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#iosonotorino

di Walter Comello

Saggezza in vigna

Torino, 30 maggio 2020

‘Tutto bello, i palazzi, le strade, la corte, le donne e non vi era posto in cui si mangiava e beveva meglio che nella capitale sabauda’. Così scriveva Giacomo Casanova, frequente ospite e testimonial d’eccellenza nel 1700 della nostra città. La collina di Torino, fin dal secolo precedente, era diventata stile di vita. Tra i boschi adatti a belle passeggiate a cavallo e a nascondere amori sorgevano ville bellissime, ognuna delle quali aveva la sua vigna. Di qui il nome delle sontuose dimore di certi torinesi e l’abitudine al buon tempo trascorso tra libagioni e sfide tra i vini più buoni, prodotti dai contadini della propria Vigna. I vignaioli più bravi erano corteggiati e rubati ai vicini pagandoli meglio. Fu così che l’antica Vigna della Regina, in prossimità dell’omonima Villa, divenne il luogo in cui nacque quello che ancora oggi viene considerato l’unico vino urbano DOC del mondo.

I contadini garantivano la produttività della terra e le materie prime, allevavano animali e, tra la potatura e la raccolta, commentavano i fatti della vita del tempo, di ogni tempo. In fondo le parole vita e vite molto si somigliano. È giunta dal tempo una simpatica storiella che racconta di una giornata di pioggia, che ne seguiva altre da giorni. La temperatura si era abbassata, l’odore del muschio era intenso nei boschi della collina e le romantiche passeggiate a cavallo attendevano giorni migliori. Le gocce della pioggia alternavano l’intensità della caduta a momenti di riposo sulle foglie, per poi scivolare, trattenersi per un po’ sulla punta di queste e infine cadere nel sottobosco. Solo gli animali e chi li caccia si muovevano circospetti tra i rami, cercando di cogliere nell’aria le presenze di quelli da cercare, o da cui fuggire. Odori e piccoli rumori erano più che sufficienti per attrarre l’attenzione.

I contadini garantivano la produttività della terra e le materie prime, allevavano animali e commentavano i fatti della vita del tempo, di ogni tempo. In fondo le parole vita e vite molto si somigliano

Un cacciatore si avvicinò alla base di un albero da cui era caduto un piccolo uccellino. Il fucile non serviva, la preda era irrilevante e un po’ di tenerezza, quando si è per i fatti propri, a volte ce la si può concedere. La mano destra afferrò l’uccellino per appoggiarlo sulla mano sinistra perché gli occhi lo potessero osservare meglio. Era bagnato, infreddolito e impaurito. Il grande cacciatore decise di aiutare il piccolo uccellino, si guardò intorno cercando una soluzione mentre le gocce della pioggia ripresero la loro intensità.  Rimbalzavano sul suo pastrano e scorrevano sulla tesa del cappello e lungo le guance. In mattinata, in quel tratto di bosco, doveva essere passata una vacca del contadino vicino e aveva lasciato alcuni escrementi sul terreno. Il rozzo ma pratico soccorritore ritenne che fosse proprio quello il posto ideale in cui riporre l’uccellino infreddolito, perché ancora caldo. Una buona azione gli sarebbe stata propizia per il proseguo della caccia. Dopo il nobile gesto si allontanò. L’uccellino trovò conforto al freddo, ma non alla paura e i suoi ripetuti richiami attrassero un altro, diverso cacciatore. Una volpe dalla folta coda e il passo felpato si avvicinò guardando prima con curiosità, e poi con crescente interesse, tra i rami del sottobosco. Alcuni passi più veloci scartando alcune piante e sfiorando con il pelo la corteccia, si ritrovò l’uccellino a breve distanza dai baffi.

Non ci pensò due volte, con un rapido gesto della zampa anteriore lo estrasse dallo sterco di vacca che lo proteggeva dal freddo, lo scrollò tra le dita e lo lanciò in alto spalancando le fauci sotto di lui. Dopo averle richiuse, la volpe deglutì e continuò circospetta il suo percorso. Piovve ancora tutto il giorno, ma il mattino successivo il sole tornò ad illuminare il bosco e ad accogliere i torinesi nelle loro vigne in collina. I soliti pettegolezzi dei contadini tra i filari su dame e signori, tra amori leciti e avventure di un certo Casanova, un forestiero che non se ne faceva scappare una. La peste era in là nel tempo e le future epidemie ancora non si potevano immaginare, ma la morale della storia resta sempre la stessa: “Chi ti mette nella m. non sempre ti vuol male, chi ti toglie dalla m. non sempre ti vuol bene”.