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Sara Gama

Leonessa d'Italia

di Guido Barosio

CAPITANO DELLA JUVENTUS FEMMINILE E DELLA NAZIONALE, SARA GAMA È UNA LEADER IN CAMPO E FUORI. L’ATLETA CHE, PIÙ DI OGNI ALTRA, HA CONTRIBUITO ALL’AFFERMAZIONE DI UNA DISCIPLINA ORMAI CONSACRATA A LIVELLO GLOBALE. DALL’INTERVENTO DI FRONTE AL PRESIDENTE MATTARELLA AL SUO IMPEGNO CONTRO I PREGIUDIZI, IL RITRATTO DI UNA CAMPIONESSA DAL TEMPERAMENTO GUERRIERO

Il futuro incominciò il 15 ottobre del 2018, quando Sara Gama, capitano della Juventus e della Nazionale di calcio italiana, parlò al Quirinale di fronte al presidente Sergio Mattarella, in occasione dei 120 anni della FIGC. Le sue parole, il suo tono sereno ma deciso, quell’evidente soddisfazione per aver portato l’Italia ai Mondiali di Francia (mentre i colleghi maschi nel 2018 sono rimasti di fronte alla TV) hanno fatto capire che nel football c’è anche un’altra Italia. Un’Italia che non ha più voglia di aspettare. Ma ricordiamo alcuni passaggi del discorso di Sara, perché hanno tracciato una linea assai netta tra passato e presente: «Io e le mie compagne abbiamo la fortuna di poter festeggiare noi stesse, i nostri sogni e chi ci ha aiutato sin qui a realizzarli. In questi ultimi anni, il calcio femminile sta finalmente vivendo un momento di grande crescita nel nostro Paese. Siamo entrate nel mondo dei club professionistici maschili, che ci danno un’enorme possibilità di allenarci e praticare al meglio il nostro sport».

Abbiamo avuto una forza in più che ci ha mosso con moto costante, la forza che solo la capacità di sognare qualcosa di più grande ti può dare

E ancora, e soprattutto: «Molti non conoscono, però, i sacrifici che abbiamo fatto quando eravamo bambine, semplicemente per riuscire a praticare lo sport che amiamo, e quelli profusi negli ultimi anni anche fuori dal campo perché ci venisse riconosciuto il nostro spazio e la possibilità di esprimerci al meglio… Abbiamo avuto una forza in più che ci ha mosso con moto costante, la forza che solo la capacità di sognare qualcosa di più grande ti può dare. Questa forza è il coraggio di pensare di poter cambiare il volto del nostro sport in Italia, far conoscere il nostro splendido mondo a tutti gli italiani, soprattutto alle bambine italiane, creare per loro dei nuovi modelli a cui potersi ispirare e tracciare una strada meno impervia per il loro futuro… 120 anni, un tempo differente per noi, un tempo relativo». Sara Gama uno, pregiudizi zero, e palla al centro. Certo, lo sport femminile in Italia non lo scopriamo solo adesso. Ci sono state Sara Simeoni e Federica Pellegrini, Flavia Pennetta e le pallavoliste ‘quasi’ mondiali, ma il calcio è un’altra cosa. Il calcio l’uomo italiano ce l’ha nel sangue fin dalla nascita e nel calcio i pregiudizi hanno radici profondissime. Le donne arbitro? Uno scandalo. Le donne commentatrici? Contano solo per l’estetica. Le calciatrici? Robetta da circo, passatempo da spiaggia. Poi vedi una come Sara Gama e ti passa la voglia di scherzare.

