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#iosonotorino

di Guido Barosio

Prove per una diversa realtà

Torino, 27 maggio 2020

Si chiama distopia e la letteratura, anche recente, la utilizza qualche volta in modo geniale. Il significato è presto detto: si parte dalla storia o dalla realtà attuale per modificarne i risultati. Così vediamo i Borboni sconfiggere i Savoia, il fascismo restare al potere, oppure i nazisti dominare l’Europa, come nel capolavoro di Philip Dick ‘La svastica sul sole’. Leggendo questi libri tutti abbiamo provato l’inconfessabile tentazione di vedere com’è, magari per poco, violando la logica e sfidando l’invece. Ma la storia può avere in serbo delle sorprese, può andare anche lei contro il prevedibile e sparigliare le carte. Così i torinesi, e non solo loro, prima si sono trovati ingabbiati a casa dal virus maledetto, poi hanno subito un bombardamento politico e mediatico che tanto sarebbe piaciuto a Orwell e, infine, sono usciti in una città dove le regole non sono più esattamente quelle di prima. Logica conseguenza dei fatti? Fino ad un certo punto. Piuttosto ‘fantasia al potere’, ma non esattamente quella del ’68.

Anche i giovani sono tornati nemici, perché cialtroni, chiassosi e imprudenti. Pensate che alcuni, multatissimi, osano persino baciarsi in pubblico

Hanno scoperto che c’è un nuovo nemico in agguato: la movida, che ostentando spritz e daiquiri può essere nefasta come una piaga d’Egitto. E dire che la parola maledetta era ormai datata, direi di epoca preolimpica. Chi la avversa sovente abita proprio dove la movida si celebra, dimenticando che la proprio casa ha sostanzialmente raddoppiato il valore da quando il quartiere – San Salvario o Quadrilatero – si è acceso di luci e movimenti. Prima non spacciavano spritz, ma altre sostanze senz’altro meno rassicuranti. Anche i giovani sono tornati nemici, perché cialtroni, chiassosi e imprudenti. Pensate che alcuni, multatissimi, per fortuna non ancora da noi, osano persino baciarsi in pubblico. Nella nuova Torino assembrarsi è colpa imperdonabile.

Si sta provando a porvi un freno con un’ordinanza che ha diviso la città in sette zone – mica facile, la Berlino del ’45 ne aveva solo quattro… – proponendo regolamenti alchemici per l’asporto e le bevande: take away sì e no, alcol collegato alle percentuali degli alimenti (sic), la pizza non assembra ma la birra sì, orari come quelli dei treni locali, la somministrazione come capro espiatorio per chissà quale colpe. Poi il nostro torinese distopico, diventato circospetto, finisce in piazza Vittorio lunedì 25 maggio e, miracolo, il sorvolo delle Frecce Tricolori viene accolto da una folla che non si vedeva dallo scudetto del Toro ’76, o dalla visita di Giovanni Paolo II. E allora ? Pare che il fumo delle frecce sia letale per il virus. Forse, con un po’ di fortuna, o di buon senso, ci risparmieremo i vigilantes col reddito di cittadinanza, migliaia di sceriffi reclutati per dissuadere il bacio, il brindisi e l’abbraccio.

Nella Torino distopica la nostra libertà è diventata un foglio di carta velina e il contenimento sociale ha asfaltato gli anticorpi che ci dovrebbero allertare. Purtroppo non ci sono alternative: da un libro che non ci piace possiamo sempre fuggire a gambe levate, nella fase 2 (3, 4, boh…) dobbiamo provare a riprenderci la città. A Parigi lo slogan era ‘una risata vi seppellirà’, nella Torino della nuova movida forse anche un bicchiere può essere il simbolo: ‘uno spritz vi affogherà’. Il bacio arriva subito dopo.