Torino, Speciale 2023
«Mamma, le cugine di Lia hanno un ratto. Da compagnia. Si può addestrare ed è affettuosissimo…».
Questa frase mi entra nel cervello proprio mentre sto facendo una cosa semplice ma rarissima: niente. Non sto studiando, né scrivendo, né recitando e ho lasciato i pensieri liberi di pascolare, seduta in un dehors che affaccia sul giardino Lamarmora. La mia bambina finge di leggere, in realtà ha un solo obiettivo in mente: trovare il modo di convincermi a prendere in casa un ratto, con la coda e tutto il resto.
«Il mondo è pieno di possibilità, mamma, e tu sembri indifferente, basta guardare come ti vesti» attacca, alludendo alla mia trentennale abitudine a vestirmi di nero. Riluttante, lascio l’alpeggio dei miei pensieri e mi guardo intorno: il sole di questa primavera inoltrata scalda l’aria, i fiori, le gambe delle donne che camminano rapide dentro a gonne leggere. Nelle aiuole nessun sorcio, solo tulipani arancioni e rose rosso fuoco. Brilla la copertina gialla di un libro sul tavolino di fronte al mio, a cui è seduto un uomo dagli occhi azzurri abbaglianti. Passa una bicicletta verde. Sbuffando, alzo lo sguardo al cielo e lo scopro punteggiato di fiocchi di nuvole bianche, candide. Sembra una congiura. Ma il vero problema non è una palette straripante di colori…
Cosa c’entra il ratto con il fatto che mi vesto di nero?
«Cosa c’entra il ratto con il fatto che mi vesto di nero?». «Tu non partecipi alla fortuna che abbiamo, mamma! Esiste ancora la primavera, con i suoi colori, profumi, animali… tu non te ne curi, resti immobile nelle tue abitudini, il nero assorbe la luce e tutto finisce lì». Slam! Mia figlia mi ha sbattuta fuori dal pianeta terra. Le sembro immobile? L’importante è che non mi creda indifferente. Sorrido, chiudo gli occhi e immagino di prenderla per mano e di spiccare il volo. Torino dall’alto sembra un presepe disegnato su un foglio a quadretti, con le case che sfumano nella morbidezza delle colline, seguono i contorni delle anse del Po, costellato di minuscole canoe. Ci sono altre mamme a passeggio nel cielo, con le loro figlie e figli, ci sono anche dei papà e coppie di innamorati che si tengono per mano o si danno un bacio nel vento. Faccio planare la mia bambina sopra i tetti, fino a corso Sommelier, per mostrarle un angolo che sembra Parigi. E poi sfrecciamo verso le grandi piazze: in un attimo siamo su Carlo Felice, San Carlo, Castello e virando a destra imbocchiamo via Po per raggiungere la Mole. Atterriamo piano, proprio in cima. Riprendiamo fiato.
«Se il cielo non fosse nero non vedremmo brillare le stelle come te» sussurro, passando un braccio intorno alle sue spalle. «Il nero che regna nelle profondità della terra ci fa apprezzare ancora di più la luce alla fine di ogni tunnel, che i minatori chiamano “l’occhio del giorno”, e anche negli abissi del mare vivono creature straordinarie, luminescenti…». Apro gli occhi, sono sempre seduta davanti al giardino Lamarmora ma la mia creatura ed io siamo davvero abbracciate. Mi vesto di nero perché ho il cervello sempre acceso, i sensi all’erta, il sangue caldo e solo così ho l’impressione di contenermi. Ma questo lo tengo per me, non vorrei inquietarla. «Ognuno trova il suo modo per stare al mondo, amore mio, e non è detto che il colore che mostriamo fuori, influisca o definisca la luce che abbiamo dentro». «Lo so, mammina, volevo solo che mi portassi di nuovo a fare una delle tue passeggiate sopra la città e… distrarti un po’…». «E il ratto delle cugine cosa c’entra?» chiedo, confusa. «Lo capirai quando torniamo a casa». E ride.
