Torino, autunno 2019
Anche quest’anno, come già nel 2018 e, ci auguriamo, nei prossimi anni, uno dei principali enti strumentali della nostra categoria, Eutekne, società di formazione e consulenza dei e per i commercialisti, ha organizzato un convegno nella nostra città su ‘Fisco & Futuro’, nella nobile sede sabauda del Teatro Carignano. L’argomento trattato è stato di assoluta attualità , riferendosi alla Robot Tax – la fine del lavoro senza la fine dello stato. I robot sono sempre più impiegati nei processi produttivi ma, se hanno supplito alla carenza di operatori qualificati in alcune mansioni, la maggiore diffusione è frenata dalla mancanza di personale specializzato nella loro realizzazione e manutenzione. Il passaggio da un modello economico semplificato a un’economia automatizzata e la crescente presenza delle ultime tecnologie nel settore industriale impongono un ragionamento anche in campo fiscale.
Il dibattito, oltre che sociale, è stato ovviamente economico: è tempo di tassare i robot? E, ancora: il reddito di riferimento è il frutto della creatività umana o anche il risultato dell’intelligenza artificiale? Anche la professione del commercialista si sta modificando rapidamente per effetto dell’introduzione, sempre più accentuata e di fatto ineludibile, degli strumenti informatici. Non solo nella predisposizione dei dichiarativi o degli adempimenti a essi connessi, che rappresentano l’evidenza più diretta, ma anche nella gestione delle consulenze e dei pareri. Se questo, da una parte, nasce di fatto da un più ampio sfruttamento delle banche dati in grado, forse, di rendere più omogeneo e attuale il contenuto dei pareri, dall’altro determina un’autodiagnostica, un utilizzo spregiudicato del ‘bugiardino’, che mal si compendia con una professione che dovrebbe sempre più distinguersi per competenza e mancanza di improvvisazione. Noi stessi non siamo sempre in grado di capire come fare, ma, a nostro parere, non è certo con la tassazione che si può vincere la macchina, imbattibile in un processo di globalizzazione sempre più spinto, con una clientela che non sempre vuole il parere giusto ma quello immediato.
Si vince, forse, con un ampio processo culturale, allargato ad altri campi della vita, che porti a privilegiare le visioni di sintesi rispetto a quelle di estrema analisi, ma da esse si distingua per concretezza e prospettiva, che evitino superficialità e, come detto, improvvisazione. A questo è collegato l’obiettivo di allontanarsi, ovepossibile, dalla concorrenza e dalla battaglia dei prezzi, esercizio certamente difficile in un mondo come il nostro, funestato dalla crisi economica che riduce i margini per tutti, non ultimi noi. Ci saranno meno commercialisti in futuro? È probabile. Ci accontentiamo che ci siano meno ‘azzeccagarbugli’, e più professionisti competenti anche in nuovi ambiti, meno battuti dalla competizione, che possano contare su preparazioni e formazioni più eclettiche, di cui, magari, i clienti riescano ad apprezzare il valore positivo e integrato sulle loro aziende, e non solo quello ‘non negativo’ e di fatto oscuro ai più, come evidente per molti anni nel nostro mondo. Noi continueremo, ça va sans dire, a credere nell’importanza della nostra professione.
