News

  • Cristiano Fiorio: un futuro straordinario è possibile - Leggi tutto
  • Riccardo D'Elicio: lo sport come fattore di rinascita per Torino - Leggi tutto
  • Benedetto Camerana: progettare per rigenerare il nostro patrimonio - Leggi tutto
  • Luca Ballarini: Torino è la città bella - Leggi tutto
  • Chiara Appendino: sei pilastri per il futuro - Leggi tutto
  • Claudio Sala: sogno di vedere il Museo del Grande Torino al Filadelfia - Leggi tutto

#iosonotorino

di Guido Barosio

La città del teatro

Torino, 3 giugno 2020

Un città priva di un suo teatro, o dei suoi maggiori teatri, rinuncia alla parte più vitale della propria cultura. Una cultura fatta di voci, di suoni, di magie sempre diverse, di stupore, di arte pronunciata e cantata che crea l’irripetibile. Proprio per queste ragioni per me i teatri sono sempre stati: l’Olimpico di Vicenza, l’Operà di Parigi, la Fenice di Venezia, la Scala di Milano e, naturalmente, il Carignano e il Regio di Torino. Io di teatro, negli Anni Ottanta, ho sempre scritto e sono arrivato al record di 150 spettacoli l’anno, praticamente una droga.

La mia era una famiglia piemontese tradizionale e le mie prime esperienze, a 12 anni, furono con Gipo Farassino al Teatro Alfieri. Subito dopo, con la scuola, il debutto al Teatro Regio e l’incontro con la meraviglia: parole e musiche insieme, che mi avrebbero sedotto senza più liberarmi. Anche se la via maestra sarebbe stata la prosa, e non poteva essere altrimenti con un insegnante come Gian Renzo Morteo. Il suo insegnamento fondamentale me lo porto ancora dentro: “Non scrivere subito appena esci da teatro. Prima pensaci, ho sempre pensato che quelli che sanno già tutto siano degli idioti”.

Oggi, dopo mesi di lockdown, il 15 giugno i teatri riapriranno, o meglio potranno riaprire. Ma con regole da lazzaretto: distanziamento interpersonale anche tra gli artisti, misurazione della temperatura corporea, utilizzo di mascherine obbligatorie anche per gli spettatori, protezioni individuali per i lavoratori, igienizzazione degli ambienti, aerazione, disinfestazione, segnaletica per rispettare la distanza fisica, distanziamento sociale all’accesso e altro ancora. Bene, ho letto, riletto, e me ne sto a casa a vedere Netflix. Io penso che la prudenza non debba sbranarsi la logica.

Penso che i dati, in forte remissione, del virus meritino forse un cambio di rotta: apriamo gli spazi in autunno quando le condizioni saranno meno vessatorie e proponiamo ai torinesi una stagione estiva plein air

Anzi penso che i dati, in forte remissione, del virus meritino forse un cambio di rotta: apriamo gli spazi in autunno quando le condizioni saranno meno vessatorie e proponiamo ai torinesi (e non solo a loro) una stagione estiva plein air, per riappropriarci del verde metropolitano. Ma la riapertura autunnale riporterà alla luce problemi di bilanci e di riorganizzazione. Ci sembra solida e pronta a cogliere la sfida la squadra del Teatro Stabile Torino: Lamberto Vallarino Gancia, presidente, Filippo Fonsatti, direttore e Valerio Binasco, direttore artistico. Il loro impegno ha portato l’ente torinese ai vertici nazionali, sia per proposte artistiche che per i risultati economici ottenuti.

Purtroppo non si può dire lo stesso del Teatro Regio che è andato incontro ad un doloroso commissariamento, frutto di tre anni da dimenticare che lasceranno il segno sul fronte della reputazione e delle conseguenze giudiziarie. E dire che il Regio aveva portato a Torino due figure di primo livello internazionale: il direttore Gianandrea Noseda, amatissimo dal pubblico di casa e trionfatore di un Festival di Edimburgo, proprio dedicato al Regio. Il nuovo sovrintendente, Sebastian Schwarz, aveva immediatamente portato una ventata grande di professionalità ed una visione verso ampi orizzonti. Proprio lui sarà la vittima del commissariamento e, se rimarrà, resterà in un ruolo subordinato. Difficile.

Noi abbiamo ancora negli occhi i quotidiani americani che salutarono la defenestrazione di Noseda col titolo a piena pagina ‘Opera connection’. Aggiustare il Regio non vuol dire portarlo dal curatore fallimentare coi libri sottobraccio. Vuol dire ripartire dalla storia e dalla gloria, conquistare i giovani e sfidare il mondo. Il Regio non è il teatrino che abbiamo visto afflosciarsi, il Regio è la cultura del suo popolo. E noi non ci accontentiamo di niente di meno.