Tosta e decisa, sguardo da leader, dietro con lei non si passa e dove arriva si vince, e si vince subito, perché Sara il palmares se lo porta appresso. Quando la Juventus ha deciso che era ora di affermarsi anche con le donne, ha subito pensato a lei, e ha fatto benissimo. Nella sua squadra precedente, il Brescia, aveva vinto scudetto, Coppa Italia e due Supercoppe. A Torino, senza soluzione di continuità, sono arrivati due campionati e una Coppa Italia. Ma oltre al dato tecnico c’è di più: Sara Gama è una condottiera, in campo e fuori. Il suo temperamento, lo stesso che le ha fatto ottenere i gradi da capitano nel club e in Nazionale, le permette di presentarsi con piglio sicuro di fronte al capo dello stato, di meritarsi un ruolo di consigliere alla FIGC, di essere nominata tra le 17 donne più influenti a livello internazionale sui temi della gioventù. A integrazione del curriculum possiamo aggiungere che parla quattro lingue (francese, inglese e spagnolo, oltre all’italiano) e che si è laureata in Lingue e Letterature straniere. Con lei si può discutere superando i confini dello sport o, meglio, si può esplorare quel territorio dove la pratica agonistica incontra la società. Di padre congolese e madre istriana, Sara affronta il tema del razzismo con argomentazioni puntuali e lontane dai luoghi comuni. «Ci sono atteggiamenti che vengono istigati per coprire i problemi reali, che sono altri. Ma esistono anche cose sopite dalla notte dei tempi. E tutti i problemi sono recepiti per come vengono presentati. La gente reagisce di conseguenza, molte volte lasciandosi condizionare. Poi, dove c’è sofferenza c’è ignoranza, ed è in questo scenario che nasce il razzismo. La gente molte volte ignora la verità, ignora la storia. Quando invece ci sono cultura e conoscenza, i pregiudizi scompaiono, ma i cambi culturali richiedono tempo».

Nella tua pratica agonistica hai subito pregiudizi o hai vissuto situazioni di difficoltà?

«Non ho mai avuto problemi particolari. E quando hanno cercato di mettermi in difficoltà, ho sempre saputo come rispondere. Sicuramente ci sono ancora dei pregiudizi, ma stanno calando, e stanno calando in modo evidente».

Che differenze ci sono tra il calcio maschile e quello femminile?

«Ci sono differenze storiche. Il calcio maschile e quello femminile sono sostanzialmente nati nello stesso periodo e hanno la medesima età. Ma lo sviluppo è stato differente e la pratica del calcio tra le donne è cresciuta in maniera importante solo negli ultimi sessant’anni, quindi non c’è stata un’evoluzione paragonabile. Oggi, però, il gap si è sensibilmente ridotto. Possiamo dire che esiste ancora una differenza dal punto di vista fisico, mentre sul fronte tecnico siamo praticamente alla pari».

Quali sono gli aspetti migliori del football femminile?

«Il nostro è un calcio spettacolare, esteticamente apprezzabile, con molta fantasia, in assoluto più aperto. Le partite femminili sono più divertenti ed emozionanti, meno legate alle esasperazioni della tattica».

Sara Gama e Milena Bertolini
© Tullio M. Puglia/Getty Images

Tu sei particolarmente impegnata a sostenere il movimento giovanile. È ancora complicato giocare a calcio per le bambine?

«Sicuramente sì, ma le cose stanno migliorando. Quando ero bambina io, si iniziava a giocare con i maschi e, nel momento in cui si presentava la necessità di trovare una squadra femminile, spesso le famiglie dovevano fare tanti chilometri. Ancora oggi non è facile trovare una squadra vicino a casa, però la presenza di club professionistici ha migliorato lo scenario: adesso le grandi squadre hanno vivai sempre più organizzati. Per esempio, la Juventus ha 134 tesserate, con otto squadre che vanno dall’Under 10 alla Primavera. E le nostre piccole sono bravissime, imparano subito quello che serve, rappresentano qualcosa di completamente diverso rispetto al passato, rappresentano il futuro».

E a te piace passare del tempo con loro?

«Tantissimo. Io ho facilità a parlare, a comunicare. Penso di essere una privilegiata, perché ho fatto quello che volevo e ho ottenuto risultati importanti di cui vado fiera. Condividerli con gli altri è quello che voglio fare: al campo con le bambine, in Federazione, tutte le volte che mi chiamano per raccontare il nostro sport».

