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#iosonotorino

di Maria Lodovica Gullino

Siamo alla frutta

Torino, 14 maggio 2020

In questi giorni è forte il timore per l’agricoltura e per l’economia italiana di non riuscire a raccogliere frutta e ortaggi a causa della mancanza di manodopera. Manodopera che oramai da anni è straniera e che quest’anno è bloccata nei paesi di origine dall’emergenza sanitaria che sta interessando tutto il mondo. Questa situazione non può non colpire chi come me è nata in una città, Saluzzo, che è la culla della frutticoltura; è figlia di imprenditori agricoli e, per mestiere, si occupa di agricoltura. Non spetta a me affrontare il tema dell’importanza e del ruolo assunto dagli stranieri nello svolgere tanti lavori agricoli utilissimi che spesso, per non si sa quali motivi, vengono considerati umili. Ma, ripensando al mio passato, non posso trattenermi dal fare alcune considerazioni.

Lasciare nei campi il frutto del proprio lavoro è la più grande offesa non solo alla fame nel mondo, ma anche e soprattutto all’orgoglio dell’agricoltore

Innanzitutto sull’importanza della raccolta, che rappresenta un momento di gioia per qualsiasi produttore dopo mesi di lavoro, fatica e attesa. Lasciare nei campi il frutto del proprio lavoro è la più grande offesa non solo alla fame nel mondo, ma anche e soprattutto all’orgoglio dell’agricoltore. È una sconfitta enorme. Non posso dimenticare il fatto che negli anni 1960-1970 e oltre, proprio nel saluzzese, erano gli studenti delle superiori a rappresentare – credo –  il 50% della manovalanza per la raccolta della frutta. Parlo quindi di qualche decina di anni fa, non del Medio Evo.

Durante le vacanze io e i miei compagni di liceo, con grande allegria e tutti quanti regolarmente assunti, facevamo ‘la stagione’ della raccolta delle pesche (le mele purtroppo si raccoglievano quando la scuola era già ricominciata) e in questo modo guadagnavamo, sudandoceli letteralmente, quei soldi che ci sarebbero serviti per il motorino, le vacanze, i dischi, una pizza. È possibile che questa idea di guadagnarsi qualche soldo lavorando all’aria aperta, in buona compagnia, con ottimi contratti di lavoro perché ricordiamoci che il caporalato di cui tanto si parla è un’eccezione, per fortuna – e soprattutto in presenza di una meccanizzazione che oggi facilita di molto il lavoro, non passi nella mente degli studenti torinesi del 2020?

Ebbene, questa è una domanda a cui proprio non so dare una risposta.