teatro, le terme, a volte l’anfiteatro. Luoghi identici tra loro, che si fosse in Libia oppure in Britannia. E Torino non costituì eccezione. Relativamente piccola  – ma al tempo non contavano le dimensioni, bensì la qualità degli insediamenti, come ci ricorda lo storico Barbero – Augusta Taurinorum ebbe la sua parte di ‘panem et circenses’: locuzione attribuita a Giovenale, che completava il concetto chiarendo: “due sole cose ansiosamente desidera il popolo: pane e giochi circensi”.

Sabato 4 aprile per la prima volta non si è disputato il derby, anche nel 1944 non mancò all’appello, nonostante le raffiche di mitra sugli spalti

Se il primo non mancava mai, il cibo era garanzia nelle città romane, i secondi trovavano festosa applicazione nel Teatro Romano, quello alle spalle della Porta Palatina, dove erano particolarmente apprezzate le battaglie navali. A pochi metri di distanza i legionari della guarnigione crearono (anche se l’attribuzione non è unanime) la farinata: con la farina di ceci e l’olio a sfrigolare sugli scudi posti verso il fuoco del bivacco. Da allora Torino – capitale sempre di qualcosa – sviluppò la propria indole ‘panem et circenses’ per quasi duemila anni. Un panem leggendario e sovente geniale: il grissino creato da Teobaldo Pecchio (medico di corte) per curare il giovane Vittorio Amedeo II, la crema gianduia, inventata dagli artigiani piemontesi aggiungendo le nocciole al cioccolato, quando la materia prima scarseggiava per un blocco militare napoleonico, il ristorante Del Cambio, tra i primi in Italia, erede di una stazione per cavalli del 1757. Il ‘circenses’ non fu da meno: le feste delle Madame Reali, le grandi esposizioni al Valentino, le nostre Olimpiadi del 2006… Ma c’è una celebrazione che, più di tutte, mi manca in questi giorni sospesi.

Sabato 4 aprile per la prima volta non si è disputato il derby, anche nel 1944 non mancò all’appello, nonostante le raffiche di mitra sugli spalti. Dal mio balcone solo silenzio e, per la prima volta, mi sono mancati i nemici di sempre. Quei fratelli a strisce che, oggi penso, guai a chi me li tocca. Per quelli della mia generazione il derby era proprio ‘panem et circenses’: allo stadio arrivavi presto presto, con un voluminoso sandwich in tasca, e – tra fumogeni, cori e bandiere – sbocconcellavi aspettando il tuo rito: come la Pasqua e il Natale,due volte l’anno. Ce lo riprenderemo, forse diverso, ma ce lo riprenderemo. Lui proprio non può essere delivery, guardo la bandiera e chiudo il cassetto.