Torino, Autunno 2023
Come già vi è ben noto, amiche e amici che mi seguite in questa rubrica, dove la nostalgia supera il presente, la Juventus non gioca in Europa (l’inutile Conference League). Non tutto, comunque, sta venendo per nuocere: esiste il tempo, senza assilli, di verificare le potenzialità dei nuovi acquisti, di puntare sempre più con insistenza sui giovani talenti, di arrivare, come minimo, a una posizione in grado di garantire la Champions League. Il nostro trofeo ossessione. Quella Coppa che, tante e troppe volte, abbiamo visto svanire in finale. Ecco cosa chiedo a questa annata: di riportarci nel palcoscenico che conta, di ritornare a essere protagonisti e, soprattutto, vincenti. Mi sovvengono i cari versi di Eugenio Montale, che dedico a Madama e alle speranze senza fine dei tifosi bianconeri: «L’attesa è lunga: il mio sogno di te non è finito». L’estate ha portato un caldo insopportabile, more solitamente belle e coinvolgenti letture, compresa qualche necessaria rilettura, come La bella estate di Cesare Pavese e Le vene aperte dell’America Latina di Eduardo Galeano, infine riverberi calcistici del passato.
Un cronista giurò, in una giornata di pioggia fitta, di aver visto Dieguito palleggiare, per ben tre volte, con una goccia d’acqua
Nei miei vari incontri in Italia (festival, presentazioni, convegni) ho avuto modo di raccontare, a un pubblico sempre attento, le mie storie tra calcio e letteratura (a Portopalo, luogo di incantesimi e meraviglie, con il bracconiere di tipi e personaggi Sergio Taccone, abbiamo, come ogni anno, reso omaggio a Osvaldo Soriano). Ovviamente, non potevano mancare gli assi juventini: soprattutto quelli che ci hanno lasciato e continuano ad avere un posto nel mio cuore, come Pietro Anastasi, Pablito Rossi, Gaetano Scirea, Gianfranco Leoncini e Luca Vialli, l’ultimo capitano ad aver alzato la Coppa dalle Grandi Orecchie (1996, ai rigori contro l’Ajax, stadio Olimpico di Roma). Massimo Mauro, persona splendida, l’unico calciatore ad aver giocato al fianco di Maradona, Zico e Platini, continua a tenere vivo il ricordo di Luca, grazie anche alla loro Fondazione. Ai giovani piace ascoltare le mie storie su Maradona, che è icona della fantasia e dello stupore: di quando, ad esempio, un cronista giurò, in una giornata di pioggia fitta, di aver visto Dieguito palleggiare, per ben tre volte, con una goccia d’acqua! Oppure sentirmi narrare dei portieri di riserva della Vecchia Signora, quelli che avevano la maglia numero 12 e non giocavano (quasi) mai: Massimo Piloni, Giancarlo Alessandrelli e Gino Ferioli; “figurine” di un football che, purtroppo, non esiste più, un football che ci arrivava, ogni domenica, attraverso le voci della radio, di Tutto il calcio minuto per minuto: scusa Ameri sono Ciotti, interrompiamo dallo stadio Comunale di Torino dove la Juventus è passata in vantaggio grazie a una funambolica rete di Franco Causio, riprendiamo la linea da Torino… Zoff ha neutralizzato il calcio di rigore. Così trascorrevamo, noi della Zebra, i nostri pomeriggi, soprattutto quando la nostra squadra si trovava impegnata in trasferta. Perché, in casa, il nostro posto, mio e del amico fraterno Giancarlo, che così tanto mi manca, era in curva Filadelfia, dove io deliravo per Pietruzzu e per le sue reti, reti che io, nel campetto vicino a casa, cercavo di imitare. Sì, la saudade, per me italo-brasiliano, è un sentimento forte, fortissimo. Travolgente. Struggente.