Cosa occorre fare per crescere come movimento?

«Occorre creare sempre più strutture e investire sulla base. Lo sport, per essere praticabile, deve innanzitutto essere accessibile. Se non ci sono i campi, gli allenatori, le squadre, non si progredisce e le bambine finiscono per scegliere un’altra disciplina».

Le azzurre della Nazionale festeggiano la capitana
© Robert Cianflone/Getty Images

I Mondiali femminili su Sky, l’album delle figurine Panini dedicato alla manifestazione, i tantissimiarticoli e servizi televisivi. Il calcio femminile oggi è sotto i riflettori, questo può contribuire alla sua crescita, in particolare per quanto riguarda le ragazze più giovani?

«Certamente. La comunicazione è importantissima. Per chi inizia a praticare uno sport, l’esempio degli atleti più affermati è fondamentale. Si propongono miti che possono portare a fenomeni di emulazione sicuramente positiva».

Cosa pensi del professionismo nel calcio femminile?

«È essenziale per la nostra crescita, ma la legislazione italiana è ancora arretrata. E dire che basterebbero pochi, semplici provvedimenti per cambiare tutto. Il professionismo sarebbe anche importante dal punto di vista economico, oggi esiste troppa differenza tra quanto guadagna un atleta maschio e quanto guadagna una donna. Ma noi viviamo ancora una fase di arretratezza che si riflette sul numero delle praticanti. Nei Paesi europei dove questo mutamento è arrivato, le atlete sono in numero dieci volte superiore rispetto all’Italia».

Però, la realtà della Juventus è differente…

«Sì, e io ho il privilegio di giocare in una società modello. Diciamo che posso considerarmi una professionista, anche se il professionismo non è ancora arrivato. La scelta dei grandi club di aprirsi alle realtà femminili riveste un’importanza strategica. In Italia, oltre alla Juve, giocano in Serie A grandi squadre come Fiorentina, Milan, Roma, Sassuolo e Atalanta».

Il momento più emozionante della stagione?

«I momenti belli sono stati tanti, come la vittoria in campionato e quella in Coppa Italia, ma ci sono stati eventi simbolici altrettanto importanti: la partita disputata all’Allianz Stadium di fronte a 40mila spettatori e, sempre all’Allianz, la premiazione per lo scudetto, dove siamo salite sul palco insieme ai maschi».

Sara-Gama

© Chris Brunskill/Getty Images

Com’è il vostro pubblico? Vengono a vedervi più gli uomini o le donne?

«Per adesso gli uomini sono ancora la maggioranza. Il calcio in Italia è storicamente seguito da tifosi maschi, e questo si vede anche quando giochiamo noi. Ma la situazione sta cambiando: le donne sono sempre di più, come le famiglie e le ragazze più giovani».

Cosa serve per vincere, oltre alle doti naturali?

«Il carattere è fondamentale, l’atteggiamento anche. Serve la consapevolezza che ogni progresso si ottiene col tempo e che occorre essere in grado di progredire sempre. Quindi, i tre valori da mettere in campo sono la perseveranza, l’abnegazione e la capacità di non arrendersi mai».

Ti manca Trieste, la tua città natale?

«Sono molto legata a Triste e sicuramente mi manca. E poi mi manca il mare, che è un paesaggio dello spirito. Chi ha le mie stesse radici sa perfettamente a cosa mi riferisco».

Oggi Torino è la tua città. Come ti trovi?

«Torino mi piace molto perché è grande ma a misura d’uomo. Per gli sportivi non è facile avere tempo libero per conoscere la città dove vivono, ma io riesco sempre a ritagliare uno spazio per i miei interessi. I musei torinesi sono molto stimolanti e li sto esplorando uno alla volta. Il centro mi affascina particolarmente, permette lunghe passeggiate circondati dall’arte e dalla storia»