Torino, Speciale 2023
Ho incontrato più volte Gianni Agnelli, ho intervistato Gianni Agnelli, ho fatto visita nel suo ufficio a Gianni Agnelli, ho ricevuto all’alba le classiche telefonate, di Gianni Agnelli, da qui in avanti G.A.. L’input da Boniperti, figlio suo e fratello mio. Con il mio bel “pacchetto” di contatti, prima da giornalista di Tuttosport, poi da giornalista a La Stampa sua, molti miei importanti colleghi avrebbero scritto almeno un libro (titolo ovvio: La mia vita con G.A.). Io mi limito qui ad un veloce riepilogo di situazioni, al fine doveroso di dire quanto lui era vicino al Torino, al mio Torino. Lui mi diceva: «Ricorda quel campionato in cui nella Juve impazzivamo per Pincopallino?». Io sempre precisavo: «Voi impazzivate, non io». Una sua risatina e avanti. Arrivato a La Stampa da inviato dipendente dalla direzione, mi fu subito chiesto di intervistare G.A., che i pur solerti cronisti del quotidiano cittadino veneravano troppo per disturbarlo con le loro domande: una sfida, un’ordalia per il nuovo arrivato, su input del direttore Giorgio Fattori, collega di Giri d’Italia, direttore dell’Europeo e infine grande ancorché riservatissimo e spesso algido gran capo a La Stampa.
Mi aveva chiamato mentre stavo uscendo per portare il mio ultimo figlio a scuola, voleva il mio parere su quel brasiliano dell’Udinese, Zico
Chiesi l’intervista, fu un sì. Lui aveva patito un incidente con fratture a Saint Moritz, dove due sciatori lo avevano investito, e ricordo che fece riferimento a Oscar Damiani ala della Juve per dirmi: «Se avessi avuto il suo scatto, quei due mica mi beccavano». Intervista ok, pezzo in pagina, il mattino dopo andai subito a leggermi, civetteria, e scoprii che non solo era stato tagliato il riferimento a Damiani, ma anche quello a Togliatti, Lama e Berlinguer, comunisti importanti e tifosi juventini. Chiesi il perché a Fattori, la risposta: «Tu hai scritto bene, il fatto è che poi lui non ama leggersi quando gli scappano certe frasi». Ma cosa c’entra il Toro? Piano, ci arrivo. Ero a Sestriere (Mondiali di sci 1997), stavo per tornare a Torino, la sua segretaria mi telefonò, l’Avvocato voleva incontrarmi. Mi calai a valle, lui appena mi vide mi ringraziò, si scusò per il disturbo. «Avvocato, le ho detto tante volte che milioni di italiani vorrebbero essere così disturbati da lei». Mi chiese se ricordavo Gabetto del Grande Torino (e di una piccola Juventus che lo aveva scaricato). Voleva sapere se non lo avevo come rivisto in un bianconero di quel campionato, Michele Padovano, dissi che fra i due c’erano cinque chili di brillantina di differenza, e non solo quello. E ancora il G.A. che, in un party per festeggiare l’assegnazione a Torino dei Giochi invernali 2006 (lui fu il propulsore decisivo), mi chiese di salvarlo dai convenevoli parlando di calcio. E il G.A. che sentii al telefono ridere forte: mi aveva chiamato mentre stavo uscendo per portare il mio ultimo figlio a scuola, voleva il mio parere su quel brasiliano dell’Udinese, Zico. Il pargolo scalpitava, dissi a G.A. che se a scuola spiegava il ritardo perché il papà aveva parlato troppo con l’Avvocato veniva internato in un manicomio per bambini. Su tutto però quel colloquio dal vivo quando – ci siamo – mi ricordò che nel 1951 lui aveva “comprato”, per regalarlo al nostro tempio Filadelfia, il match di boxe tra l’immenso Ray “Sugar” Robinson e un belga dignitoso materasso. Gli dissi che noi granata sapevamo che lui voleva bene al Grande Torino. Mi ringraziò per il riconoscimento e la riconoscenza: «E come si fa a non voler bene a quella squadra favolosa?». Come mi diceva anche Boniperti, si può, se si ha una bell’anima, amare un certo Toro pur essendo juventini. E il contrario? Be’, dovrei scriverci sopra un libro…
